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La storia

Argomento: Storia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 25/03/2018 13:25:57

Diverso è il piano di studi che si propone chi mira al solo guadagno, unicamente al proprio «riscatto sociale», alla propria immissione nella «società che conta» (scopi in sé rispettabilissimi, ma non motivanti autenticamente), da quello che liberamente sceglie una “testa pensante”. Chi mira esclusivamente con la sua assiduità ad adempiere le condizioni in cui potrà rivestire una carica e partecipare ai suoi relativi vantaggi, che mette in moto le energie della mente soltanto per migliorare la propria condizione materiale e soddisfare una meschina vanità, entrando nella carriera degli studi non avrà preoccupazione maggiore che scindere quelle scienze che egli chiama «sgobbo per il pane», cioè erudizione per campare, da tutte le altre che allietano invece lo spirito in sé, «in quanto spirito». Egli crederebbe di sottrarre alla sua professione futura il tempo dedicato a queste ultime e non si perdonerebbe mai questo furto. Egli indirizzerà ogni sua assiduità a seconda delle esigenze impostegli dal futuro padrone della sua sorte, e crederà di aver fatto tutto rendendosi capace di non temere quel giudice. Quando ha percorso i suoi studi e, non senza difficoltà, raggiunto la mèta dei suoi desideri, abbandona le proprie guide: perché infatti continuare a curarsene? Primo suo compito è ormai mettere in mostra i tesori raccolti nella memoria, per evitare che essi possano diminuire di valore. Ogni ampliamento del suo “sapere per il pane” lo inquieta, imponendogli un lavoro o portandolo a non utilizzare quello già fatto; ogni importante innovazione lo turba infrangendo l’antica forma scolastica di cui si era così faticosamente appropriato, lo mette in pericolo di perdere l’intera fatica della sua vita di ieri. Chi ha inveito contro i riformatori più della schiera di questi “studiosi a fini pratici”? Chi ritarda la marcia delle utili rivoluzioni nel campo del sapere più di costoro? Ogni luce accesa, in qualunque scienza, da un genio produttivo e felice, rende evidente la loro miseria; essi lottano con accanimento, con perfidia, con disperazione, perché, difendendo un dato sistema scolastico, combattono insieme per la loro esistenza. Non vi è quindi un nemico più inconciliabile, un burocrate più invidioso, un istigatore più intransigente di questo tipo di erudito. Quanto meno le sue cognizioni gli sono compenso in se stesso, tanto maggior remunerazione cercherà dal di fuori; per il profitto degli imprenditori, come per quello degli studiosi, egli non ha che una misura: la fatica. Perciò nessuno tanto si lagna dell’ingratitudine quanto questo tipo di “studioso… a fini pratici”; egli non cerca la sua ricompensa nei tesori del pensiero (non crede, infatti, in ciò che studia), ma la attende dal riconoscimento altrui, dalle cariche onorifiche, dalla carriera. Se questa fallisce, chi più infelice di lui? Egli ha inutilmente vissuto, vegliato, lavorato; ha cercato invano la verità, perché la verità non si è trasformata per lui in denaro, in lodi pubbliche, in favori da parte dei politici di turno.

Quanto è degno di pietà l’uomo che con il più nobile degli strumenti, con la scienza e con l’arte, non cerca e non ottiene nient’altro di più di quanto ottenga il commesso o il “badante” con i più rozzi, che serba dentro di sé nel regno della più alta libertà un’anima da schiavo. Ma ancor più degno di pietà e di pensosa commiserazione è il giovane di genio, il cui cammino, bello per «meriti innati», vien fatto così pietosamente deviare da convinzioni e da insegnamenti dannosi, che si è lasciato convincere a far provviste soltanto per la professione futura con meschina pedanteria. Ben presto il sapere professionale, in quanto frammentario, gli darà disgusto; si desteranno in lui desideri che quel sapere non può soddisfare, il suo ingegno si ribellerà al suo destino. Frammentario gli sembra ormai tutto quanto egli compie, non vede scopo alcuno al suo lavoro né sa sopportarne l’inutilità. È oppresso dalla fatica e da quella che gli appare la futilità della sua professione, così macchinalmente pianificata che chiunque potrebbe svolgerla in vece sua, non potendo opporvi quell’animo sereno che si accompagna soltanto alla matura riflessione, all’entusiasmo per la totalità intuìta. Egli si sente strappato dal nesso delle cose, e a ragione, perché ha trascurato di inserire la sua attività nella grande unità politica e sociale del mondo. Il giurista perde amore alla sua scienza giuridica appena la luce di una più ampia cultura gliene illumina le lacune, invece di aspirare ad esserne un nuovo creatore ed a correggerne con la propria passione i difetti scoperti: quale «potenziale umano» e culturale si perde così – purtroppo tutti lo abbiamo sotto gli occhi. Il medico si sente in contrasto con la sua professione appena gravi insuccessi gli rivelano la inconsistenza delle nozioni apprese; il teologo perde stima per la teologia appena oscilla la sua fede nell’infallibilità di quell’edificio dottrinale.

Come diversamente si comporta una “testa pensante”. Con la stessa cura con cui chi studia per la carriera stacca la sua scienza dalle scienze sorelle, quello si sforza di ampliarne l’àmbito e di ristabilire la sua alleanza con tutte le altre: diciamo ristabilire, perché soltanto un astratto razionalismo ha segnato quel confine, ha staccato quelle singole scienze. Dove lo “studioso per il pane” divide, sintetizza invece lo «spirito filosofico». Egli si è persuaso per tempo che nel campo dell’intelletto come nel cosiddetto “mondo dei sensi” tutto si riconnette, tout se tient, e il suo vivo desiderio di disciplinata armonia non può più accontentarsi di enigmatici frammenti. Ogni sua più elevata aspirazione è rivolta all’olistico completamento del suo sapere; la sua agostiniana, kantiana impazienza non può aver pace sinché tutti le sue nozioni non si siano ordinate in un’armoniosa unità, sinché egli non stia al centro della propria arte e della propria scienza, dominandone il campo con occhio soddisfatto e pacato. Nuove scoperte nell’àmbito della sua azione, se avviliscono quel primo tipo di studioso agostinianamente “gonfio di vana erudizione”, entusiasmano invece lo «spirito filosofico», l’amante della Wissenschaft unitaria nei suoi vari àmbiti, l’heideggeriano cercatore dell’essere e dell’essenza, il mormorante evocatore del passato remoto.

 

© Paolo Melandri (25. 3. 2018)


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