La panchina ha un aspetto
riposante. Guardo a lei
più disteso. Sarà la forma
su cui siedono gli occhi,
ma i due braccioli a mezzo
busto ispirano un cedimento.
Il buongusto suggerisce che
il termine del disagio cada
in una nuvola di parole,
ma per periodi circoscritti
ripariamo nelle note.
La seduta trasforma l’intera
azione in frazioni di lei.
Da un pezzo i suoi gesti
li colgo distanti dal resto.
Dice che lì non c’è misura
per la quale può fare paura
lo spazio a contatto di pelle:
mi sembra un verso a rotelle
per allontanarsi in un niente
e fare male adeguatamente.
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