Aveva un grande peso
e una ferita che aveva una sua bellezza.
Le ferite d'amore sono come i fiori della notte,
molto più belli di quelli di un giorno qualunque,
ma con spine come chiodi roventi.
Nonostante il dolore, non sembrava vivere e nemmeno morire.
Forse per via di quella speranza dipinta da chimera,
legata come un codino sull'anima
e lunga fino alla fine dei giorni.
Per lo squarcio che si apriva a ventaglio sul torace,
o forse solo per il modo in cui viveva,
molto simile all'uomo che lo portava
e che scivolava fra i cespugli della vita
dando l'impressione di non spezzare un rametto,
di non piegare uno stelo d'erba,
dove ogni goccia di rugiada racchiude l'universo.
Forse perché aveva l'abitudine di sentirsi colpevole
anche per le cose di cui non era responsabile,
dando così al destino un terreno fertile
in cui affondare il proprio aratro.
Voleva solo dare in dono ciò che era racchiuso nel suo cuore,
in cambio di un sorriso e un abbraccio,
ci aveva provato e aveva fallito,
ma non era l'unico ad aver perso.
Adesso sapeva dove andare,
attraversò il vuoto e giunse al punto di non ritorno.
Ma andò ancora oltre,
come se seguisse su una pista invisibile,
orme nell'aria,
l'odore del nulla...
3/2016
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