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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Risalendo la via Monte di Dio

di Teresa Nastri
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Pubblicato il 14/01/2016 08:26:41

Risalendo la via Monte di Dio

 

Che andirivieni! Napoli non si riposa mai, e ha infettato pure me che mi sentivo al riparo da spinte verso comportamenti non finalizzati. E dove mi trovo ora? A ripensare a tutto lo sciupìo di energie psichiche che non hanno prodotto niente, niente... "Ahi!, mi scusi, la prego". Ma che cavolo c'entrano le mie scuse, se è lui che mi è venuto addosso? "Signora, la smetta di scusarsi sempre", me lo hanno detto in tanti... Quella volta fu proprio un bell'esordio, mi pare ieri. Piazza Borsa, in attesa di un mezzo per raggiungere Piazza dei Martiri. Sotto la pensilina un gruppo di aspiranti viaggiatori si precipitò tutto insieme verso il tram, altri arrivarono correndo da tutti i lati, e io continuavo educatamente a spostarmi, e poi quell'uomo scuro e barbuto mi afferrò per un braccio e mi spinse sul predellino. "Signurì, ma addò ve crerite e essere, ccà stammo a Napule... Saglite! "  Quella mano puzzava, ma io credetti di aver imparato una lezione di adattamento di tipo darwiniano... Macché! ho continuato sempre a occupare spazi residui nella canèa metropolitana. Forse ha ragione Piero... "ma a che ti serve? cosa ci guadagni a seguire un seminario che al massimo può contribuire alla formazione dei laureati più giovani. Ormai quello che è stato è stato. Punto e accapo. Inutile illudersi... ma tu cerchi degli alibi, sono sicuro, tu sfuggi a te stessa, solo che poi cerchi di far ricadere su di me i sensi di colpa..."

Ah, ecco il negozio dove trovai quell'appendino Thonet. Piero manco se ne accorse che era un pezzo autentico. Ma... ne hanno un altro... No, non m'importa niente della casa, mi devo liberare dall'assillo di renderla più gradevole, almeno secondo l'ottica da cui la guardo. Tanto lui se ne frega... Tale e quale come per quello che scrivo. Quando mai mi ha chiesto di leggere un lavoro in fieri...

Eppure una stanza "tutta per me" (chi lo scrisse, Virginia Woolf?) teoricamente c'è, ma è il tempo che non mi appartiene mai del tutto, quando è in casa trova sempre un modo per interrompere i miei tentativi di concentrazione, forse è una forma di gelosia... Ma se guarda la tv non mi vede e non ha più la minima percezione della mia presenza, mentre io quel ronzio lo sento sempre, e non è il rumore che mi distrae, è proprio quella presenza che continua a farsi sentire, a dirmi che c’è e che il mio tempo non è mio del tutto, che può reclamare da un momento all’altro la mia attenzione... Niente da fare, sono in trappola... Ieri per esempio, mentre cercavo di preparare rapidamente la salsa per la pasta mi è venuta un’idea nuova, mi sembrò subito importante, per un momento pensai di asciugarmi le mani e andare ad appuntarla in qualche modo, per poi ritrovarla e lavorarci su; ma ero in un momento difficile, avrei dovuto anche spegnere, interrompere del tutto, e invece pensai che non era necessario, che quell’idea non poteva più sfuggirmi, tanto mi si era presentata chiara e distinta alla mente, era mia, ecco... Che menzogna! nulla è più mio, da tanto tempo, neppure i pensieri che non riesco a ritenere per più di qualche minuto se non li fisso nella concreta esistenza di un embrione, poche e scarne parole che formano un DNA... Che strano, poche parole diventano formule capaci di ricomporre un mosaico intero... Ogni volta così; poche parole e - sebbene con qualche sforzo - l’idea ritorna, la traccia si tinge di rosso, il filo di Arianna si fa visibile sullo sfondo piatto e cavo insieme, uno schermo grigio, il grigio dell’assenza in una casa che è solo un punto di transito, come una stanza a ore, solo che qui il tempo non ha più spessore né profondità perché è pura perdita, totale svuotamento di essenza... è passaggio d’ombre, ecco... Le idee, i pensieri, sono fantasmi fugaci che non si fermano perché non hanno più presa sulla tua mente, una zucca vuota in cui non c’è rimbombo perché ciò che vi passa è privo di peso, a meno che tu non faccia lo sforzo di conferirgli un’essenza perdurante tramite la materialità delle parole... Anche tanti  anni fa, in Germania, andavo all’università percorrendo il lungo marciapiedi, che è anche percorso per biciclette; guardavo le aiuole ordinatamente fiorite e una idea bellissima d’un tratto riempì tutte le cavità segrete della mente, la invase di luce, pensai di appuntarmene la traccia essenziale, avevo carta, penne, tutto..., ma anche allora mi illusi di poterla ritrovare senza sforzo, tanto essa era chiara e sostanziale, un’essenza incorporea che avevo catturato a volo e che non poteva più sfuggirmi giacché ormai era parte del mio stesso vissuto... E forse è qui il problema: l’enigma di un vissuto che subito smette di appartenerci perché anche il ricordarlo è un’oggettivazione estraniante, un mettercelo di fronte per osservarlo, farne materiale da laboratorio, trasformarlo nella favola in cui ricomponiamo i fuochi fatui della nostra esistenza.

Ha ragione Ricoeur, abbiamo bisogno dell’autoinganno per costruirci un’identità che è una proiezione d’ombre cinesi, le ombre che vediamo dalla caverna dell’Io ingannatore: senza quest’operazione di restaurazione continua noi non siamo veramente nulla che abbia durata, e l’unica esistenza possibile per noi è un’immagine sospesa, una mancanza di peso... Sotto di noi lo spazio infinito che tutto avvolge, ma siamo senza peso, nulla che possa ancorarci - tuffarci in quel vuoto non si può, così è l’inferno, il tondo nulla in cui non siamo più neanche un’ombra, una piega... nulla.

 

Ma è poi un male?

 

 

(8 novembre 2008)

 


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