Abbiamo già avuto modo di parlare della figura di Andreina Trusgnach Cekova, autrice e donna gentile, garbata, intelligente. A distanza di pochi anni abbiamo una nuova occasione con questo Zvoki zgubjeni/Suoni sperduti testo vincitore nel 2025 della undicesima edizione del Premio “Arcipelago Itaca” per una raccolta inedita di versi non opera prima, e dunque meritevole di dignità di stampa. Per chi non è avvezzo a tale scrittura sarà balzata certamente agli occhi la doppia versione, in italiano e, chiariamo subito noi, nel dialetto sloveno delle Valli del Natisone da dove la cara Andreina è originaria. Più esattamente, aiutandoci con quanto avemmo già modo di riportare la “Benečija slavia veneta o slavia friulana, in quell’area di confine con la Slovenia che va da Tarvisio a Muggia, e insediate da popolazioni parlanti diverse varietà di lingua slovena- appunto- a risalire al VI-VII secolo. Zone segnate nel cammino di sangue del secolo scorso da processi di segregazione e progressive cancellazioni il fascismo della minoranza slovena, a proposito di identità, capillarmente, violentemente assimilando a quella italiana”. La formazione, l’abito a cui è stata da subito educata, entro un’ indole affermativa e assertiva di cui è portatrice, tra l’altro, hanno contribuito allora al farsi di una voce mai retrocedente piuttosto oppositiva e testimoniante a fronte di uno scenario di desolazione e gradualmente di spopolamento del suo territorio, di svuotamento, i giovani soprattutto nel rimarcare delle assenze. Ed ancora, inevitabilmente, “la lingua, un dialetto d’origine slovena, che si parla sempre meno, i campi che vengono abbandonati, i muretti a secco non ripristinati, come le case, le rimesse e i capanni, in totale disfacimento, dismissione o abbandono” come da esatta sintesi di Manuel Cohen nella motivazione del riconoscimento del premio. Questo in particolare nella prima parte dove ritroviamo ancora intatta e civilmente alta la sua riflessione (anche delle responsabilità storiche del nostro paese nei confronti di detta comunità) a partire dagli effetti sulla quotidianità di scoramento e solitudini; viepiù soprattutto se la memoria è la sola presenza di un qualcosa di altrimenti aderente solo negli odori, nello spazio di interni di cui il dolore è il solo non fantasma. Il dare corpo alle parole è ritrovarle dunque nella carnalità stessa dei ritorni, se trattenerle è provare a trattenere tutte le perdite proprio ora nel grande bisogno: “Ora che vaghiamo/ senza alcun sostegno/ sull’orlo dell’indefinito// ora che piove senza tregua/ e tutti gli ombrelli/ sono (rimasti) là dove non servono a nessuno”, risolvendo gli interrogativi all’interno dello stesso movimento del dirsi. Eppure non è solo questo il referente del dettato, vi si intreccia infatti assorbendolo e illuminandolo insieme, quello di un’intimità personale (come da carattere di questa poesia che ha tra le pieghe della ferialità la forza della sua pienezza), raccontata nella domesticità di una vita raccolta attorno ai suoi bisogni e alle sue naturali aspirazioni, alle sue ferite e ai suoi invecchiamenti, il tutto nella costanza di un amore che ha nelle sue più diverse figure il suo affidamento e il suo insegnamento. Ecco allora a proposito di insegnamenti il ricordo raffigurato della madre nei cui affanni e nei cui sudori dal suo osservatorio di bambina ora viene a riconoscersi (“Stendevi la vecchia giacca sull’erba/ mi dicevi di fare la brava/ e mi chiedevi di aiutarti a pregare/ nella fatica che per te mai aveva fine”),e quella del padre e della sua scomparsa, di quel cielo a cui sempre nella giovinezza nello sguardo alla volta, nel pianto, sentendo le stelle vicine il provare a convincersi che il padre stesso fosse una di loro. Di qui, nell’amore pure ricevuto ed offerto, scambiato nella tenerezza del trascorrere coi cari e la persona amata, a resistere ma anche a spingere a uscire, e a non lasciarsi vincere, la stretta di una morsa addossata ancora alle sue crepe. La vita e l’amore come un apprendistato, come cura di un’anima scorticata, e nella sostanza fondamentalmente gioiosa, e presente e vera là pure, e siamo nell’ultima parte del libro, la malattia si affaccia e risucchia in tutta la sua malagrazia. Hospice e asetticità di stanze, condivisioni di buio e gelo di silenzi, sì.. ma anche consapevolezza di una vertigine a cui non si può sfuggire come nel suggestivo accostamento col paesaggio disboscato (“il pericolo/ non più nascosto/ l’inattesa profondità”), nella paura già affrontata perché dichiarata in tutta la nudità della strada. Di qui, pure, la presenza di una natura splendida perché anch’essa vera e non indifferente con le sue ombre e le sue nebbie, il suo fiorire e il suo confondere, il suo soggiogare anche entro cui la parola seppure nel silenzio della pronuncia cercando deposito e lascito ne rincorre l’amore approssimandola infine- magistralmente- nel sentore della sua partecipata potenza. Andando a concludere non possiamo non confermare nei suoi motivi fondanti- l’identità, la terra nella carnalità e nella spiritualità dell’insieme, la fatica dell’amore- una scrittura e un’autrice preziosa cui auguriamo tutta l’attenzione che merita.