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VITE e TRALCI - Antologia di Poeti Georgiani Contemporanei

Argomento: Letteratura

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 09/02/2015 04:49:58

“VITE E TRALCI” - ANTOLOGIA DI POETI GEORGIANI CONTEMPORANEI

 

Novità editoriale per la Giuliano Ladolfi Editore - collana 'Smeraldo' 2014 - Traduttore: Nunu Geladze - Redazione: Marienza Coraci

 

L’uscita di un nuovo libro di poesia va sempre salutato come uno splendido evento, specialmente quando si tratta di un volume a carattere antologico che spazia fra le possibili interpretazioni letterarie di una cultura poco frequentata come quella ‘georgiana’ tipica della Georgia caucasica “terra di vite e tralci” rinomata per i suoi vini corposi. Da non confondere con la serie di volumi di poesia anch’essa detta ‘georgiana’ che mise in evidenza l’opera di una scuola di poeti inglesi attiva durante i primi anni di regno di Giorgio V d’Inghilterra a partire dal 1912 e durata fino agli anni ‘50/’60 con alcune appendici contemporanee.

Geograficamente lontana dal Regno Unito e ancor più distante dalla consorella Georgia regione degli Stati Uniti d’America, la Georgia trans caucasica si estende ad est del Mar Nero, situata sulla linea di demarcazione che separa l’Europa dall’Asia. Una regione prevalentemente montuosa che essendo luogo di transumanza ha conosciuto la migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori ch’erano soliti spostarsi dai pascoli situati in zone collinari o montane, verso quelle pianeggianti e viceversa, percorrendo quelle che erano dette le vie naturali dei 'tratturi'.

Ragione questa per cui tutta l’area caucasica comprensiva del Tajikistan, la Georgia, l’Azerbeijan e l’Armenia, che nel corso dei secoli ha conosciuto le invasioni di popoli confinanti con conseguente dispersione della propria identità etnica, trova oggi un difficile posizionamento socio – culturale distinguibile; sebbene alcune frange isolate, come appunto è accaduto per alcune singole regioni, hanno mantenuto parte di quello che (forse?) era il ‘ceppo originario’ della propria cultura etnica. Ciò nonostante, com’era inevitabile, la comunità georgiana, pur avendo accolto nel tempo contaminazioni culturali diverse (originarie delle regioni limitrofe), sembra aver mantenuto un suo profilo formativo legato alla tradizione orale del culto della ‘rima’ (poetare a braccio) che, se non necessariamente si esprime in un linguaggio ricercato e quindi colto, indubitabilmente si esprime in loquacità verbale, poetica e musicale.

Lo conferma Ivane Amirkhanashvili nell'eloquente presentazione a questo volume che s’apre con una domanda, inaspettata quanto interessante: ‘Dove è la poesia georgiana?’ che, se non altro suona 'curiosa', almeno per chi si trova a dover esaminare un’Antologia poetica di siffatta portata. Infatti basterà seguire nel contesto quello che è poi il filo conduttore della sua interpellanza / riflessione scaturita da una plausibile ragione culturale, detta della ‘ragione libera’, che si impone come uno ‘status intellettivo’ d’una coscienza collettiva popolare:

“In Pshavi, regione montuosa a nord-ovest della Georgia, c’è (sussiste ancor oggi) il culto della rima. Chi vuole essere ascoltato, parla in versi. Gli pshavi, praticamente, parlano in rime. Questo recitare poetico si chiama kaphioba (poetare a braccio). La prima cosa che gli pshavi cercano in poesia è un effetto euristico: una scoperta, una trovata, lo scorgere di un senso che altrimenti resterebbe nascosto; (..) qualcosa di primordiale, costante, archetipico. (..) Il loro modo di ragionare è poetico. Ciò potrebbe spiegare il fatto che la cultura georgiana si è sviluppata sul crocevia della civiltà occidentale e orientale, per cui sempre costretta a difendere la propria originalità” (dalla presentazione di Ivane Amirkhanashvili) col dar voce alle tante ‘voci’ che si levano dal suo passato come dal presente.

Originalità poetica dovuta al rincorrersi della rima sull’impulso creativo che di per sé è ‘creato e/o ricreato’ in musica all’interno della sfera popolare, nell’uso di alcuni strumenti tipici di quest’area culturale, a dimostrazione di modi e possibilità di avvalersi del folclore che sono inesauribili. Infatti ci sono molte tracce di canzoni popolari all'interno della sfera musicale ‘classica’ trans-caucasica e molti sono i componimenti musicali che hanno come sfondo opere letterarie note come ‘odi e canti’, e interi ‘poemi’ della tradizione orale vecchia e nuova.

Ne sono la riprova che le caratteristiche nazionali di espressione poetico - musicale non riguardano solo una questione di tecnica, il collegamento tra passato e contemporaneo s’avvale comunque di un naturale collegamento delle due caratteristiche distinte che, insieme al modo popolare di pensare e di esprimersi, convalidano l'individualità poetico – musicale fin qui preservata. L’antologia presenta uno dei possibili quadri della poesia georgiana degli ultimi cento anni attraverso voci autentiche del vivere di oggi. Si tratta per lo più di estemporizzazioni ricreate dall’atmosfera unica e sola di una realtà geografica austera, forgiata sullo sfondo della solitudine e della speranza tipiche del distacco (forzato) dalla terra natia; dell’agognato ritorno (alla libertà) di fronte al dolore per l’estromissione.

Fino allo sdegno (davvero sentito) davanti al rinunciare (forzato) della cultura originaria, della propria lingua, della propria espressione poetica e musicale, all’interno delle proprie tradizioni. Ecco che, al dunque, alla domanda ‘Dov’è la poesia georgiana?’ oggi possiamo dare più di una risposta soprattutto veritiera quanto profondamente sentita, che la pubblicazione di questa ‘raccolta antologica’ dal titolo suggestivo “Vite e tralci”, la riscatta dall’essere per sempre accantonata. “Infatti, dov’è (oggi) la poesia? «La poesia è nell’erba» diceva Boris Pasternak. Dov’è ancora? Forse nel popolo, nella vita, nella creatività, là dove c’è la vita, la poesia georgiana esiste e si sviluppa e non in ultimo la presente antologia ne è la riprova” (dalla presentazione di Ivane Amirkhanashvili).

Ma passiamo a leggere alcuni passi significativi estratti dall’’Antologia’ che raccoglie autori del recente passato ormai scomparsi ed altri a noi contemporanei: voci di ‘vite e tralci’ di vite future:

 

Di Ana Kalandadze

“Avvolgeva il vento le vette celesti di nebbie lattee…

e mentre laggiù fiorivano le rose,

giaceva la neve sui monti di Javakheti

e giravano burrasche nelle foreste…”

 

“Affido mia vita agli immani uragani infranti

e dispersi nel cielo e sulla terra,

che dal mondo isolati gemono negli abissi! …”

 

“Quando ai vespri la luna nel cielo s’inarca

e si addormenta ogni essere intorno,

cominciano a fiammeggiare gli occhi

teneri delle stelle e sfavilla la neve…

Estesa sui piè di monte

La sfiora, la bacia, la inquieta

La luna diafana dolcemente…

E di un’aureola di raggi

Il Caucaso maestoso Si imperla…”

 

Di Otar Chiladze

“Qui io sono caduto e qui rimango ancora,

son diventato terra e qui ti aspetto;

nel sole, nella pioggia, nella neve mi brucio;

mi bagno, m’imbianco e ti aspetto nel vento…

Cos’altro mi rimane, non sguaino la spada ormai.

Ma tu assolvimi e perdona,

ché non vile cenere sono

ma una nobile terra”.

 

“Ciò che non è stato, non ci sarà mai,

ma quel che c’era, ci sarà per sempre:

si aprirà la strada oppur si chiuderà,

andrà chi deve andare, verrà chi deve…”

 

“Pronunciar ogni parola mi fa soffrire,

apro gli occhi con dolore ogni mattino e

mentre il vento m’esamina il polso

alla pioggia porgo il viso…”

 

“E tentano gli altri al posto mio

Di dilatare il pianto dell’ombra,

ma essa è sola e come una belva

cura le ferite con la sua saliva…”

 

“E poiché te aspetta, abbi speranza –

è graziato da Dio chi viene atteso,

affinché ritorni ai peccati terrestri

un uomo di cui ha bisogno la terra.”

 

Di Besik Kharanauli

“Dove sono i nostri figli, i figli dove sono,

Dimmi Georgia, solo il vento c’è intorno?! …

Esco, cerco, c’è il vento,

loro non ci sono non ci sono i nostri figli,

la Georgia divenne il vento.

Dove sono i tuoi figli, i figli dove sono,

non ci sono durante il giorno,

non ci sono di notte, c’è il vento,

non ci sono, non ci sono, c’è il vento.”

 

Di Isa Orjonkidze

“Vi amai fino all’ultimo respiro,

mi abbattevate, ma vi credevo;

dove siete, se esistete, eroi

(“di questa Georgia mi vanto”!)”.

 

Di Mariam Tsiklauri

“Cosa diciamo ai figli, quando ritorneremo dalla guerra,

quando ritorneremo anche dalla pace,

quando ritorneremo pur dalla morte.

Cosa diremo ai figli –

che cercavamo amore in ogni dove

e non ne trovammo da nessuna parte?

Che la libertà cercavamo e nella schiavitù la reperimmo?!

Bramavamo la felicità e la sventura sposammo?! …

Cosa diremo ai figli, perché li abbiamo generati –

per reggerci sulle loro tenere anime

come sui gradini della scala, per strisciare su,

miserabili noi, verso il cielo,

nonostante esserci rivestiti di una coltre della terra?! …”

 

Ma quelle riportate qui sopra sono indicative solo di alcune tematiche possibili da seguire nel percorso antologico e che, come è possibile intravedere, permettono al lettore di addentrarsi nella filosofia letteraria ‘naturale’  di un popolo, così come in quella ‘convenzionale’ (sociale), maturata all’interno della filosofia propriamente detta, è qui vissuta in quanto ‘norma di vita’. Quella stessa norma che ha permesso al popolo Georgiano di affrancare la propria cultura poetico - letteraria sul territorio riconquistato e liberato dall’egemonia dominante che l'ha accompagnata fino al 1991, data di nascita della Repubblica della Georgia trans-caucasica con capitale Tbilisi.

La sua lingua ufficiale, il georgiano appartiene al gruppo sud-caucasico (cartvelico), di cui rappresenta la lingua franca e l'unica lingua con una propria tradizione letteraria comprensiva di circa 17 dialetti, suddivisi sostanzialmente in un gruppo orientale e in uno occidentale, alcuni dei quali sono stati fortemente influenzati dal linguaggio dominante della regione in cui sono parlati. In generale sono più conservativi i dialetti delle regioni montuose mentre per la lingua letteraria, basata sul dialetto ‘cartiliano’ (pianure orientali), è conseguente della conversione dell'élite georgiana al cristianesimo, avvenuta a metà del IV secolo. La nuova lingua letteraria venne costruita su un'infrastruttura culturale già ben definita, appropriandosi delle funzioni, convenzioni e stato dell'aramaico.

Ad oggi in Georgia vengono parlate anche altre lingue: soprattutto il russo, l'armeno, l'azero. La difficoltà di traduzione da alcuni dialetti presenti sul territorio non ha permesso, fino ad ora, una grande diffusione della poesia georgiana all’estero e la conoscenza dei suoi autori, assenti anche dalle grandi antologie occidentali. Vanno qui ricordati fra i simbolisti N. Jashvili (1895-1937), T.Tabidze (1895-1937), T. Leonidze (1899-1966), V. Gaprindashvili (1889-1941). Tra gli altri poemi conosciuti è notevole il poema di Jashvili “Port-Rion” (il Rion è l'antico fiume Fasi, ben conosciuto dai Greci; Giasone, secondo la leggenda, approdò nella Colchide, parte della Georgia, e Medea, che lo seguì, era dunque caucasica).

Fra i romanzi, hanno conosciuto più d’una traduzione “L'alba della Colchide” (1949) di K. Lordkipanidze (1905) e “Gvadi Bigva” di Leo Kaceli. Interessanti alcuni testi suscitati dalla guerra, come i versi di G. Tabidze “Patria, vita mia” e “II capitano Bukhandze” di I. Abashidze. Alcuni dei quali caddero in guerra, come S. Ispani, D. Napedvaridze, M. Gelovani, Abashidze e G. Leonidze. Nella seconda metà degli anni Cinquanta ci fu uno sviluppo del romanzo, con K. Gamsakhurdiya “II fiorire del tralcio”, 1956), R. Giaparidze “La vedova del soldato”. Fra i poeti più recenti ricordiamo losif Noneshvili (1920-1995), Aleksandr Abasheli (1884-1954). È emerso anche qualche emigrato, come Grigol Robakidze (1894-1962).

Tutto ciò vale anche per la musica, compositori georgiani come Giorgio Gomelsky, Giya Kancheli, Giorgi Latso, Vano Il'ič Muradeli sono raramente citati e ascoltati fuori dai confini nazionali o dell’area caucasica. Pur se alcuni di essi hanno trovato spazi musicali a loro propri in ambito internazionale. È il caso di Giya Kancheli, compositore georgiano di Tbilisi che nel 1995 si è trasferito a Berlino e poi ad Anversa in Belgio, in cui tutt’oggi risiede. La sua musica è comunicativa ed immediata, spesso di taglio spiritualistico, il che porta a paragonarla (non sempre a proposito) ai lavori di Arvo Pärt e John Tavener. Non mancano istanze di ispirazione religiosa e popolare, in particolare nell'apertura della ‘Terza Sinfonia’, o nel suo più recente lavoro ‘Magnum Ignotum’.

Il linguaggio sinfonico di Kancheli è caratterizzato da lenti, ossessivi frammenti in modo minore contro lunghe, angosciate discordanze. Questi passaggi sono talora punteggiati da ‘scene di battaglia’ con ottoni e percussioni. Dopo il 1990 la sua musica è divenuta generalmente più sommessa e nostalgica. Rodion Shchedrin parla di Kancheli come di un "asceta con il temperamento di un massimalista; un Vesuvio represso". In qualità di compositore ha scritto musica da camera, opere orchestrali, opera / coro, ben ‘sette’ sinfonie, e quella che egli chiama una liturgia per viola e orchestra, chiamata ‘Mourned by the Wind’. Il più importante lavoro è generalmente ritenuto la ‘sesta’ sinfonia.

Tra gli artisti celebri che hanno inciso sue opere ci sono Dennis Russell Davies, Jansug Kakhidze, Gidon Kremer, Yuri Bashmet, Kim Kashkashian, Mstislav Rostropovich, ed il Kronos Quartet. Attualmente continua a ricevere commissioni e la sua produzione discografica è regolarmente prodotta dall'etichetta ECM. Anche se rimane molto critico nell'uso del folklore ci sono molte tracce di canzoni popolari georgiane e classiche nei suoi lavori. Solo un compositore veramente talentuoso come Kancheli può sviluppare artisticamente le peculiarità nascoste nella sua lingua e riuscire a mescolare il pop con le ‘assonanze’ più moderne e riesce a farlo solo con la padronanza di ‘colours’ di tono e ‘crescendi’ dinamici che talvolta si rivelano potenti.

Tuttavia risvolti sporadici nella forma orchestrale non sempre possono realizzare qualsiasi cosa contro l'irreversibilità del fato caratterizzato da un ‘dolore’ archetipo che a volte sale in superficie con assonanze di suoni vaghi, più vicini quasi a scene di ‘battaglia’ che si presentano al tempo stesso eroiche e luttuose. Kancheli stesso spiega quanto egli sia stato fortunato ad aver maturato tali capacità per il solo fatto che: «la cultura orientale è stata profondamente radicata in me fin dalla mia prima infanzia e che ho attentamente cercato di trattenere questa eredità. Solo sporadici ascoltatori europei, con alcune eccezioni, s’avvalgono della comprensione di ascoltare un suono individuale dell'Estremo Oriente e ciò perché il suono che ascoltano non può essere totalmente immerso nel loro modello di suono. Questo perché non gli è stato insegnato il modo di connettersi ad altro suono; non è mai stato abilitato ad essere ricettivo nei confronti della musica orientale, con l’unico mezzo possibile, quello della calma interiore, nel quale si suppone che l'ascoltatore sia. La frivolezza e l'alacrità della vita urbana occidentali impediscono all'ascoltatore di giungere allo stato più alto di delizia che viene dai suoni puri.»

Una nota a se stante merita il Teatro “Metheky”, teatro del folklore georgiano e del Balletto Nazionale che si occupa di diffondere le coreografie tradizionali georgiane mediante l’accompagnamento di brani musicali moderni. I balletti vengono messi in scena con musiche classiche e moderne di compositori georgiani, per le quali mai prima d’ora erano stati creati dei balletti. La musica particolare di queste nuove interpretazioni viene realizzato mediante l’utilizzo di strumenti tipici georgiani come il ‘duduki’ dal suono particolarmente vellutato simile all’oboe e il ‘tar’ un particolare strumento a sei corde simile al liuto la cui origine risale all’antica Persia, altresì in alcune orchestre sinfoniche in abbinamento con strumenti della musica contemporanea.

 

Di Besik Kharanauli leggiamo qui di seguito un altro brano tratto dalla “Antologia di Poeti Georgiani Contemporanei” dal titolo molto significativo “La poesia” che bene si presta a chiudere questo articolo dedicato a quanti, come tutti noi di larecherche.it, fanno della poesia una ragione di vita.

 

“La poesia – ventaglio del cuore,

con la quale alleviamo il fuoco

e diamo la caccia alle nostre afflizioni.

Allo spuntar delle poesie

segue la tenue brezza

che fa frusciare come pagine

le nostre anime affannate.

Ma esiste forse qualcosa

che può placare il nostro fuoco

quando sentiamo dietro le spalle

il fiato ardente della vita?!

Possiamo forse affidarci

alle gracili ali di poesia

per raggiungere

l’altra sponda del fiume

affinché ci assidiamo sul ramo

con la speranza di adocchiare i pericoli.

Ma come ci salverà

con un soffio d’anima,

con un osculo soave

mentre noi strilliamo dal dolore?!

Di cosa è capace la poesia?

 

Perché la si afferra come spada,

e la si usa come scudo allora?!

 

www.LadolfiEditore.it


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