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Neve

di Annalisa Scialpi
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Pubblicato il 28/05/2024 17:50:54

     Aveva nevicato. I rami stecchiti si erano piegati, tremando di bellezza di fronte ad un tramonto ineccepibile. Onesto. Bellissimo. Avevo corso libera, serena, per il piccolo vialetto che costeggiava il bosco e le siepi guardiane, fedeli come dee. Ma poi qualcosa mi aveva scosso. Un freddo ancora più tagliente. Non proveniva da fuori. Lo sapevo. Per questo era 'inclassificabile'. Pericoloso. Come il guardiano che stava accanto alla macina delle mie idee nere: un vecchio mostruoso, blasfemo, laido. Vidi macchie di sangue nella neve. Tornò quella sensazione familiare di non essere mai in nessun posto, espropriata del mio corpo come un relitto saccheggiato.

Una bambina mi passò accanto. Aveva i capelli lunghi, le guance rosse e una specie di impermeabile scuro. Mi fissò. Spaventata. Arrabbiata. Spaventata e arrabbiata insieme. Le dissi di aspettare, domandandomi dove fossero i suoi genitori. Possibile che l'avessero lasciata sola in un bosco? La seguii. La bambina prese a correre. “Aspetta, non voglio farti del male” le urlai. Lei corse più forte. Io non smisi di inseguirla sulla neve bianca. Le sue scarpe non lasciavano orme, ma graffiti, scie scure. Continuai a correre, cercando di risparmiare il fiato, per raggiungerla. Ma la persi. Dovevo chiamare la polizia? Poi, una domanda sconcertante si affacciò alla mia mente: avevo davvero visto quella bambina? Esisteva? Mi fermai. Poi vidi che le sue scie sulla neve, tracciate volutamente con un bastone, avevano disegnato delle immagini. Un occhio mostruoso, una figura china, rami contorti come a ghermire. Sapevo che avrei incontrato quella bambina, Il momento era giunto.

Avrei potuto far finta di niente, eppure una tempesta di immagini tornava: io, bambina, col mio costume da ballerina. Lui che era entrato nello spogliatoio, aveva detto qualcosa a mia madre. Poi mi aveva condotta in uno stanzino... Il buio. Pesto. Poi la voglia di non danzare più. Le lacrime, copiose, sul mio costume azzurro. Mia madre ad asciugarle in fretta, a spingermi verso il palcoscenico, senza chiedermi niente. Ed io a danzare, rotta, a danzare. La musica. La musica che improvvisamente odiavo. La musica che copriva tutto. Copriva il mio dolore. L'odio, conficcato per sempre nel cuore, come una spada. L'odio che cacciava tutti dalla mia vita. L'odio che proteggeva il mio dolore. Il mio cielo spaccato. L'odio con cui smisi di danzare. Di essere una brava bambina. Di essere qualsiasi cosa avessero desiderato che fossi. Si incarnò, quell'odio. Divenne la mia tigre dagli occhi di fuoco. Mi teneva al sicuro, risparmiava i pochi colori rimasti sulla tela dell'anima. Li tenevo per me, con la musica spezzata che, ogni tanto, squarciava il buio con le sue note stonate. Facendomi rabbrividire. Come quel giorno. Quel giorno in cui non ero riuscita a urlare.

E ora, perchè quella bambina era tornata? Era stanca, lo sapevo. Stanca persino della sua tigre. Non voleva nascondersi dietro paesaggi di neve. Non più. Voleva forse che la trovassi. Che la portassi al circo. Che dessi ancora un significato alla parola 'casa''. Quel significato che non avevo conosciuto mai, nella mia vita di nomadismo. Quella bambina era stanca di guardare da una finestra il mondo che scorreva fuori, come una vecchia. Mi sdraiai. Avevo paura. L'orco si era diluito in tutta la gente che avevo incontrato, mi aveva resa senza pelle. Apertura violata in cui ogni emozione entrava. violentissima. Non sapevo come salvare quella bambina. Sentivo solo la neve cadere sul mio corpo già freddo, ma caldo all'interno di un fuoco divorante, che mi spaventava.

Così vidi lei: la mia tigre. Colei che mi aveva protetta e che, ora, si rivoltava. Voleva andar via, smetterla di tenermi al riparo col suo ruggito, nell'ombra. Lanciai un grido lancinante, sollevandomi come una sopravvissuta. Lei si voltò, mi ruggì contro e riprese la sua strada. Lontana da me. Sentivo la paura squarciarmi il cuore. Spingersi verso il ventre, riempire l'intero mio corpo di brividi. “Ora che ho tradito la mia bambina e fatto scappare la mia tigre, posso restare qui. E morire così, sotto l'abbraccio della neve, che pulirà l'ultimo residuo di vergogna. Mi abbassai e sentii il freddo, man mano, prendere tutto il mio corpo.

Le lacrime scivolavano calde dal mio viso, ma non era come allora. Non chiamavo più nessuno. Come allora, nessuno avrebbe risposto. Non so quanto tempo rimasi lì, Ma attendevo la notte senza paura e ciò mi riempì di gioia. Non era invano che la mia tigre mi aveva abbandonato. Sentivo che la mia faccia stava congelando, con le mani. Aprii la giacca a vento. E iniziai a coprirmi di neve: il petto, le gambe. Nessuno sarebbe passato di lì e mai come allora sentivo, attorno a me, l'amore e la complicità della mia vera madre, l'unica che avessi mai cercato: la Grande Madre. Ne udivo il cordoglio, la carezza severa e non giudicante. Era come se riuscissi a sentire la linfa scorrere nei tronchi, nutrire i rami. Provai una profonda commozione. E sentii che quella non era la mia morte, ma la rinascita. Piena di gioia, scossi la neve dal mio corpo, per sollevarmi e glorificare quell'istante benedetto. Di fronte a me, c'era la bambina. E mi porgeva uno specchio.

Per la prima volta, mi guardai davvero: ero una giovane donna, bella e indossavo un abito che, nel riflesso dello specchio, era rosa. Rosa come l'amore. L'amore che avevo sempre respinto, per difendermi dal dolore. Ripulì il mio vestito dalla neve. E mentre lo facevo, la mia immagine diveniva più nitida, di una femminilità delicata e leggera. “Sono io” dissi alla bambina. “Sei tu” le dissi. Vidi sul petto della bambina un'ombra scura che, pian piano, scomparve. Respirai. Profondamente. Come non avevo fatto mai.

Era questo che avevo desiderato per tutta la vita: incontrarla. Incontrarmi. Lo seppi quando strinsi il suo corpo delicato. Le giurai che in quello stanzino scuro non ci saremmo rimaste più. Non avevamo più la tigre, ma eravamo in due. E in due si possono fare un sacco di cose: perfino edificare una nuova città. E io e lei avremmo scelto la più bella: la città del sole. E le rovine sarebbero state il ricordo di una poesia perduta, ma solo per essere ritrovata.

Il mondo ha bisogno di noi” dissi alla bambina, guardandola negli occhi profondi e pieni di coraggio. E la strinsi, finchè lei tornò lì, nel centro, dove tutto, in ogni momento, può iniziare. Persino la musica interrotta.

 

 

 


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