Dittico
I
Verranno i figli del domani
Su allo chalet del valico,
nell'aria che vorticava,
la tua voce che mancava.
A mio figlio
Non ho più mani per accogliere l'orizzonte,
né voce per svegliare i dormienti
chiusi nelle proprie case chiassose.
Il tempo è un assolo
popolato da voci sorde,
dove un narciso germoglia nel sole
e nessuno ne capisce il volo.
Guardo la fronda che cade dal ramo
e il mio udito sa
che non è l'autunno che chiama.
Cade perché la terra è stata violata
nel suo verde vagire,
perché nessuno ha curato le ferite
prima che la cecità
ammutolisse l'antico dire di una vite.
Verranno i figli del domani,
ma non avranno padri né madri
da baciare,
saranno frutti bruciati
prima di essere nati.
E io rimango qui,
spettatrice di una notte senza fine,
colpita dalla condanna più atroce:
non vi è cura per chi,
pure a occhi aperti, non vede.
A cosa serve far entrare la penna
nel pianto indistinto del mondo?
La poesia è uno scampolo troppo corto
per coprire il corpo piagato,
ferito,
di questa nostra terra tradita.
II
Dove la curva stringe
(Strada Statale 70 della Consuma)
Vorrei essere quella donna
che, curva sui rovi,
fruga tra il nero delle more.
E mentre fruga,
prega (ma non predica)
e cura,
come fosse erba medica.
A.Ponticelli
5 settembre 2026
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