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Zerofavola: il canto della differenza

Argomento: Poesia

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 13/05/2017 11:12:21

Renato Zero / Zerofavola: il canto della differenza.

Ciao nì!

Talvolta sono le parole a fare la differenza, altre volte è nel modo di esprimerle nel canto o nell’accostarle alla forma che più s’adduce alla poesia a configurare un tuttuno lirico proprio dell’anima alla ricerca di un ‘sé’ errante, nel modo che questa ha di comunicare con l’esterno del proprio essere interiore. Lo sanno gli scrittori impegnati come lo sanno i poeti più ispirati o, forse, i cantautori più fedeli a se stessi; quella sorta di cantastorie migranti che oggi riempiono gli stadi e talvolta le platee sterminate con le loro canzoni, spesso altrettanto ‘vere’, da sembare ‘vissute’ ognuna sulla propria pelle, sulla nostra pelle di ‘ascoltatori erranti’, persi nelle mille disuguaglianze che ci separano l’uno dall’altro, e che pure formano quel tuttuno che rappresentiamo: questa umanità così diversa e così uguale nei sentimenti e nelle affezioni dell’anima.

Diversi sì, ma non nel modo in cui l’abbiamo appreso dalle convenzioni, bensì dissimili perché separati dalle diverse condizioni di vita di ognuno, da ambigue fasce sociali che dividono anziché tenere reciprocamente uniti nella medesima utilità; perché d’appartenenza ‘all’altra gente’, quella massa informe che va tenuta ai confini della società, dove attingere all’occorrenza, per poi attribuire ad essa tutte le malefatte frutto dell’altrui cupidigia, come delle altrui frustrazioni, per l’appunto dalle mortificazioni di una umanità diversa. Due realtà diverse messe a confronto che si rivelano enrambe necessariamente valide, ognuna con il proprio linguaggio, con le proprie realtà da difendere, ognuna con la propria dignità.

Due risme formate di ‘numeri uno’ v/s ‘numeri zero’ che s’incontrano solo o quasi, esclusivamente negli stadi, nei concerti di musica leggera, nelle piazze della movida. L’una per ‘mostrare se stessa’, l’altra per guardare chi si mostra, lasciando che la vita ‘quella vera’ continui a scorrere nell’indifferenza delle parti, ma l’esclusiva è negata a entrambe, fin quando ci si accorge che il divario è giunto all’estremo e si arriva allo scontro, onde per cui si accetta che la disparità fra gli ‘uni’ e gli ‘zero’ è sociale, e lo spazio umano spetta di diritto a tutti in egual misura. Anche a coloro che per ragioni difficili da scandagliare hanno accettato di essere considerati gli ‘zero’ del mondo.

Questa introduzione è alquanto dovuta poiché si vuole qui parlare di ‘canzonette’ come in molti erroneamente interpretano questa forma di canto forse più ‘leggera’ di composizione, dovuta spesso alla rima che scatena una qualche sonorità in più, ma non di meno espressiva e profonda della lirica ‘poetica’ con la quale viene spesso confrontata. Il Nobel a un menestrello come Bob Dylan ci dice forse qualcosa in più riguardo a un riconoscimento che solitamente viene dato a un ‘poeta’ di tutt’altro genere e non che non vi fossero altri cantautori cui attribuirlo (esempio siano Leonard Cohen, Cico Buarque, Vinicius de Moraes ecc.) ma, come si sa una giuria dev’essere libera di fare le sua scelte in autonomia.

Così è che oggi apprendiamo, come già fu per la letteratura attribuito a quel grande che è stato Dario Fo, della possibilità di questo riconoscimento anche per quei cantautori che si distinguono per i testi. Ancor più ci pregiamo che un numero Zero (e chi più di Renato Zero lo è) può autoattribuirsi (anche insieme a Lucio Dalla, Franco Battiato e, ovviamente il duo Mogol-Battisti), il Nobel per aver scritto i testi più significativi di questa nostra epoca straordinaria rappresentativa della musica italiana: stereotipi di quelle che finora erano considerate disuguaglianze sociali, amori impossibili, diversità inaccettabili, mondi lontanissimi, cieli incondivisibili che improvvisamente nelle loro ‘liriche’ diventavano non solo possibili ma estremamente ‘vivi’ da sentirli scorrere sulla propria pelle, nelle proprie vene.

Molti i titoli che andrebbero qui elencati per ognuno dei sopra citati attori e protagonisti di quelli che non stento a definire “i migliori anni della nostra vita”, almeno per noi attenti alle scelte della musica, di quelle varianti che pure l’hanno vista evolversi e diversificarsi nel corso dei decenni. Ciò che più importa è che le attuali generazioni non sembrano abbiano dimentica la lezione di quei ‘grandi’ e accorrono pieni di entusiasmo ad ogni loro rappresentazioni che sia dal vivo che sia ‘in ricordo’ ed esultano al punto di conoscere tutti i testi a memoria e li cantano tutti insieme. Ciò che da la misura della eccezionale forza che questi trasmettono, per cui si può ben dire che ‘il canto fa la differenza’.

Una ‘differenza’ che Renato Zero a vissuto fin dagli esordi in prima persona e a dimostrato di poter cavalcare davanti a tutti coloro che malevolmente lo indicavano come un numero ‘Zero’, a tal punto che il suo non era un amaro ‘voto in condotta’, bensì un giottesco e coerente ‘cerchio’ in cui spendere la propria vita, pur illuminata da mille lustrini e paillettes, di costumi variopinti di autentica poesia. Chi può, ricorda il suo primo affacciarsi al Teatro Sistina di Roma nella minuscola parte avuta in “Orfeo Nove” in cui egli cantava una canzone di Tito Schipa Jr. “Il venditore di felicità” distribuendo sorrisi e brandelli di verità all’indirizzo di un pubblico attonito, quasi sconvolto, dall’energia di quella ‘favola’ ancora bella e stralunata che si svolgeva davanti ai loro occhi.

“Una onesta bugia e una finta realtà di un ragazzo che mai sarà grande..” – canta Renato Zero in “Tutti gli Zeri del mondo” che ha raccolto intorno a sé una fetta generazionale di quanti, come lui all’inizio, non aveva le possibilità di frequentare gli studi, quei tantissimi Sorcini (maschi e femmine all’unisono) costretti a vivere di un amorevole disincanto, in un costante ‘sottolerighe’ del pentagramma della vita, di chi ha provato o prova la dimensione di una ‘diversità’ incomprensibile, rifiutata, socialmente abiurata e che Renato ha sconfessata alla radice, demolendo il castello delle convenzioni, con le sole ‘parole’ della canzone, quella stessa che molti scambiavano per banale favola del tempo.

Favola sì, ma una Zerofavola che egli racconta ormai da ben 30 anni di palcoscenici calcati e che non arretra nella sua dimensione di ‘speranza’ lanciata come un dardo verso quel cielo che ha sfidato con coerenza, mai con superficialità. Lo rivelano i testi delle sue canzoni più belle e più sentite ‘sulla pelle’ di quanti le ascoltano. I più vecchi legati agli anni che furono, e i giovani che per qualche ragione (qualunque essa sia non ha importanza), trovano le ragioni del proprio ‘essere’ che talvolta si allontana ‘nei giardini che nessuno sa’, circondati da quei silenzi in cui tutto si appiana: difetti, incoerenze, tradimenti, sorrisi virtuali, pianti disperati, ma anche emozioni suggestive, sogni irrealizzati, volontà dismesse.

L’invito che Renato lancia loro (da sempre) è quello di non ‘abbandonare mai la presa’, di esercitare il proprio libero arbitrio, di non lasciarsi prendere dallo sconforto della notte che prima o poi arriverà, perché comunque saranno questi gli anni in cui avranno vissuto ‘la favola più bella della loro vita’, allora “..dipingiamolo questo nostro mondo, dell’amore che vuoi, dell’amicizia che rincorri da sempre, dipingiamolo di noi, a noi ci basta un sorriso, una stretta di mano, e ci basti dire ti amo”. C’è qualcos’altro da dire? Sì, c’è molto di più, tantissime cose, un’infinità di cose ‘altre’, diverse ed entusiasmanti, sulla scia delle sue canzoni più recenti, sulle emozioni che si provano nell’ascoltare o, se preferite, nel leggere i testi delle sue canzoni, nella consapevolezza “..di non esserci mai definitivamente perduti o, forse, che è ancora stupendo restare al buio abbracciati e nudi, come gli ultimi sopravvissuti, e che in realtà tutta quella tristezza in realtà non è mai esistita … per tutti gli anni della nostra vita.”

Renato Zero, “l’amico” che nella fotografia è abbracciato a ognuno di noi aspetta di sorprenderci con un ‘nuovo tour’ che prenderà il via all’inizio dell’estate da Roma verso altre città italiane e su quelle “spiagge immense ed assolate che hanno visto nascere mille avventure e mille amori”, sui versi di mille canzoni in cui ognuno ha lasciato il cuore. Intanto un’altra vela và, la favola bella non è ancora finita.


Cio Renà,
è stato bello conoscerti, se alla mia età mi commuovo ancora.

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