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La durata della poesia

Argomento: Letteratura

Articolo di Dante Maffia (Biografia)

Proposta di Redazione LaRecherche.it

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Pubblicato il 24/06/2009 00:49:55

La durata della poesia. Un problema che non si affronta quasi mai, se non di sfuggita e nei manuali di filosofia, quello della durata della poesia o dellarte in genere. Sembra che poeti, pittori, scultori e musicisti lo evitino perch investe non solo la loro concezione estetica, ma anche quella religiosa, etica, storica. Che differenza c tra unopera considerata un semplice documento, testimonianza di unepoca, e unopera che va oltre il documento e resiste al mutare del gusto, alla frenesia delle mode, a qualsiasi consunzione? Com ovvio immaginare, le risposte sono state infinite, in sintesi potremmo dire che, pur nelle opposte concezioni e nelle diversificate metodologie, opera darte considerata, per esempio, un poema che nel tempo riuscito e riesce a trasmettere pi del mero dato. Ci significa che nonostante i mutamenti, a volte radicali e totali, luomo, nel tempo e nello spazio, ha saputo tenere un rapporto vivo con quellopera e che lopera contiene elementi tali da poter andare perennemente oltre la propria misura temporale e spaziale. Ma quali possono essere questi elementi? quasi impossibile stabilirli. Gli studiosi di estetica ci hanno provato e riprovato, ma si tratta ovviamente di parametri discutibili, tanto vero che le confutazioni sono ricorrenti e le opposizioni, a volte, totali, con chiusure che condannano ci che precedentemente stato affermato. Sicuramente ogni opera darte, ogni opera di poesia, prima di tutto un documento che parla della sua epoca, ma individuare la scintilla che la rende per sempre attuale e presente come comprendere appieno lorigine e il fine della vita. Io unidea semplice (o se volete semplicistica) ce lavrei: la misurazione pu avvenire soltanto verificando ogni volta se luomo di quella determinata epoca riesce a completarsi con lopera e se lopera riesce a completarlo. Un azzardo, lo comprendo bene, perch cos tutto viene messo nellequazione uomo-arte e naturalmente le implicazioni dordine estetico si amplificano e si complicano. Ma prima di vedere in che misura i poeti italiani nati negli ultimi sessanta anni possono sperare di diventare eterni, cio entrare nella durata, cerchiamo di chiarire che cosa si deve intendere per durata e per eternit. Luomo scrive per testimoniare la sua presenza nel mondo e la sua maggiore aspirazione quella di lasciare una traccia del suo passaggio, un segno che non si cancelli. Non so quanto serva lasciare un segno: col passare dei decenni e poi dei secoli sparisce completamente lidentit dellartista e al pi ci si ricorda e ci si incontra con la sua produzione, con la sua traccia. pi viva e vera Beatrice anzich Dante, Anna Karenina anzich Tolstoi, Laura pi di Petrarca, Silvia pi di Leopardi, Margherita pi di Goethe, Giulietta pi di Shakespeare e tuttavia lartista si affanna e insiste, consuma, a volte, lintera esistenza nel realizzare una scultura, uno spartito musicale, una pagina di poesia in cui immessa lessenza e limponderabilit che d il senso e la riconoscibilit di arte. Non c negli artigiani lansia, laffanno, la preoccupazione che il loro manufatto diventi misura e anima del tempo e dello spazio; egli lavora e realizza loggetto e non si preoccupa di nulla, non lega se stesso a quelloggetto, non vi sidentifica, non lo sente significato eterno. Si tratta di semplice lavoro di routine per sbarcare il lunario. Il suo compito finisce nel momento stesso in cui loggetto si separa da lui. La gente semplice non si pone neppure il problema di lasciare una traccia: loperatore ecologico lavora, rid, per esempio, a Roma la sua immagine pulita e non si domanda se le sue azioni giornaliere potranno essere, domani, un segno che conti e abbia senso oltre la pura funzione del pulire. Cos per tutti gli uomini dediti a un lavoro; cos non per gli artisti. In essi c una dose di presunzione che determina latteggiamento che li divide e li allontana da coloro che fanno un qualsiasi altro lavoro o invece la divinit che si annida nel loro animo a pretendere una fetta del futuro? Per quale ragione? Ragioni pratiche non se ne sono mai riscontrate, dunque?... E come fare affinch la pretesa si realizzi e trovi riscontro? Che cosa immettere nei versi, per restare alla poesia? Tra un libro costruito alla perfezione da un abilissimo facitore di versi, da uno che a freddo sa organizzare ritmo, suono e senso e interpretare, seppure senza coinvolgimento, lo spirito del suo tempo, e un libro scritto da un poeta che si abbandonato alla frenesia mettendo nei versi se stesso, la sua rabbia, il suo cuore, la sua misura etica, il suo abbandono e la sua esaltazione, la sua indignazione, la rabbia e la perdita di se stesso, come si fa a individuare il pi o il meno di poesia? Carlo Giulio Argan rispondeva che la sola maniera per comprendere era educarsi, cercare i confronti, misurare le opere con cuore e intelletto dopo lungo, lunghissimo tirocinio. Il trascorrere del tempo far il resto e quando saranno passati molti anni o molti secoli sar pi facile distinguere e individuare la poesia dove vive. Il documento ha una sua fisionomia arida e fa presto a diventare notizia opaca. Ci sono delle teorie che non hanno trovato molto credito e che comunque ad ogni occasione di discussione estetica ritornano in ballo. Sono quelle delle interpretazioni legate al magico. Si sostiene: se un libro di poesia veramente tale, se riuscito a sintetizzare forma, contenuto, duende, musica e senso, se i versi sono vivi e parlano al cuore (quanti cuori purtroppo sentono voci che nascono dalla superficie pi banale e pi ovvia!), se le poesie trasmettono pathos, sentimento, emozione (quanti si suggestionano nel leggere sciocchezze combinate da accorti artigiani o da imbonitori!), allora vuol dire che nelle parole del poeta transitata una porzione della sua anima e una porzione dellanima del tempo e resteranno sempre nei versi, anche col passare dei secoli. La teoria suggestiva ma ingenua. O invece ha un suo fondamento? Ma allora bisogna far chiarezza sul concetto di gusto e cominciare da Hegel che, nelle lezioni di estetica, affermava che il bello rimane inaccessibile al gusto, poich tale profondit esige non solo il senso e le riflessioni astratte, ma la piena ragione e il solido spirito, mentre il gusto rivolto solo alla superficie esteriore, intorno a cui i sentimenti potevano giocare e principi unilaterali farsi valere. Da qui le problematiche della valutazione o della fruizione che hanno visto, soprattutto nel nostro secolo, degli scempi incalcolabili. Per scendere nel concreto e sempre restando nellambito della poesia, valutazione e fruizione si sono scontrate con la logica dellindustria culturale e con quella dei partiti politici legati al carro ideologico. Le conseguenze sono state deleterie, fino ad arrivare alle affermazioni degli ultimi decenni che ad alcuni sono parse gratuite e innocue, ma che miravano a ridisegnare la mappa della poesia italiana con ragioni che vanno al di l delletica e dellestetica e si collocano su registri ambigui da cui ripartire per collocare se stessi critici-poeti (si fa per dire) al posto dei poeti. I casi di Franco Fortini e di Alfredo Giuliani sono emblematici, frutto di una politica accorta e tendenziosa che ha prodotto un effetto di dilatazione sullo stesso piano creando i partiti del pi grande poeta del Novecento. Da qui le appropriazioni indebite e le esagerazioni che hanno tentato di imporre Tessa come il pi grande poeta dellultimo secolo (grazie al gusto? Alla egemonia della inventata linea lombarda?) fino a che non si pensato che il pi grande invece fosse Rebora. Operazioni mostruosamente campanilistiche. Ma non sono mancate anche altre attribuzioni dovute a scrittori come Pasolini che hanno posto in primo piano Sandro Penna, naturalmente per mummificarlo e metterlo in soffitta in modo da prendere il posto del padre omosessuale della poesia italiana. Siamo davvero allo sfascio, alle improvvisazioni, alla difesa dellindifendibile. Ci fu perfino chi scrisse, in anni lontani che i grandi poeti del secolo fossero Lino Curci, Renzo Laurano, Lionello Fiumi. Contro Quasimodo invece fu organizzato un ostracismo compatto e deciso; a Saba fu riservato il posto che si assegna a un padre rincoglionito da mettere nellospizio, nonostante la forza dei saggi di Debenedetti e la difesa di Giovanni Giudici; a Ungaretti un posticino un po si e un po no; a Montale un ruolo di riguardo ma perch redattore de Il Corriere della Sera. Di Cardarelli, di Betocchi, di Gatto, di Parronchi, di Vigolo, di De Libero, di Sinisgalli neanche a parlarne. Questi ultimi avevano offerto tutti una produzione di documento e non erano riusciti a entrare nel clima della durata? E per quali ragioni ci sarebbero entrati Tessa e Rebora? Per quali ragioni poi vi entrerebbero soltanto quelli che ruotano attorno allasse milanese che gestisce il canone minimalista e intimista? Chi ha stabilito ci, direbbe Stevenson, lo ha fatto a capriccio, traendo scarso profitto dalle grandi generalizzazioni speculative derivate dalle scienze e poste in concorrenza con esse e si sono affidati ai sentimenti estetici, secondo la definizione di Ayer, ai quali pi agevolmente opporre i propri sentimenti estetici, cos non ha senso chiedere chi abbia ragione perch ambedue i contraddittori non stanno asserendo una vera posizione. E cos si torna daccapo a domandarsi, allora, che cosa devesserci nella poesia per poter transitare attraverso i secoli non come semplice notizia da manuale letterario o di sociologia della letteratura. La domanda diventa ancora pi assillante oggi che siamo nelleuforia pi sfrontata della societ dei consumi, nella dilagante comodit del vuoto a perdere. Se ogni prodotto altro non che risultato del proprio tempo, e anche la poesia un prodotto, non siamo forse arrivati al punto in cui i poeti sono diventati strumento cieco (o forse non tanto cieco, in alcuni meno dotati) di questa societ senza memoria, priva di radici, che fa dire a Woody Allen con supponenza (la supponenza maggiore in chi cita Allen) aforismi presi di sana pianta da Aristotele, Platone, Shopenhauer, La Rochefoucould, Wilde o Montaigne? O la poesia dovrebbe essere lopposto della filosofia del vuoto a perdere e tenere salda lentit umana rinnovandone la sostanza giorno per giorno? I poeti sono eterni o no? E la loro poesia dura in virt di che cosa, se dura? Quando ci si pone simili domande il rischio di diventare crociati in senso stretto e di appellarsi immediatamente alla intemporalit come contemporaneit o alla durata indefinita del tempo, che poi sono i due significati fondamentali di eternit. Eraclito diceva che il mondo era da sempre, e sar fuoco sempre vivo che si accende a intervalli e a intervalli si spegne; e Parmenide: Lessere non era n sar, ma nel presente tutto insieme, uno, continuo. Platone contrappone i due significati, Aristotele li unifica, in qualche modo poi Plotino sintetizza asserendo che leternit ci che persiste nella sua identit, che sempre presente a se stesso nella sua totalit, che non ora questo e poi quello ma , tutto insieme, perfezione indivisibile, come quella di un punto in cui suniscano tutte le linee senza che si spandano al di fuori: un punto che persista in se stesso nella sua identit e non subisca modificazioni, che esista sempre nel presente, senza passato n futuro, ma sia ci che e lo sia sempre. A me sembra il ritratto del poeta che si fa presente perenne, eterno, fuori dai condizionamenti della storia, a costo di ignorarla, di tradirla o di sorpassarla. Se il poeta non presente eterno, allora automaticamente diventa appena una notizia, documento valido in un determinato tempo e in un luogo specifico. Naturalmente sullargomento i trattati sono numerosi e sarebbe interessante seguire gli eventuali sviluppi del concetto, da S. Agostino a S. Tommaso, da Locke a Lavelle, a McTaggart, ad Hamburger, a Celan, a Borges, ma mi sono reso conto che alla fine si ritorna, come in un circolo vizioso, al punto di partenza e che le medesime domande acquistano ancor pi forza, perch le analisi chiariscono i percorsi, ma non danno esiti certi al fine di stabilire se la poesia debba entrare o no nelle eccezioni di eternit e di durata. ancora Aristotele a dire che la durata abbraccia il tempo di ciascuna cosa vivente e fuori del quale nulla della cosa stessa naturalmente accade, cio eternit nel senso di un indefinito permanere dellesistenza del tempo. E la poesia non stata sempre ci? Da quando ha cominciato ad essere altro? E perch? Pu essere altro? Pu, la poesia, ignorare la durata, non legarsi alla durata e vivere lo spazio dun mattino? E allora che differenza ci sarebbe tra il presente-presente e il presente del sempre come condizione irreversibile della bellezza e delle emozioni? Sostengono alcuni che la poesia dun paesaggio, per esempio, non immutabile. Il Monte Bianco con le sue vette uno spettacolo di poesia senza pari. Eppure arriva la primavera, si sciolgono le nevi e lo spettacolo muta. Muta nella sua oggettivit, non nella percezione, anche se resta poetico. Insomma, la poesia resta, ma essendo spettacolo di poesia conta moltissimo proprio il discorso sulle percezioni: in casi simili anzi preponderante, pi di qualsiasi altra cosa anche se i discorsi sono diversi quando si tratta di opere naturali o di opere realizzate dalluomo, creazioni sentite e realizzate dallintelletto e dallanima. Comunque la si legga, la durata, come eternit o come tempo considerato nella variazione sottile di Bergson, se la leghiamo alla poesia, opera costituita di parole, cio da suoni che devono racchiudere mondi profondi di pensiero e di emozioni, di concetti e di sentimento, diventa difficile comprenderla nella sua essenza. E tuttavia, senza andare alla ricerca di nuove categorie estetiche, possiamo ritenerci paghi nel pensare in maniera piana e nellevidenza di credere che la durata della poesia dipenda da quanta energia si riesce a immettere allinterno del significato semantico, nella strutturazione interiore delle parole, nella rispondenza di armonie e di abbracci prodotti dai corti circuiti delle sillabe non utilizzate a caso. Un poeta resta (e la sua poesia avr valenze dattualit a fronte di qualsiasi rivolgimento o capovolgimento, mutamento o crisi) se avr saputo immergersi totalmente in ci che ha espresso e se avr saputo farlo svincolandosi dagli artifici delle contingenze, se avr saputo dare voce al particolare facendolo diventare universale. I poeti dei nostri giorni hanno saputo trovare, sanno trovare, questo perdersi e riconoscersi nella parola? Hanno saputo, sanno essere interpreti duno spirito perenne che trova fruitori nello spazio e nel tempo? O la misura del tempo e dello spazio non pi quella che conosciamo e se n creata unaltra con le caratteristiche della societ del vuoto a perdere? Anche i risultati scientifici ormai si muovono nellincertezza e Ilya Prigogine, per esempio, fa discorsi nuovi con uno sguardo interessato alle divinit magiche della poesia rimettendo in gioco la fantasia, la creativit e tutto larmamentario che appartiene allarte. Ma non questo il punto; si tratta piuttosto di stabilire se luomo ha rotto un principio e una condizione in cui per millenni ci eravamo adagiati o se invece, non essendo mai stato possibile riuscire a sapere che cosa cova in unopera di poesia, adesso ha deciso di scrollarsi di dosso le alchimie dellimponderabile e vuole a tutti i costi chiudersi in una formula, verificabile ad ogni istante, e prevedibile. Se cos , allora inutile ragionare di estetica, di durata e di poesie. Basta prendere atto che la poesia diventata notizia banale di cronaca e tutto va a posto. E se qualcuno invoca il rapporto miracoloso che scavalca il messaggio tout court, niente da fare! perfino banale sostenere che un qualsiasi professore di scuola media che oggi insegna fisica ne sa pi di Albert Einstein, perch la fisica una conquista che si sviluppa in continuazione e ci che era valido un tempo adesso soltanto notizia storica che servita al dopo. In poesia non avviene niente di simile. Dante Alighieri vissuto otto secoli fa e nonostante che dopo di lui ci siano stati altre migliaia di poeti, resta il pi grande, non soltanto notizia storica, anello per il dopo. Ancora una volta ci viene da domandarci: quale la ragione? Non quella che lo vuole padre della lingua italiana, sarebbe povera cosa e andrebbe, tutto al pi, nel novero dei primati. Allora? Per come ha adoperato il codice? E dopo di lui, forti del suo metodo, nessuno riuscito a trovare una svolta che porti oltre? Ma c un oltre per la poesia? O che cosa? La durata, la sua eternit, dove attengono? Mi piace ripetere spesso che da ragazzo mi capit di leggere i classici russi, francesi, tedeschi e spagnoli in traduzioni approssimative, spesso purgate con forbici da giardiniere. Eppure quelle traduzioni, quelle versioni conservavano la loro forza originaria e la trasmettevano senza che gli autori venissero a perderci troppo. Conosco le obiezioni: se le traduzioni fossero state perfette, se si fosse rispettato al millesimo il senso della loro poesia, avremmo avuto una sensazione ancora pi forte, uno scossone pi energico eccetera. Proprio vero? Einaudi, nel 1972, ha pubblicato Accordi di parole di Tudor Arghezi. La traduzione di Marco Cugno filologicamente impeccabile e rispetta per filo e per segno la lingua rumena, ma io non cambierei la traduzione che Quasimodo ha fatto di Arghezi per nessun motivo. Quasimodo riuscito a trovare una chiave (impropria? E pazienza!) che ha portato Arghezi in Italia e lo ha imposto e ce lo ha fatto godere. Lo stesso si pu dire della traduzione dei testi di Lorca fatta da Carlo Bo. Quella di Macr sicuramente pi precisa, ma meno poetica, meno appetibile. Centra molto la sensibilit e le affinit; Quasimodo un poeta, Cugno no. I classici da me letti da ragazzo, anche quando venivano tradotti da unaltra traduzione, poich sono stati scritti per necessit, conservavano unaura dincanto, lanima degli autori. E in tutto questo non ci pu essere nessuna spiegazione filologica, estetica, letteraria o daltro genere. Semplicemente quei testi sono testi di poesia autentica e anche mutilati conservano la loro sostanza. Hanno quel quid che va oltre tempo e spazio e perdura rendendo le pagine perennemente presenti, fonte di riscontro per ogni epoca. Mi sono preso la briga di trascrivere in un quaderno centinaia, se non migliaia, di definizioni di poesia. Quelle che i poeti hanno dato inavvertitamente e quelle dei teorici, dei critici, dei filosofi. Spesso una definizione contraddice laltra, la offende, la nega, eppure non sono riuscito a ricusarne neppure una. Mi sembra che ognuna abbia ragione pienamente ed strano che anche i poeti pi laici, pi agnostici o calati nella divina indifferenza facciano ricorso a una divinit che sovrintende alla creazione poetica. Perfino Baudelaire e Mallarm si sono allineati, perfino gli autori della beat generation.. Evidente, dunque, che impossibile riuscire a stabilire un criterio unico e valido ecumenicamente che definisca gli ingredienti della poesia, che cosa essa deve avere per dirsi tale, per imporsi. Certo che ci si rif a degli archetipi che dovrebbero circoscriversi nel tempo e nello spazio e che invece si rompono e si ricompongono, come una dottrina religiosa che sa affrontare e adeguarsi alle rivoluzioni delluomo e anche ai cataclismi che cambiano laspetto del mondo e la vita degli uomini. Il linguaggio invecchia, invecchiano le strutture del linguaggio, muta langolo prospettico delluomo singolo e della collettivit, vengono distrutti parametri dogni genere, cancellati mondi, innalzati monumenti contro il nucleare, si fanno viaggi su Marte, si clonano gli animali (presto anche luomo), si coltivano piante transgeniche e di conseguenza si rigenera, nel bene e nel male, la sostanza del mondo, e alla fine se viene chiesto a un intellettuale, a un uomo di media cultura, a un giornalista, a un poeta chi sono i grandi della poesia, la risposta sempre identica: in Italia sar fatto il nome di Dante, in Gran Bretagna quello di Shakespeare, in Russia quello di Puskin, in Germania quello di Goethe, in Spagna quello di Lorca, negli Stati Uniti quello di Whitman. Allora forse ha ragione ancora una volta Salvatore Quasimodo: Sei ancora quello della pietra e della fionda / uomo del mio tempo, e infatti in questa direzione che dobbiamo cercare gli indizi: le opere di poesia avranno da dire sempre qualcosa alluomo, anche quando la societ sar completamente robotizzata . Pi vivremo dentro la virtualit, pi saremo spogliati della nostra parte di bellezza e di diversit e pi sar necessario inseguire una fata morgana per non perire dentro luniformit e dentro il grigiore del non detto. Tutto ci a patto che la fata morgana non diventi un surrogato e una finzione dellillusione. Ogni opera poetica riuscita come il cuore di Prometeo; si rigenera, e pi laquila della sociologia, della politica, della scienza, della tecnologia morde e inghiotte e pi la poesia trova la strada per riappropriarsi delluomo ridandogli legittimit dessere, di esistere con identit distinte. Ecco perch la poesia non ha bisogno di concatenamento e di crescita . Nella bagarre e nella confusione di tendenze, di scuole, mistificazioni, gruppi, camuffamenti, rivalutazioni, mutamenti e trovate la poesia imbocca sempre il varco per ritornare padrona, per restare pi che un sostantivo, un aggettivo. Non solo, anche nelle considerazioni dei critici hanno poco valore e poco peso le distinzioni e le esasperazioni, e se nel pieno della dittatura di una scuola viene fuori un poeta che ha altro timbro e altra natura, non si fa fatica a riconoscerlo. Il caso di Penna valga per tutti: in pieno ermetismo si afferma un neogreco. Leternit, la durata non amano le distinzioni dei generi, delle scuole. Posizioni davanguardia, di retroguardia, di eccessi si perdono col passare del tempo. Certo, la novit suscita interesse nel momento in cui si affaccia, ma se poi non dimostra di non essere appena una trovata, non resiste. I secoli pareggiano il conto. Quando noi adesso diciamo classico non ci soffermiamo a pensare che tra Omero e Virgilio corrono dei secoli, e cos tra Virgilio e Dante, tra Dante e Campanella, tra Tasso e Foscolo. Messa una pietra sopra le agitazioni delle avanguardie, sulle recriminazioni, e stemperate le passioni, chiarite le posizioni ideologiche e metodologiche che hanno sempre sapore politico (non casuale che fino a cinquanta anni fa i cattedratici non si occupavano, non volevano occuparsi di poesia o narrativa contemporanea), rimangono i testi, creature nude alle quali potremmo togliere perfino la paternit e lappartenenza a unarea geografica, a un momento storico. Se questa nudit sapr trovare ad ogni epoca successiva un vestito (non per coprirsi, ma per adeguarsi alle mutate condizioni) e sapr accendere lo sguardo di qualcuno, linteresse, la curiosit, vorr dire che avr saputo conservare la purezza, la bont, la concretezza originaria, la verit del sempre, e trover con naturalezza laccoglienza del lettore che non si sentir appendice lontana nel tempo, ma consanguineo e perfettamente dentro la solarit accesa delle sillabe, a tu per tu con il senso del divenire. Ma qui il discorso diventa metafisico e forse un tantino astratto. Meglio lasciarlo aperto, sempre sotto lidea che qualcosa di mistico e di irrazionale cova dentro la verit inafferrabile della poesia Sempre stato cos. O a un certo punto abbiamo perduto la memoria delle ragioni dellarte? Del suo corpo, delle sue qualit, delle sue capacit prive di qualsiasi barriera? Non bisogna dimenticare che quando Adamo ed Eva uscirono dal Paradiso Terrestre erano analfabeti e non furono sfiorati dai problemi della durata della poesia. Fu allora, comunque?. Viene da chiedersi se recentemente non sia stato ribaltato anche il concetto di durata e di eternit, rendendolo pi limitato, smarrito in una identit ambigua e sfuggente e se addirittura non si riscritto un trattato di sociologia che confonde la durata con la precariet, la cronaca con la storia. Se cos , allora bisogna cancellare le biblioteche, raderle al suolo e ricominciare da zero. Un imperatore cinese tent una simile operazione per far ripartire la memoria da lui. Vogliono forse, seppure con mezzi diversi da allora, anche Maurizio Cucchi, Riccardi, Vivian Lamarque, Valentino Zeichen, Roberto Mussapi, Mario Santagostini, Tiziano Rossi, Angelo Lumelli, Mario Baudino, Franco Buffoni, Jolanda Insana, Biancamaria Frabotta, Franco Loi, Luigi Ballerini, Gianni DElia e Pier Luigi Bacchini azzerare la storia, cambiare il concetto di durata? Siamo a un bivio? Allora mettiamoci al lavoro, ricusiamo ogni cosa, distruggiamola. Le fiamme rigenerano. Non deve restare un solo verso di tutto ci che stato scritto e edito fino al 2006. Sgombriamo i cervelli, i cuori, le anime, la psiche, ripartiamo, ma per non essere comunque mai notizia, cronaca, enunciato, balbuzie, gesto gratuito, se vogliamo rifare poesia. La poesia non sopporta ingerenze estranee, anche se si serve di tutto e di tutti. Il partito di quelli che credono che senza i grandi poeti del passato saremmo arrivati al medesimo grado di civilt odierno esiste. Ma i ciechi, ahim!, purtroppo ci sono sempre stati. Si sente ripetere che la poesia inutile, ma poi tutti la praticano, magari senza leggerla. S, c un grande bisogno di scrivere poesie (non di leggerla). Ma chi ce lha questo bisogno? E perch? Che sia eco di eventi perduti o ritrovati, non porta giovamento che si possa verificare. Allora? Qui si aprirebbe un altro interessante capitolo. Ma se le domande si affollano anche perch lettori e giovani poeti sono disorientati, anche quelli che ostentato iattanza e arroganza. Lo sconcio stato perpetrato, gli esempi sono visibili a tutti: la maggior parte della poesia degli ultimi cinquanta anni immondizia. Non produce echi, non stimola, non accende, non indigna. Piccoli ragionamenti che i poeti fanno addosso a se stessi, con un io logoro e disorientato e privo di qualsiasi coraggio. Non questa, la poesia, ma altro, sicuramente un gesto di sorpresa che sorprende e porta in dimensioni che esulano dalla quotidianit. Per questa bastano i giornali e la televisione, roba che si consuma in un batter docchi. Chi vuole fare poesia invece deve prendere la corriera che parte a capriccio e non va in nessuna direzione. Lincanto nel viaggio, la scoperta nellincontrare la parola che illumina e come un fuoco dartificio ci fa scoppiare nelle mani e negli occhi il senso dellimmortalit vissuto , purtroppo, per un attimo. Ma si tratta di un attimo da cui visibile passato, presente e futuro, proprio come ci racconta Borges.

(Tratto da Polimnia n7, Editoriale, Dante Maffia, www.polimnia.it)

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