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Momo

di Claudia Lamma
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Pubblicato il 12/09/2014 18:44:06

                                     

 

Aveva detto di chiamarsi Momo.

Sapevo che non era vero, ma non m'importava.

Momo l'ho conosciuto all'alimentari dove faccio la spesa tutti i giorni. Da quando sono di nuovo sola, la spesa è un'eventualità, un  dubbio che amo lasciare appeso.

Non è malizia da parte mia, ma l'infantile  privilegio ad un'incognita,  premessa a un fatto straordinario, voglia di vivere.

Non ho più una famiglia da accudire, né un uomo che mi aspetti. A casa non c'è nessuno, se non le cose con cui debbo fare i conti.

E a me non piace fare i conti.

Mi piace rialzarmi, e questo non va tanto d'accordo con la contabilità.

Momo ha gli occhi grandi , la stessa sospensione incredula dei caprioli che incauti si avventurino nell'attraversamento di una statale a buio fatto.

Confida nella schedina vincente, nella ripresa economica, in quella confidenza di quartiere che gli consente di salutare tutti gli esercenti, la complicità di chi ascolti i segreti di ciascuno.

Mi sorride, tutte le volte che mi vede. Mi critica se compro roba surgelata, mi sgrida se spendo i soldi al take away cinese. Mi ha baciato sulla fronte per molti mesi, mi ha fatto giocare alla schedina e abbiamo perso insieme.

Un pomeriggio tardi è successo che io ero all'alimentari, lui per l'acciottolato a oziare. Uno di quei sabati svogliati che il mondo non considera, la città dorme. Poi quello del negozio di elettrodomestici ha avuto un infarto e Momo l'ha salvato.

Quel cuore è ripartito e noi ci siamo trovati insieme, su quell'acciottolato.

Quel pomeriggio è stato molto liquido, in modo particolare. Forse c'entrava di come il tempo si ferma, quando succedono certe cose, oppure c'entravano le prime frange di un inverno rigido,  un cavolo che io volevo comprare ma per Momo non era bello nemmeno un poco, il fatto che a un certo punto le cose succedono e basta, senza troppi forse.

Il gradino del civico nove ci ha ospitato a lungo, subito fuori l'alimentari. Io mi chiedevo perchè, alla fine, al posto del cavolo avessi comprato altro e ogni tanto dicevo a Momo cose come Meglio che vada, adesso vado.

E poi non me ne andavo.

E in quell'intercalare si è fatta sera.

Il tempo con lui ha modi speciali di trascorrere, armi segrete che ti costringono a inaspettate confidenze, mentre cammini.

Così abbiamo camminato e io gli ho detto di quel ragazzo della libreria e lui mi ha detto di un ricordo che più che un ricordo era un'immagine del suo balcone e di come delle volte quello ti rimane, delle persone importanti, un frammento sensibile che resta impigliato nelle cose.

Il succo di quello che conta è molto concentrato, mi ha detto, indicando in alto.

Io lo guardavo da sotto, un terrazzino come tanti, con le piantine di basilico, qualche geranio.

Per un momento ho immaginato e mi sembrava anche di aver sentito le cose che sentiva lui.

La notte dopo quella sera, dopo quel pomeriggio siamo approdati nella mia casa, che era un disastro di confusione e Momo ha cucinato gli spaghetti coi pomodorini che erano nella sporta della spesa, e anche l' 'nduja.

Aveva una confidenza strana coi miei fornelli, una fiducia cieca che la casa gli rispondesse.

Abbiamo mangiato a notte fonda e io ridevo raccontandogli le mie immaginazioni, il loro percorso dietro i doppi vetri e la condensa.

Abbiamo fatto l'amore per molto, sul divano letto, fra tutti quei vetri. Non avevamo deciso e il divano è diventato il letto come per sbaglio e  alla rovescia.

Per copriletto il piumino arancione, poi le lenzuola blu, poi i cuscini e poi noi due.

Ci siamo addormentati, alla rovescia.

Mi sarei svegliata e non avrei trovato niente, giusto così. Ci ero abituata da molto prima di ricominciare a fare la spesa tutti i giorni.

Non sarebbe stato lo stesso vuoto di quando qualcuno che ami ti lascia prima ancora di andarsene.

Sarebbe stato un vuoto ridicolo, l'inciampo sul gradino.

Ma Momo era lì, le sue mani sulla mia pancia.

Rannicchiato a me, un koala alto, le gambe fra le mie.


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