Gaia Stivaletta
Il male cosmico: come Leopardi può aprirci gli occhi
“O natura, o natura, / Perché non rendi poi / Quel che prometti allor? perché di tanto / Inganni i figli tuoi?”. Leopardi scrive questi versi in “A Silvia”, poesia dei “Canti pisano-recanatesi” e una delle più celebri dell’autore.
Uno dei temi centrali del componimento, che poi si dirama in tutta la produzione del poeta recanatese, vede il destino dell’uomo segnato dalla cecità di una natura maligna: una legge meccanica regolatrice, indifferente alla sorte delle sue creature, che cura solo la sua prosecuzione ed è responsabile di aver inculcato nell’uomo il desiderio di felicità infinita senza concedergli un mezzo per il suo raggiungimento.
Leopardi, attraverso la sua complessa sintassi e il suo linguaggio aulico, rovescia alcuni meccanismi della realtà che tendiamo a dare per scontati; tra questi, l’idea di un bene che pervade la dimensione empirica e di un ottimismo che anima i cuori della gente: il pensiero del poeta, invece, è tagliente e penetrante, tanto che sarebbe impossibile parlare di pessimismo senza citare il suo nome.
Il male assume il ruolo di una presenza prepotente e invadente, una divinità che regola il mondo, “Re delle cose, autor del mondo, arcana malvagità, sommo potere e somma intelligenza, eterno dator de’ mali e reggitor del moto” (Ad Arimane), che torna anche nel componimento “A se stesso": “Omai disprezza / te, la natura, il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera, / e l’infinita vanità del tutto.” Citando Pascoli, possiamo definire la terra come un “atomo opaco del Male” (X Agosto).
Nel corso della storia della filosofia e della letteratura, tanti sono stati gli intellettuali a interrogarsi sull’origine e la sostanza del male, a partire dai greci, che hanno attribuito la colpa della presenza di questo flagello nel mondo a Pandora, donna dall’irrefrenabile curiosità che aprì il nefasto vaso liberando morte, malattia e discordia.
Socrate, celebre filosofo del V secolo a.C., aveva concepito il male non come sostanziale, ma piuttosto come ignoranza del bene, sfociando in un intellettualismo etico che sarà demolito, per esempio, nella Germania nazista, teatro di atrocità concepite in un contesto europeo colto. Platone, che nel Timeo introduce la figura del demiurgo, plasmatore della realtà sulla base delle idee perfette, concepisce il male come parte strutturale della materia, che oppone resistenza all’opera del divino artefice.
Nella filosofia cristiana, in particolare per Sant'Agostino, il male non è una sostanza creata da Dio, ma una privatio boni, e si divide in male morale, che coincide con il peccato, e male naturale, conseguenza del peccato originale.
La filosofia moderna, inoltre, ha sottolineato la presenza del male nello stato di natura dell’uomo: Hobbes descrive la condizione pre-sociale riprendendo le locuzioni bellum omnium contra omnes e homo homini lupus del commediografo latino Plauto, mentre Hegel, nella sua teoria del “travaglio del negativo” , identifica il male nel tempo, la crepa all’interno dell’Assoluto necessaria, però, per il ricongiungimento con esso; più tardi, Schopenhauer il male come principio da cui il mondo dipende, incuneato nella Voluntas che permea tutta la materia. Infine, Nietzsche, in Al di là del bene e del male, vede questo concetto come un prodotto della morale convenzionale che i filosofi devono superare per elevarsi.
Parallelamente al pensiero filosofico, gli autori della letteratura mondiale ci hanno fornito la loro rappresentazione e personale visione di questa entità. Ammirando il dipinto “L’ange déchu” del francese Alexandre Cabanel, veniamo pervasi dai sentimenti di furia e disperazione che bruciano nelle vene di Lucifero, consumandone le carni e la psiche; è il diavolo, dunque, l’incarnazione del male per eccellenza, figura alla quale John Milton ha dato particolare lustro in “Paradise lost”, trasformando il suo gesto repellente in fascinazione e seduzione.
Il diavolo è presente anche nell’opera di Goethe “Faust” con il nome di Mefistofele, nelle tradizionali vesti dell’ingannatore, ma con un taglio più cinico e ironico; inoltre, assume i panni del misterioso Woland ne “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, intrecciandosi alle vicende e ai destini dei protagonisti. Un’altra opera che ha cercato di dare corpo al male è “Dr. Jekyll e Mr. Hyde” di R. L. Stevenson, nella quale Mr. Hyde, uomo ripugnante e deforme, rappresenta l'alter ego del gentile Jekyll: è un concentrato di degradazione fisica e morale, che dà sfogo agli istinti più bassi e primordiali dell’uomo e vive alienato da una società che lo disprezza, secondo le rigide regole morali dell’Inghilterra vittoriana.
Il deterioramento interiore ed esteriore causato dalla preponderanza del male nell’animo dell’uomo è magistralmente descritto nell’opera “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde, nella quale il protagonista mantiene il vigore della sua bellezza grazie a un ritratto che invecchia al posto suo; mentre Dorian sperimenta i livelli più bassi di avvilimento morale e le incontenibili ebbrezze dei piaceri più sfrenati e superficiali, il quadro porta il vulnus del suo stile di vita in pieno gusto decadente.
Allo stesso modo, nel dramma “Salomè”, Wilde analizza il comportamento dell’assassina del Giovanni Battista con tutte le sue tendenze più macabre e grottesche: un personaggio femminile la cui etica è dettata soltanto dall’egoismo, dal vizio e dalla malizia, che diviene parodia della gente comune dell’età del satirista irlandese.
Interrogandosi sul male , facciamo riferimento a “Frankenstein” di Mary Shelley, opera che ribalta paradossalmente l’immaginario collettivo e rende mostruoso l’uomo che dà vita a una creatura orripilante, ma dal cuore buono: l’allontanamento di Victor e il disgusto che prova nei confronti della sua creatura portano il mezzo-uomo a covare dentro di sé il sentimento della vendetta, che sfocerà in una corruzione profonda della sua anima, l’opera lascia ancora adesso i suoi lettori con un sapore amaro in bocca, riflettendo su quale dei due personaggi incarni realmente il male.
A proposito del problema del male cosmico, il Professor Guido Brunetti scrive: “Filosofi, artisti, poeti, scienziati hanno da sempre mostrato il mal di vivere dell'essere umano, l'assurdo, il male. Oggi poi la società è incapace di apprezzare, accogliere e comprendere la cultura. C'è ostilità per la cultura, un atteggiamento definito "oicofobia" e "antropofobia" (A. Finkielkraut).
Una società secolarizzata, desacralizzata, sdivinizzata, caratterizzata da relativismo e riduzionismo. Non ci sono verità assolute o certezze, l'eclissi di tutti i valori. Abolito il logos. Un mondo disertato dal divino. La morte di Dio teorizzata dal nichilismo.” Si evince, dunque, l’idea di una società progressivamente in degrado:
“Oggi, il mondo sembra assopito, confuso, stressato. C'è un vuoto esistenziale, senza una meta. L'umano è sempre più cosa rara. Non riusciamo a sconfiggere l'aggressività, la violenza, la volgarità. C'è il declino dell'umanità. E' tramontato l'autoritarismo e si è imposto il "lassismo", determinando un vuoto e uno smarrimento, già previsto da Nietzsche, il quale profettizzava l'arrivo di un mondo in cui i valori avrebbero ceduto il passo al caos e alla volontà di potenza degli istinti.
L'uomo si crede onnipotente, ma è fragile, frantumato in mille pezzi, in mille modi di essere e di vivere. La crisi è dunque di natura antropologica. Il pensiero debole, quello post-moderno e post-metafisico, ha generato un essere debole che si trascina verso il nulla.
Affiora un mondo alla deriva, ove quello che era solido è diventato liquido e obsoleto.” È in questo panorama che torniamo a fare affidamento a Leopardi. Guido Baldi, in “Che cosa ci dicono ancora oggi i classici”, scrive: “dalle pagine leopardiane scaturisce [...] una vigorosa aspirazione alla gioia vitale, al piacere, alla felicità, anche se accompagnata dalla lucida consapevolezza delle forze che a quel bisogno si oppongono.”
Leopardi ci invita all’affratellamento, alla condivisione del male del mondo per sopportarlo e alla solidarietà, principi che formano gli anelli della social catena di cui parla ne “La Ginestra”, l’unico barlume di speranza che si staglia su un mare di nuvole nere.
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