Cammino ancora,
la mia città lontana
è un angelo di odori,
sul fiume cristallino
delle mie invidie.
Stona la musica sotto passi
stanchi; le scarpe sono spade
che hanno sventrato il centro
della terra, ad alto prezzo.
Ho vinto, potrei dire, ma dopo
l'ordigno, dopo i fiori sputati
dal cannone, le membra lasciano
fiotti di sangue nelle cantine
ove si consumò lo scempio
dei cani imprigionati.
L'aria, fuori, manca di consistenza.
Falena bagnata m'aggiro
tra l'ombre dei delitti. Il cielo
di pece che mi sporcò le ali
incombe, sono l'idea fissa
di un ingegnere dell'immutabile,
palo di ferro, rete nera,
sasso bucato e inerte.
E allora la luce si fa
mammelle di legno, corteccia,
un embriogenesi dall'urlo,
che si dilata in ogni gesto.
Cadrà la torre: la immagino
in bilico tra soffitta e cielo,
dopo la resurrezione. Un cielo
basso, di pece, finchè la lussuria torni
ad abitare i vitignin vizzi
che mi uscirono dalla bocca come ragni.
La metamorfosi si compie al tocco
dell'angelo che mi chiama, lì,
a mondare stelle nel fiume,
E' lì col suo proclame
di incorruttibilità alla vaniglia,
al caffè, tra strade e passi.
Un mondo dove tutto é irrisolvibile,
caotico, complesso come i giornali che non apri
perchè sai che il mondo è altro, infinitamente
altro.
E può scoppiarti dalla bocca, un giorno
o dal cuore.
Se ci credi, è lì.
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