Precipitai come un errore
dal tuo seme avaro.
Subito fu assedio.
Cercavo
di esser vista tra i muri
che erigevi per seccare l'aria,
punirla di una libertà
che non riuscivi a piegare.
Lì il tuo vessillo s'insozzava
nella febbre nascosta
tra il letame del sacrificio,
roba guasta che serve
per trascinar la soma nei campi.
Tagliavi pelli. Anche la mia
che s'apriva in squarci
di urli mancati,
e boati nel ventre,
lasciando maledizione e vergogna
tra i resti della tua guerra infame.
M'ammorba ancora l'abisso.
Ha il peso del tuo corpo guasto,
dell'odio che scavò
la tua pietà mancata.
Io non esistevo.
Volai come un fantasma,
senza storia tra i ruderi
dei tuoi inesistenti rimorsi,
dell'amore andato a male
con la frutta marcia del frigo -
unico testimone
del niente che spacca le ossa,
come una mina antifiglio.
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