Poco fa, intendo al risveglio,
ti staccavi dalle mie meningi.
L'alba si apriva a ventaglio,
come il Mar Rosso, un'allucinazione,
uno shock,
come le soste purificatrici in hotel
che sa di ammorbidente
a vagoni, le mura asettiche, fuori soli i passi,
le auto di una umanità sciacquata dal diluvio
universale.
Ed io sguscio da una cozza aperta,
dalla placenta universale, bambola reborn,
a contemplare il miracolo della mia depossessione:
tutta in un tragitto d'istanti, una confermazione.
E vedere per la prima molto il mondo:
un abbaglio, un'enorme distesa di luce
dove i treni partono e le piazze sono chiare
come le voci nei caffè.
E i tramonti scoppiano in lividi di viola e aranci
ed io non migro più, clandestina,
nei giorni.
Ma mentre dilatavo lo stupore tu sei riapparsa.
"Ti cito," hai detto, "per occupazione abusiva,
per diserzione, per randagismo, per latitanza
da maternità invertità".
E fuori i pali di ferro, i fili sulle case
stretti come le spine dei Cristi
squartati nelle chiese. Ancora dicevi: "Sii per me
demiurgo, resurrezione, pace-maker,
certificato di previdenza, obolo della vedova,
busta di sangue condensato,
ed io continuerò ad abitarti come la vecchia
delle fiabe;
carne senz'osso, che spande in una vertigine insaziabile,
che mangia le tue parole, divora sensi,
che sputa il seme in strada".
Ma l'alba era già giunta, l'alba boreale
irreversibile e stupenda,
come un'iniziazione.
Credo sia stato lì che ho sospeso il piede
della Parca sul pedale della macchina da cucire,
lì che il sangue si è ritirato in un uovo,
ti ho detto: "Tienilo, fattelo alla coque,
è il tuo uovo di disperazione, di veleni,
di immunità".
Sospeso su una nuvola,
l'angelo ringuainava la spada.
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