Pubblicato il 23/10/2010 13:54:38
Aicha Arrivai in Francia in una tiepida serata dinizio settembre. Lo Jura si stagliava davanti a me, in tutto il suo splendore! I colori furono la prima cosa che mi colpirono. Il verde, in tutte le sue sfumature,dallintenso cobalto, al pallido e tenue, tanto da sfiorare il giallo; mi avvolsero mentre mi guardavo intorno frastornata. Il soffio di una brezza fresca e leggera, mi sfior il viso e mi scompigli capelli e pensieri. Lafa cui ero abituata era ormai lontana , stranamente la rimpiangevo. La casa a tre piani, proprio al bordo del bosco era accogliente e sincastonava armoniosamente in quella tavolozza variopinta Un misto di tristezza e trepidazione mi colsero, quando uno strano odore mi stuzzic le narici, appena nellingresso. Acre, quasi d incenso, non capivo di cosa si trattasse, una strana essenza. Pi tardi mi resi conto, era il legno che ricopriva le pareti, non cero abituata. Lodore di foglie, misto a muschio ed erba, sostituivano la brezza marina e la salsedine, al tramonto, quando passeggiavo per sentieri solitari pensando al mio mare. Il mio Mediterraneo, quella bacinella colma dacqua azzurra e spumeggiante; ma dallalto della collina potevo ammirare il lago. Vele bianche, si apprestavano a riguadagnare il porto. Tutto mi pareva strano, sconosciuto. Eppure il lago era li da millenni, come il mio mare, come i miei pensieri.
Aicha , lho incontrata il mattino successivo il mio arrivo in Francia. Il suo sguardo, i suoi occhi nocciola, mi conquist subito e il suo timido sorriso suppl ai soliti convenevoli. Daltra parte, io non parlavo benissimo il francese, e lei seppi in seguito, nonostante i numerosi anni di soggiorno oltre alpe, non lo masticava tanto! La vedevo uscire di buonora, si addentrava nel bosco, tutte le mattine, furtivamente. Scompariva per pochi minuti e poi sgaiattolava velocemente in casa, senza far rumore. Mi dava limpressione di voler nascondersi alla sua stessa ombra. Mi domandai spesso, dove andava, cosa cercasse a quellora nel folto della foresta. Pian piano, ci avvicinammo. Fu facile parlarle, era semplice e smaliziata, come una bambina. Sedevamo spesso in giardino, chiacchierando allombra di un faggio. Nadia , la sua piccolina, scorazzava nel cortile con il suo triciclo rosso. Una bimba graziosa e paffutella di circa quattro anni, nata dal suo matrimonio con Mustaf.
Ricordo come fosse oggi, la prima volta che mi offr un t alla menta. Osservavo i suoi gesti, antichi, quasi mistici, pareva si apprestasse a celebrare un antico rituale. Un vassoio dargento, cesellato a mano, bicchierini di vetro con fini decorazioni dorate, e una teiera forse anchessa in argento, ma quello che mi rapiva letteralmente e mi trasportava in altri mondi, lontani e misteriosi, era quel suo modo di versare il t. Sollevava la teiera, dal beccuccio molto lungo, e versava linfuso da una notevole altezza, per raffreddarlo e dargli pi ossigeno, diceva, in modo che si formasse una lieve schiuma nel bicchierino. Come riuscisse a centrare l imboccatura dei bicchieri, non lho mai capito! Un gesto unico, grazioso, che ripeteva per tre volte e le conferiva eleganza e mistero. E un ottimo digestivo- Mi diceva, quando ci apprestavamo a sorseggiare il t dopo pranzo. Altre volte, lo presentava come ottimo dissetante o corroborante; tutto dipendeva dal momento della giornata che Aicha decideva doffriti il t! Ma, immancabilmente rimaneva un vero e proprio rito, che col tempo mi divenne sempre pi familiare. Mentre gustavamo quella prelibatezza parlavamo del pi e del meno, di cose futili, ma spesso ci lasciavamo andare ai ricordi, allegri, talvolta malinconici. Le nostre case, lontane, a sud, dove cera sempre il sole e laria era limpida e pulita gi al suo levare Tinsegno litaliano, vuoi? Ma tu minsegni larabo, tanto il francese mi pare che non limpareremo mai.- Le dissi un giorno, tanto per dire qualcosa, ed incoraggiarla, perch ormai era evidente , parlavo molto meglio di lei da un bel pezzo. Certo, mi rispose sorridendo . Per ti devi accontentare, del mio dialetto. Io larabo non lho mai imparato, i miei non mi hanno mandata a scuola. - Che vuoi che sia, chi vuoi che se ne renda conto, imparer il tuo dialetto. - Lei rideva, mi sembrava felice, anche se un velo di malinconia oscurava a volte il suo sguardo.
Lavevano promessa in sposa che era quasi bambina, a un lontano parente, partito in Francia a cercar fortuna. Un bel giovane, dagli occhi di fuoco e baffetti birichini.
Aicha, vide per la prima volta Mustaf il giorno dellhidia, quando giunse accompagnato da alcuni suoi familiari. La madre e le sorelle , entrarono insieme, dopo il padre. Portava i doni che la tradizione impone in queste occasioni. Si present, tenendosi a debita distanza. Le porse un cofanetto contenente una serie di splendidi braccialetti doro e una tintinnante cavigliera. Le donne non dimenticarono di portarle zucchero, per augurarle una vita felice e latte a simboleggiare la sua purezza. Ma con loro si conoscevano gi, erano cresciute insieme nel villaggio, giocato per le strade, fin quando i genitori non decisero, che non era conveniente per una signorina, scorrazzare per le strade in bicicletta. Ed ora il momento era arrivato, Mustaf era li, seduto comodamente su un cuscino adagiato sul tappeto. Lei ne fu rapita, lo sguardo di quel giovane pareva di fuoco, e poi la Francia! Gi simmaginava in viaggio e faceva mille congetture su quel paese che non conosceva e del quale aveva tanto sentito parlare. Qualche cartolina le era giunta, ma la sua fantasia andava oltre e si vedeva vivere una vita felice, insieme con lui, il suo principe, promesso sposo che aspettava da una vita. I doni passarono di mano in mano, soppesati e scrutati fin nel pi piccolo dettaglio. In fine li prese in mano pure lei. E quasi si sent mancare per la gioia. Erano suoi. Finalmente, il dono pi bello e prezioso che avesse mai tenuto in mano, qualcosa di speciale che la rendeva fiera e raggiante oltre ogni aspettativa.
Di tanto in tanto, Aicha si sedeva su una panchina in cortile e simbrattava le palme delle mani e dei piedi, con lhenn. Io la guardavo con curiosit e mi pareva una cosa tanto strana. Non sono brava a farlo, ci vorrebbe una hannaya (donna che sa disegnare con lhenne), ma il profeta ci raccomanda di farlo.- Mi disse un giorno, e mi resi conto che la stavo guardando con particolare attenzione. Quella poltiglia scura emanava uno strano odore. La fissavo sbalordita, compiere quei gesti, per me inusuali, ma per lei naturali quasi quanto il respirare. Ero completamente affascinata dal suo mondo e avrei voluto porle mille domande. Lei spontaneamente mi raccontava, avevo limpressione che parlarmi della sua terra la rendeva felice, ed io lascoltavo con passione. Solo alle sue visite mattutine nel bosco non accenn mai.
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