Venti minuti
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Ci sono minuti che passano senza lasciare traccia, minuti in cui l’acqua bolle, la finestra di stanza rimane aperta, qualcuno attraversa una strada, Azzurra dorme sotto la tavola, qualcuno sistema una tazza nella credenza.
E poi ci sono quei venti minuti.
Quei venti minuti nel buio.
Non voglio entrarci.
Non voglio sapere che rumore facesse il suo respiro.
Voglio fermarmi alla sua mano...
alla mano di Lorena,
quella mano legata che cerca una voce: materna, amichevole, infine un aiuto.
Il mondo intanto correva, correva sull’autostrada, fra automobili, camion, vite dirette altrove. Qualcuno forse guardava il cielo oltre il parabrezza, io tornavo dai miei laghetti
e dentro un bagagliaio una creatura chiamava la vita.
Venti minuti.
Quanto è lungo un minuto quando si ha paura?
Quanto può diventare grande il tempo, quando si desidera soltanto che continui?
Forse Lorena non contava i minuti.
Esisteva soltanto la voce, una voce da seguire, come si segue una lama di luce tra le albere nel bosco.
Una voce dall’altra parte.
Ti sento.
E per questo non posso, non riesco ad andare oltre
Non voglio accompagnarla fino al margine di quel viadotto.
Non voglio che l’ultima immagine di Lorena appartenga all’uomo che le ha tolto la vita.
La lascio prima.
La lascio con quella voce fra le mani
la lascio mentre cerca....
Perché cercare qualcuno significa credere ancora che esista un domani, una strada, una porta, una mano, qualcuno che sta arrivando.
È questo che mi spezza.
Lorena stava andando verso domani.
Venti minuti.
L’amore conosce una parola difficilissima:
vai.
E amare è proprio anche rimanere immobili mentre qualcuno che abbiamo amato si allontana
vederlo diventare piccolo,
sempre più piccolo,
fino a non distinguerlo più.
E non seguirlo.
Non richiamarlo.
Non spezzargli le ali perché il nostro cielo è diventato vuoto.
Forse l’amore comincia davvero soltanto quando le mani smettono di essere pugni
quando si aprono a grembo.
Venti minuti.
Vorrei prenderli uno per uno e portarli altrove:
il primo alla madre che lei ha cercato,
uno all’amico,
uno alla voce sconosciuta che l’ha ascoltata,
uno alla strada che correva sotto le ruote,
uno al cielo che lei non poteva vedere
uno a ogni donna che ha avuto paura di una persona
che un giorno le aveva detto ti amo.
E gli ultimi minuti vorrei lasciarli vuoti, come si lascia vuota una sedia per qualcuno che dovrebbe essere ancora qui.
Perché ci sono dolori davanti ai quali persino le parole devono imparare a togliersi le scarpe.
Rimane soltanto una cosa da fare, ora:
aprire le mani.
Aprirle ai nostri figli, agli uomini, alle donne, a chi resta, a chi se ne va.
Amina Narimi
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