Non avertene,
non ti ho lasciato stamattina. Come potrei?
Ho preso una tazza di sole
tra l'erba ruggente sull'asfalto aperto
come una ferita o la ridda dei diavoli nella testa.
Le foglie già rosse, la sottile impertinenza
del senso che bussa alle cripte.
La realtà, nuda e dura come un nocciolo.
Come una bara.
E nel seccume un'oasi. Certo che c'eri,
certo che facciamo l'amore sempre noi due,
scalibrati di giunture, trafitti di ossimori
fino ai midolli. Non sono due.
E' lo stesso, il nostro.
E tuttavia lui aveva un che. Anche a te sarebbe
piaciuto - noi amici degli amanti,
carne viva tra i fossili a restauro.
Parliamo. Cammini al sole? Sì, certo, al sole; al sole
che non mi spacca: sono tutta spacchi.
Già pronta alla cattura, cercavo la traccia
di un addomesticamento fallito. La annusai.
Esultai.
Ah così scrivi? Quando?
Sempre. E gli ho detto che scrivo di te,
della notte che schiaccia come un coperchio,
della luce in esilio tra rifiuti e rottami.
Del sole che non si vede quando piangi perchè
hai scordato i nomi dei fiori,
il ridicolo di dirsi di pensarsi a parole.
Il sole m'aveva aperta. Ero un chiodo di geranio
che emanava una musica antica di ruggine.
Avvicinati, lo senti lo sfacelo?
Non senti com'è bello?
Io che non ti ho nascosto mai nulla,
io che dono il mondo nel mondo
- e il mondo siamo noi - ,
quando mi offrirò, ti offrirò semplice
come una poesia mai scritta.
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