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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Poesia della settimana

Questa poesia è proposta dal 30/03/2015 12:00:00
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Se tutti ti chiamassero Mario

di Emilio Capaccio (Biografia/notizie)

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I

 

Quando parlo con te, in un perfetto allineamento di giorni disperati

e ti sento frusciare dietro ogni laterizio di questo secolo

(o forse è il gesto dei tuoi continui disappunti)

«Dio» ti dico

«Il cielo è tornato del colore di quando non c’eri!»

Hai tanti nomi, così pieni di spifferi d’aria

che noi qui ci sentiamo infreddolire

spiattellando storie del Corano e della Bibbia

senza aver imparato a chiamarti

perlomeno con un nome comune.

Però ci vuole coraggio a pronunciare i tuoi nomi:

una pietra potrebbe dire di non sentirsi amare abbastanza

se fallissi l’accento o mi tradisse l’ironia.

E quando scrivo il tuo nome con la mia Parola

non è lo stesso di quando lo scrivo in pashtō

o in hindi o in curdo.

Ti abbiamo degradato a un dio dei nomi

un dio delle razze, un dio di geopolitica.

Che strane cose l’uomo è capace di renderti

non solo tu a noi i miracoli!

Così ti domando:

«Con quali dei tuoi nomi hai chiesto a un ragazzo laggiù

di farsi esplodere davanti a un’ambasciata?...

o qui a un prete di portare un anello al dito

e il colletto sotto i piedi?»

Non c’è niente di tuo in questa grama vistosità!

Solo la nostra intransigenza nel voler credere

che porti un nome e un verbo

per ogni popolo che ti accoglie …

O, ma se tutti... se tutti ti chiamassero Mario!

 

II

 

L’uomo della Jihād, l’uomo Occidentale

sono bulbi della stessa cecità.

Io li vedo in televisione brandire il loro dio opportuno

con minacciosa diffidenza

come se quelle iconografie fossero state elette

al podio celeste

ognuna con un suffragio di parte

senza mai aver supposto un dio universale

più grande di questi rappresentanti sindacali, e meno volubile.

Io sono stanco di buttarmi per terra e fingermi morto

aspettando un’esplosione

quando scagliano qui

il loro idolo fazioso contro grattacieli che scrollano

con espressioni telegeniche

o laggiù, su tende di villaggi e campi di sesamo

che ora sono pozze a cuore aperto

scavate dalle unghie delle mine.

L’uno inganna e spreme la sua motrice

con la faccia pulita da soldato del fiume Hudson

(benché il dio che ha assunto

abbia ben poco di divino e quasi tutto di predoneria).

L’altro si copre di gellaba

e lucidamente punisce la sua donna

mentre continua a stanare topi nelle buche del deserto

per vestirli d’arancio e accusarli di essere infedeli.

Sono stanco di dover chiedere che mi riconsegnino

un dio che non abbia il difetto di avere polso solo per qualcuno

e vorrei invocarlo intimamente per le mie colpe

(di certo meno mondane)

senza doverlo sbattere in faccia alla gente.

 

III

 

Ho fatto un sogno questa notte. Nera e dura era in principio

come le notti di questo secolo appena quindicenne

ma già segnato da inguaribili leucemie.

Un sogno che ancora vaga e sto sognando

benché sia sveglio e sono di guardia.

Eravamo ai piedi di una palma

dalle parti di Kandahar (o forse era un ulivo

o sotto una “Pietà” di un carrarmato inglese

che portava sul grembo la sua canna spezzata).

La Bibbia e il Corano erano sulla sabbia.

Al sole tra le pagine abbiamo cercato...

con più luce tra le righe abbiamo cercato

senza trovarvi incitamento per ciò che commettiamo.

E scorrendo, io un verso... tu una sura

e lasciando andare il momento, con stupore

abbiamo letto - l’un l’altro a cuor leale –

che siamo figli di uno stesso padre che si chiama Abramo...

(figli dello stesso utero della terra!)

Allora ho pensato: “Non c’è niente che allontani più lontano

di una parola messa sulla bocca di un cannone”.

E ci siamo sentiti alleviati

gettandoci incontro alle corde di quel rubab*

che suonavi al grido - del mio grido fratello! -

di non dover più decapitare un’emozione comune.

Abbiamo riso. Abbiamo pregato...

È scoppiata una bomba!

 

Un sogno che ancora vaga e sto sognando

benché sia sveglio e sono di guardia

 

...mentre aspetto che sbuchi dalla sabbia

e mi punti addosso il tuo fucile!

 



* È uno strumento musicale a corde, simile al liuto, considerato insieme al zerbaghali (piccolo tamburo fatto di argilla a forma di calice) uno dei due strumenti nazionali dell’Afghanistan.

 

 

Poesie seconde classificate nella prima edizione (2015) del Premio Letterario Nazionale indetto da LaRecherche.it: Il Giardino di Babuk - Proust en Italie

 

Leggi l'eBook del Premio

 


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