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‘SOGLIE’ L’esperienza del pensiero - di Franco Rella

Argomento: Filosofia

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 16/04/2015 11:50:07

‘SOGLIE’ L’esperienza del pensiero - di Franco Rella, Biblioteca Itinera Anterem Edizioni.

 

Vincitore del Premio Speciale della Giuria ‘Opere Scelte’ della XXV edizione del Premio di Poesia Lorenzo Montano - 2011

 

Nella costante ricerca di imbattermi in un libro che desse senso all’affannoso leggere che mi distingue, sono incappato, non proprio casualmente, in un breve saggio di critica letterario-filosofica che a suo tempo mi era sfuggito. Conoscevo già Franco Rella, noto per i suoi insegnamenti di Estetica alla facoltà di Design e delle Arti dell’Università IUAV di Venezia, filosofo e autore di numerosi saggi, anche se talvolta avevo scorso i suoi libri soltanto per ciò che mi interessava nello specifico delle sue argomentazioni su diversi autori in quanto poeti, filosofi e saggisti di rango. Ciò che in passato mi aveva sempre incuriosito della sua produzione letteraria erano i suoi titoli: ‘Micrologie’ – Territori di confine; ‘Lenigma della bellezza’; ‘Il silenzio e le parole’, solo per citarne alcuni, che di per sé preannunciavano il contenuto filologico che mi proponevo di perseguire.

Libri questi di un’oculatezza preziosa, pari soltanto all’unicità artistica di un raffinato cammeo, in questo caso linguistico e di pensiero che raccoglie consenso per la struttura edificante dell’insieme, l’eleganza della lingua pur nella profondità dei concetti espressi, il contenuto ‘complessivo’ dei suoi costrutti filosofici. Perché se una cosa è possibile aggiungere a quanto già detto, tutto ciò si pone nel ‘confronto delle idee’ e nell’ ‘esprienza del pensiero’ che Franco Rella esprime, in comparazione con il proprio essere filosofo, ciò che rende il dialogo intrapreso in ‘vivo’ col possibile interlocutore/lettore. Un meccanismo davvero originale che deve il suo essere anche ‘raro’ se confrontato con altri saggisti a lui contemporanei senza alcun dubbio concettualmente più fumosi, per i quali tutto discende dall’alto o non è dato di comprendere ai comuni mortali, investendo il lettore di una nebbia così spessa per cui brancolare nella cecità diventa talvolta proverbiale. Ma se il silenzio è di fatto il contenitore per eccellenza delle parole, in molti farebbero meglio a restare muti, ascosi dietro le ‘soglie’ individuate da Rella, da cui affacciarsi per guardare le immense profondità e le altitudini del pensiero umano.

Ma proviamo anche noi ad affacciarci per un istante fiduciosi, insieme al nostro mentore salvifico, certi che non ci abbandonerà persi nella nebbia e a digiuno di sapere: ‘che la filosofia non è pane di segale amaro, bensì il setaccio della farina di dolce grano’. Rammento di essere entrato una volta in un bistrò romano solo perché mi piaceva il nome: “C’è quel che c’è”, recitava nella piacevolezza di andare incontro all’inconnu del caso, per poi trovarmi ad affrontare un menù ricco di delizie insospettate. Inutile aggiungere che sono goloso ma, a differenza di Dante, per me i golosi hanno già guadagnato il ‘Paradiso’ per le pene che sono costretti a subire in vita, e per le prelibatezze che hanno saputo inventare e che hanno poi elargito a piene mani all’umanità intera. Sì, che oggi non si farebbe una EXPO 2015 sul cibo a Milano, improntata sulle delizie della gola (e non sulla fame). Ma come si sa noi golosi siamo sempre affamati di cose buone, un po’ come i lettori hanno fame di letture corpose, soddisfacenti l’intelletto come lo spirito e il corpo; come del resto i goduriosi hanno sempre desiderio di sesso e mai appagano la loro fame atavica, con tutto quello che hanno da penare per soddisfarla.

Che non si offenda il prof Rella per questa asimmetrica e antiestetica comparazione, ma egli stesso sospinge il lettore a trovarsi una via alternativa di scampo dalla sua stessa possanza interlocutiva, per cui nell’addivenire della sua spendibilità: ‘la filosofia è il pane e l’acqua della mente’. «Anche l’ Es gibt di Heidegger, e il y a, “il c’è” nella versione francese di Emanuel Levinas, sono intransitivi e impenetranili. (..) (come del resto) Georges Bataille sa, con Nietzsche che “al di fuori dell’apparenza non vi è nulla”, ma sa anche che in questa apparenza c’è un vuoto che “dissimula l’essere”, quell’essere che proprio in ciò che appare, in ciò che c’è, deve essere inseguito, in quanto, come egli dice, (..) tutto “ciò che è più di ciò che è” e ribadisce “ciò che è significa ben più di ciò che è”» - scrive Rella, e la scelta di questo brano da parte mia ovviamente non è casuale, ma ben si attaglia a interpretare un dunque apparente che si pone come ‘soglia’ al goloso (io) e lo spinge a muovere i suoi passi all’interno del bistrò il cui nome invitava a misurarsi con “c’è quel che c’è”. Com'era ovvio, una volta dentro, avanzando lo sguardo sul bancone della pasticceria, ho scorso le ‘soglie’ della mia golosità e mi sono ritrovato a gridare: ‘qui si affoga, si salvi chi può!’.

Ed io non ho potuto non affogarvi dentro. Come non ho potuto, nello sfogliare le pagine di questo libro, affrontare a mente libera, le mille 'sagge' risposte alle mille domande che continuavano a vagare nella mia mente fin dal tempo degli studi liceali (e ne è passata d’acqua sotto i ponti), le cui incognite non potevano essere sollevate dalla sciarada giovanile. “Alla fine di tutto mi metto in gioco, resto sospeso, denudato, in una solitudine definitiva: davanti all’impenetrabile semplicità di cio che è, il fondo dei mondi aperto, ciò che vedo e che non so non ha più senso, non ha più limiti, e non mi fermerò prima di essere avanzato il più lontano che io possa” – scrive Bataille in “L’Esperienza interiore”.

Ma se ciò che intendeva Bataille va riferito alla 'soglia' dell’esperienza erotica, molte altre sono le ‘soglie’ che Rella espone alla nostra comprensione, ponendoci ora sul ciglio roccioso del Grand Canyon, ora sull’abisso delle cascate del Niagara, ora al limite del deserto del Sahara, come anche sulla stazione spaziale che orbita intorno alla terra, ed essere sul punto di dover scegliere. È allora che il coinvolgimento del lettore diventa totale: sprofondare nella gola della terra o elevarsi ‘al pari delle stelle’? Questa la domanda, questo il problema.

Rella umanamente sa che non c’è fine al sapere, alla fame di conoscenza, all’avventura erotica, come non c’è nell’immanenza delle cose; che «La rinuncia alla verità si è declinata spesso come rinuncia al senso. Non si parla più infatti di filosofia, ma piuttosto di saperi, di vari saperi legati alla tecnica e alla sua potenza. » (..) «La vita contro la verità filosofica. La vita nei suoi grandi attimi a cui diciamo sì, come se essi dovessero sempre ritornare. Ma non la vita contro il sapere». «Questa “attenuazione dei confini” tra arte e critica – scrive Rella, (ma anche tra vita e filosofia scrivo io), si pone come un pensiero di stringente attualità. Infatti il ‘nichilismo’ ancora oggi non è vinto. Ha anzi, spesso nel nome di Nietzsche, assunto un carattere dominantee antitragico. È vissuto come il regno del gioco e della libertà, di un pensiero “debole” che scorre sulle cose senza fare attrito sui di esse. Un pensiero 'liquido' come è di moda definirlo, che lascia alle tecniche e alle loro procedure il totale dominio operativo sul mondo e sugli uomini."

Ma, mentre Zigmunt Bauman che riconosciamo come il più noto dei pensatori al mondo, può dirsi fautore della cosiddetta “Modernità liquida”, decostruttiva e disgregante della società in cui viviamo; in Rella di “Soglie” la critica filosofica fa da mediatrice fra una verità ‘altra’ e una realtà posta ‘altrove’, che pure attende una risposta in certo qual modo 'positiva' che va cercata insieme. Allora non ci sono dirupi da evitare, montagne da scalare, le profondità delle cascate si attenuano, finanche le stelle sono più vicine, quasi a portata di mano. Ecco che al dunque, anche la filosofia si posa "sulle cose che sono" da sempre, per farsi ‘metafisica ‘, cioè dottrina dell’universale, ontologia dell’assoluto, vale a dire parte integrante della vita alla quale è necessario dire di sì, fatta di attimi in cui «..la forma e non il concetto è ciò che restituisce il senso del mondo», e come se dovessero sempre ritornare.

Scrive Susanna Mati nella sua elogiativa quanto densa ‘riflessione critica’ in apertura del libro - «Ecco che la volontà, lo spirito si appropria, dicendo sì, della sostanza creativa della vita. La vita nell’apparenza come scopo, l’arte come unica attività metafisica dell’esistenza, il giudizio estetico che soppianta quello morale, la creazione che decide della verità, il mondo vero diventato favola (..) e anche in questo caso, non rimane nulla al di fuori di questa ‘ontologia ermeneutica’, esiste uno spazio residuo per pensare a un possibile oltre? Il mondo intermedio dell’apparenza, che è anche il mondo del divenire e dell’interpretazione che vela, infatti l’abisso, e che non deve mai essere strappato, pena la caduta nel nonsenso (..) che è l’unico nodo che ha davvero interessato la concretezza del tuo percorso. (..) quello che più spesso ti ho sentito dire, infatti è: “che ci sono già abbastanza cose interessanti in quello che cìè, per pensare anche a quello che non c’è”. (..) Che poi esistano delle faglie, delle rotture, che esista un ‘inespresso’, questo qualcosa che non ha voce, che sta oltre il gioco, l’elaborazione e la trasmutaziopne dei significati, e che non transita mai nella forma, non è negato, tutt’altro: ma saggio è limitarsi alle parole, non rinnegarle nell’ulteriorità misteriosa del silenzio.»

A dirla tutta, questo piccolo libro di appena 85 (ottantacinque) pagine fitte è in sé una ‘soglia’ rappresentativa della stragrande conoscenza letterario-poetico-filosofica dell’autore, grazie alla quale possiamo avvenire alla trasgressione di leggere o rileggere tutto o quasi lo scibile conoscitivo contemporaneo in fatto di grandi imprescindibili nomi del pensiero, come Hegel, Kant, Heidegger, Nietzsche, Baudelaire, Bataille, Foucault, Valery, Proust, Sade, Horlderlin, Marx, Freud, Levinas, Mann, Musil, Kafka, Adorno, Benjamin, Blanchot, Kerénji, Luckàs, Popper, e finanche il millenario Socrate nelle pagine di Platone, coi quali il ‘filosofo della critica’ apre un confronto comparato sui testi più importanti, traendone l’essenza stessa del discorso. Pur tuttavia egli, come nel caso di Robert Musil nel brano che qui trascrivo tratto da “L’uomo senza qualità” egli dice sia qualcosa che rasenta la follia:

«La conoscenza è un atteggiamento, una passione. Un atteggiamento illecito, in fondo, perché come la dipsomania, l’erotismo, la violenza anche la smania di sapere foggia un carattere non equilibrato. È questo che fa di lui una creatura piena di contraddizioni, passiva e tuttavia straordinariamente energica». Ma è davvero così? Che quindi tutti noi che perseguiamo l’insana passione dello scrivere, siamo tutti folli, impossessati, maudit, o che altro? «Questa è l’immagine dell’oggetto perseguito dallo scrittore…» – scrive Bataille e che Rella ribadisce stare alla base del pensiero, come della scrittura letteraria e filosofica; e che pertanto:

«Possiamo dire allora che la filosofia nel suo percorso inciampa nella necessità della poesia, così come la poesia si trova confrontata a una profondità metafisica che ne legittima la parola. Sembra che la filosofia giunga al suo centro quando ha attraversato una esperienza che sfugge ai suoi concetti, e che la poesia giunga a se stessa quando si scopre pensiero. (..) Uno scrittore scrive. Non può fare altro che scrivere. Ma cosa e perché scrive? (..) Penso esista una sorta di ossessione, di malattia, dello scrittore per la scrittura, che si anima appunto su quello scoglio in cui la filosofia trova la necessità dell’immagine, e la poesia trova se stessa come pensiero. Uno scrittore scrive perché ha qualcosa da dire, ma in primo luogo scrive per scrivere. Io stesso, mentre avanzo nella scrittura di questo testo, mi rendo conto che il tema della scrittura – dell’ossessione della scrittura e del suo pathos – ne è il vero oggetto. Mi rendo conto che, anche in passato, nel mio vagabondare tra filosofia e letteratura, ero soprattutto interessato a penetrare il segreto dell’ossessione che muove il filosofo e il poeta, o il narratore a impegnarsi in un estenuato, talvolta terribile e pericoloso, confronto con il linguaggio. A descrivere la traiettoria che questo confronto disegna, le tappe di un viaggioche sembra condurre verso una meta che sempre pare sottrarsi, che forse è il cammino verso il volto fuggevole della verità che non è nella poesia come non è nella filosofia, ma nella tensione che spinge il poeta e il filosofo dentro se stessi per superare se stessi.»

Ma non è tutto quì, c'è molto altro ancora. Al fondo del pensiero critico di Rella ci si ritrova tutti seduti alla mensa del 'Sapere', della 'Conoscenza' del principio filosofico che prende forma, che tutti quanti affama. Ed ecco che la tavola è imbandita di pregevoli delicatessen, mentre sento già arrivare un certo languorino in bocca. E se anche voi provate i morsi della fame, eccovi serviti, il piatto/libro è pronto in tavola e ... Buon Appetito!  

 

Nell’impossibilità di dilungarmi oltre con l’elencazione delle tante opere di Franco Rella rimando alle note dell’autore e alla bio-bibliografia contenute nel volume che oggi è parte integrante della Itinera Biblioteca Anterem a cura della Anterem Edizioni di Verona rintracciabile sul sito web www.anteremedizioni.it o scrivendo alla direzione@anteremedizioni.it curatrice della Rivista di Ricerca Letteraria diretta da Flavio Ermini che ringrazio per la cortese collaborazione.


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