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Il fiore di macramè

di Annalisa Scialpi
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Pubblicato il 05/05/2026 17:03:51

  

Lei entrò nella bottega del sarto, attratta da quell'uomo anziano e gentile, che indossava una giacca nera, con un fiore di macramè sul taschino. Aveva già acquistato da lui uno scialle bianco e un copriabito avorio. Ora lei non aveva bisogno di abiti, ma era attratta da quella botteguccia, ricavata in un monolocale perduto tra le stradine serpeggianti di quel borgo di ventimila anime. L'uomo le mostrò una sua creazione: un meraviglioso soprabito gessato, con un fiore bianco di macramè sulla spalla sinistra, simile al suo. Le disse di provarlo. La donna lo fece: le stava benissimo, per cui lo sfilò a malincuore.

"Lo comprerei, ma sto per andare a Roma e mi serve denaro. Sa, sto tentando di fare l'editor. Ci provo da una vita a vivere di letteratura, ma è un terreno sdrucciolevole" si giustificò.

Arrossì un po'. Il sarto l'ascoltò in silenzio. Qualcosa risuonò tra loro e abitò quell'angolo dimenticato come una coperta in pieno inverno. Il gatto sulla sedia in vimini sollevò la testa e spalancò i grandi occhi di smeraldo. Con rammarico, lei guardò il soprabito appeso.

Il sarto, dopo qualche tempo, ruppe il silenzio.

«Quello che conta è impegnarsi con tutto il cuore», disse, con una voce che sembrava venire da un tempo lontano. «E il coraggio di non lasciarsi addomesticare».

Lei annuì e guardò ancora il locale. In un angolo, accanto a un cumulo di libri, c'era una cesta d'arance. Più in fondo, un tavolinetto con un pagliaccetto di ceramica e un set da cucito con i fili rovesciati. Si accorse anche dell'attaccapanni su cui erano appesi cappellini con fiori tessuti, un ombrello da donna vintage. Su un altro tavolino era disposto un ventaglio, un gatto di pezza.

Dopo aver pronunciato queste parole, le sue mani nodose iniziarono a ripiegare l'indumento indossato con una cura quasi religiosa.

«Lo terrò qui», disse infine, posandolo su un ripiano tra un vecchio volume di poesie e un cesto di mele. «Non lo metterò in vetrina. Questo abito ha già la sua forma e la sua forma è lei. Vada a Roma, diventi l'editor che deve essere. Il soprabito l'aspetterà. Quando avrà i soldi della sua prima vera paga, tornerà a prenderlo».

La donna rimase senza parole. Ma lui non aveva concluso. "Però deve farmi leggere qualcosa di suo".

Lei aveva ancora dei suoi libri, che giacevano nei cartoni nella sua stanza. Aveva fatto qualche presentazione, ma poi vi aveva rinunciato, visto che non veniva quasi nessuno. Si era fatta un giudizio molto severo dei lettori, pensava che fosse per pochi comprendere la profondità dell'arte, questa necessità di andare nell'ombra, nell'osceno.

Alla donna brillarono gli occhi. Gli rispose che sì, avrebbe avuto molto piacere a fargli leggere qualcosa di suo. E con quella promessa, lo salutò. Quando tornò a casa aprì uno di quei cartoni che giacevano come bare in un angolo della stanza dove scriveva. La polvere vi si era posata sopra e prendendo i libri, sentì che l'umido aveva rovinato la copertina. Tentò di sistemarla, aggiustando il volto della donna raffigurata di profilo, in controluce, sotto il quale campeggiava il titolo: Storia di una donna. Ne rilesse alcune righe e l'entusiasmo le avvampò il volto. Finì per rileggerlo, lì, in ginocchio, accanto al cartone. Pensò al sì, deciso, detto al sarto, che voleva 'leggerla' e non osò decidersi a prendere una copia, per donargliela.Immaginò di scrivere dell'incontro col sarto come il finale di un romanzo. E lei si avviò verso casa, sentendo nel cuore il battito di una farfalla.

Si fece un tè e si coricò. Nei giorni successivi preparò ciò che avrebbe dovuto portare a Roma. Aveva pochi vestiti e tanti libri. Quelli già letti li avrebbe donati alla biblioteca. Lasciò il cartone con le copie del suo romanzo per ultimo. Ma, il giorno prima della sua partenza, si decise: ne prese una copia e volò verso la bottega del sarto. Era di pomeriggio, ma la porta era chiusa. Fu tentata di andarsene ma, dopo qualche minuto, il sarto le aprì. "Non volevo disturbare, ma darle questo" disse, porgendogli il libro. Lui lo prese, ma non lo sfogliò subito; lo "sentì" col peso delle palme.

«Vede», disse con un filo di voce. «A Roma cercherò di dare ordine ai libri degli altri. Ma qui dentro... Qui dentro c'è il mio disordine».

Il sarto sorrise. Un sorriso che conteneva secoli di solitudine.

«Il disordine è solo vita che non ha ancora trovato la sua forma finale. Vada a Roma, ma non permetta a nessuno di lavare via l'odore della sua anima con la naftalina dei pensieri. Scriva per chi, come me, sa che la bellezza punge».

Un sorriso radioso si dipinse sul volto della donna. Gli occhi le si fecero vivi, guizzanti. L'abbraccio giunse spontaneo, come le parole disordinate a cui aveva faticato dar forma. "Grazie" gli disse.

Il sarto tornò ai suoi abiti dietro al bancone e lei, guardandolo un'ultima volta prima di uscire, chiuse la porta. Ma, giunta in strada, dopo pochi passi, sentì il suo nome risuonare per quelle stradine strette, appena sussurrato ma udibile. "Giulia..."

Si voltò. Il sarto le porse un pacchetto fatto con carta da imballaggio e un nastro rosso. "Questo è suo", disse. "Lo avevo compreso subito che nessuno, oltre lei, avrebbe meritato di indossarlo". Una lacrima di commozione le bagnò le guance, mentre stringeva il pacco al cuore. Lo vide sparire ancora dietro quella bottega. E lei rimase ancora per qualche istante lì, col pacco stretto al cuore, tra quelle strade strette, divenute gialle per i riflessi della sera.


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