Stavi - i capelli troppo biondi -
come un fiore dimenticato
in un'agonia d'ombre.
I silenzi ti saltavano addosso
dalla cutizza del tempo
che ti mise a fianco
un monolite di maschio.
E tu, nella tua vergine semplicità,
la brina che ti saliva dagli occhi:
'"Non voglio", dicesti.
E la rugiada ruzzolò
tra tizzoni e cinigia,
i musi pieni di baffi di tua nonna,
i grembi di tufo,
le uova marcite sotto il sole
feroce,
che bruciava i germogli.
"Non voglio". E le mani rosa
che presentivano le grinze
si chiusero
sopra il merletto da sposa,
tuo sudario.
Ti accompagnava un cuore
buono,
la fedeltà alle catene - pure quelle
di dentro i cimiteri
da dove tuo marito
ti portava il pane
e non dei vivi.
Il pane che ti fece ferma
dalla parte del cuore.
Gridavi, nella stanza
e i figli nati dalla schiusa
dicevano:
"Poverina, è la malattia".
Quel grido è treccia di cavallo,
nonna, tra le mie sbrigliate mani.
Vengo a prenderti, ora.
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