Pubblicato il 16/12/2013 09:08:23
‘MASTERPIECE’ IV, Domenica 15 Dicembre 2013
Avrei voluto iniziare questo articolo parlando di come diventano ‘umani’ gli italiani quando sono chiamati a indossare i panni di ‘giudici degli altri’ ma, come se non bastassero gli esempi negativi offerti dalla Giustizia più in generale, quasi ho creduto che ciò fosse possibile. Tutt’altro, la conferma che mi sbagliavo è arrivata dopo appena un quarto d’ora di trasmissione del programma e ancora una volta dallo spocchioso e maleducato De Carlo, che pure apprezzo come scrittore. Chissà perché ha scelto, ma non voglio pensare che sia davvero così dispotico e arrogante, di trattare in modo davvero 'miserabile' i partecipanti di questo ‘contest letterario’ di cui si sentiva la mancanza, e la cui validità, va riconosciuto, assume grande importanza nel ‘vuoto’ panorama italiano. Riassumo qui le frasi trasmesse e quindi ascoltate da quanti seguono il programma:
La vostra è stata una prova miserabile!
Questo testo fa schifo!
Sarebbero da prendere a calci tutti e due! (neppure entrambi) Cui ha fatto seguito, addirittura, l’aver tirato il 'testo' presentato da una concorrente (ancora una volta donna), com'era già accaduto nella prima puntata andata in onda. Discutibile che uno dei giudici si permetta questa mancanza di rispetto verso dei partecipanti fintanto che ne risponde di persona, ma che la RAI in quanto ‘servizio pubblico’, seppure coadiuvata da FremantleMedia, in collaborazione con Rcs Libri, permetta certe bassezze e la totale mancanza di rispetto per i partecipanti è davvero intollerabile; che poi gli altri giurati glielo lascino fare, sappiano che così facendo, trascinano anche la loro partecipazione in una diatriba da osteria, il che mi sembra il colmo. Qualcuno dovrebbe dir loro che ne vale la loro stessa reputazione. Riferendomi più precisamente alla privacy dei concorrenti va inoltre aggiunto che in questo modo si da il proprio nome in pasto alla gogna mediatica e che, probabilmente, non avranno più la possibilità di presentare i propri testi ad altro editore, perché ormai bruciati.
Di fatto, siamo alle solite, molti testi ‘social’, poco spazio al ‘fantasy’, nulla al ‘poetico’ (non in quanto poesia). Tuttavia le scelte, a mio giudizio, sono state oculate per quello che è il materiale presentato. In conclusione si è preferito Gabriele Zedde (fantasy), con qualche riserva, a Lorenzo Raffaini (social); Yelena Kuzhecova (social), a Stefano Bussa (noir) esempio più unico che raro, collocatosi fra i finalisti della puntata in corso. Per il resto i tre giudici, oltre al già citato De Carlo, il gigione De Cataldo e la sempre misurata Taiye Selasi, (e molto, molto educata, da essere quasi umana), hanno dimostrato, mi piace ripetere una loro frase, il peggio di sé, almeno in ragione del fatto che non trasmettono la sensazione di essere motivati in quello che fanno. Secondo me non mettono in gioco quella giusta dose di entusiasmo che li rende accattivanti e che tanto piace al pubblico televisivo.
Apprezzato, seppure lasciato in penombra, l’intervento di Andrea Vitali, ‘infaticabile costruttore di storie’, presente sulla scena letteraria con il suo strepitoso successo “Di Ilde ce n’è una sola” – edito da Garzanti 2013, la cui presenza andava a mio parere ‘valorizzata’ dandogli almeno la visibilità che merita. E del quale leggiamo dalla sua biografia (Google), a mo’ di ‘percorso’ da seguire per ‘aspiranti scrittori’:
“Confesso che sin da giovane ho avvertito la necessità di scrivere, di usare la scrittura come mezzo di comunicazione con gli altri. Come confessione, me ne rendo conto, non è gran che, ma non riesco a partire da altro punto per tentare di spiegare come sono arrivato a raccontare un certo tipo di storie. All'inizio quindi era la scrittura, non concepita come esercizio solitario - nessun diario nella mia infanzia e nemmeno nella gioventù- ma come esperienza da condividere. Insomma, ci voleva qualcuno che leggesse quel che scrivevo.” Buonanotte!
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