Pubblicato il 30/08/2010 11:56:32
CASI DI ERESIA E INQUISIZIONE NEI CASALI CAPUANI: IL CASO DI SAN PRISCO (1551-1564)
Introduzione Il Mezzogiorno dItalia ebbe un ruolo importante nella diffusione delle idee riformate nel resto della penisola, soprattutto grazie ai cenacoli che nacquero attorno allesule spagnolo Juan de Valds, che raccoglievano aristocratici, letterati e religiosi, fra cui anche importanti vescovi ed arcivescovi del Napoletano. Una fonte importante sul movimento eterodosso a Napoli e in Terra di Lavoro rimane il Compendium processuum Sancti Officii Romae, qui fuerunt compilati sub Paulo III, Iulio III et Paulo IV summis pontificibus, un manoscritto che riassumeva gli atti del processo al cardinale Morone. In esso interposto un brano in volgare del teatino Antonio Caracciolo, che riassume la situazione dei gruppi ereticali in Napoli e in Terra di Lavoro a partire dagli anni 40 del XVI secolo, che ricopi una memoria circa leresia di Napoli e Terra di Lavoro dal 1540 al 1564, scritta da Giulio Antonio Santoro, cardinale di Santa Severina. Tali fonti sono state autorevolmente pubblicate nel notevole saggio di Pierroberto Scaramella Con la croce al core, Inquisizione ed eresia in Terra di Lavoro (1551-1564), pubblicato in Campania Sacra nellanno 1994. Scaramella ha il merito di aver ricostruito le varie vicende della diffusione delle idee ereticali in Terra di Lavoro partendo dalle fonti essenziali e confrontandole con le fonti dei processi che si tennero in Capua nel periodo 1551-64. Nella seconda met degli anni 40 del Cinquecento il fenomeno si allarg anche agli strati e classi pi bassi della popolazione, dando vita a delle vere e proprie comunit eterodosse con caratteristiche originali rispetto agli altri esempi conosciuti nella penisola. Una figura importante come propugnatore delle idee riformate in Napoli e in Terra di Lavoro fu Lorenzo Romano, agostiniano apostata proveniente da Messina. Egli era un maestro di scuola e soggiorn in Napoli venendo a contatto con Valds e utilizz anche le sue opere. Il Romano soggiorn in Napoli presso lOspedale di Santa Maria di Loreto, in Caserta in pi periodi e anche in Piedimonte e in altri casali di Terra di Lavoro. Altre figure locali furono i casertani Giovan Francesco Alois e Simone Fiorillo, Giovan Berardino Gargano (nativo della regione) e Apollonio Merenda (cappellano dellarcivescovo capuano Arcella), tutti in contatto con i capi della setta eretica capuana.
1. La comunit capuana Le idee ereticali nei casali capuani trovarono diffusione a partire dal 1544, quando alcuni inquisiti affermarono che Vincenzo Iannelli era un pubblico luterano; tuttavia una vera e propria comunit si form solo negli anni 1548-49. Fra i capi della setta capuana, confessati dagli stessi inquisiti, erano: don Ursino e don Vincenzo de Rocchia, due predicatori locali, don Masello e don Francesco Pascale, il canonico della cattedrale di Santa Maria Maggiore Pietro Antonio Cirillo, il notaio Giovan Bernardino Ventreglia e don Lorenzo de Antinoro, altro predicatore capuano. Si trattava di un gruppo appartenente alla classe media, formato da medi e piccoli possidenti, notai e sacerdoti. A questo nucleo principale di eretici locali si affiancavano anche predicatori casertani come Simone Fiorillo, Leucio Gazillo, Lorenzo Lasco ed Ettore Diamante. Figura preminente era, infine, un predicatore tedesco che non fu possibile identificare, che fu probabilmente il punto di congiunzione diretto tra la comunit capuana e i luoghi della riforma protestante. La restante parte del gruppo religioso dei casali capuani era di bassa estrazione: contadini, piccoli artigiani, funari, sarti e muratori. La grandissima diffusione delle idee ereticali port per qualche anno ad attivit parallele a quelle della Chiesa ufficiale con riunioni clandestine, dove si celebrava la cena e si leggevano testi riformati (chiamati generalmente luterani). Gi dal 1549 diversi abitanti dei casali capuani evitavano di seguire le numerosissime festivit religiose. Tra la fine del 1550 e lestate del 1551, in seguito alle dispute teologiche e alle prese di posizioni contro le indulgenze, accaddero delle vere e proprie azioni di contrasto alla Chiesa cattolica. In Santa Maria Maggiore i riformati si riunivano nella chiesetta di S. Stefano, di propriet dellabate Berardinetto, di cui era procuratore Francesco Pascale, uno dei pi importanti esponenti della setta capuana. Vincenzo Iannelli era stato nominato diacono del luogo di culto dal 1549. Un altro luogo di riunione della comunit era quello della bottega di Jacobetto Gentile, dove i riformati si riunivano a leggere il Testamento nuovo e le Epistole di San Paolo. Questi avvenimenti causano la prima grossa azione antiereticale. Ci furono abiure a carcerazioni. Alcuni eretici fuggirono a Ginevra, altri, dopo lunghi soggiorni, tornarono ai luoghi natii dopo lattenuazione dellazione repressiva. Tra lestate del 1551 e il marzo del 1552 avvenne un abbandono delle celebrazioni eucaristiche da parte di buona parte della popolazione dei casali capuani. Ci fece emanare unordinanza del vicario che imponeva a tutti la partecipazione a tutte le celebrazioni religiose. Segu una lunga campagna repressiva e un inasprimento delle posizioni nei rispettivi schieramenti.
2. Caratteristiche e specificit della comunit ereticale Dalle testimonianze degli inquisiti, delle quali alcune estorte sotto tortura e altre rese spontaneamente, notiamo che allinterno della comunit ereticale si insegnava un sentimento diverso della comunione, che rifiutava la confessione sacramentale con laffermazione che Cristo non era presente nellostia consacrata in carne ed ossa, ma soltanto in spiritu. Gli adepti avevano le seguenti credenze: rigettavano la confessione al sacerdote, affermando di confessarsi ogni giorno al Signore; consideravano gli altri componenti della comunit fratelli in Cristo; rifiutavano lesistenza del purgatorio; negavano il giovamento delle messe celebrate per i morti, cos come le elemosine e consideravano le indulgenze soltanto un mezzo lucrativo della Chiesa; inoltre, rigettavano il potere dellintercessione dei santi e della Madonna, accanendosi contro le immagini, considerate degli idoli. Ma laspetto pi interessante e distintivo della comunit protestante capuana era la celebrazione della cena. Vincenzo Iannelli afferm di avervi partecipato dal 1550. Egli dichiar:
li cristiani se devevano comunicare quando si facea la cena la messa non ei necessaria perch Dio ha lassata la cena et la messa non ei necessaria n di domenica n mai de nesciuno d Nella cappella de Sancto Stefano lo dicto todisco represe esso deposante che facea male a far dire la messa perch non lla havea instituita Christo ma lle gente de lo mundo et coss esso deposante crese tale parole et non era bene fare dire messa n vedere quella Erano tre che faceano la cena, notare Ioanne Berardino Ventrillo, donno Ursino et mastro Iacobo de Cayaza habitanti in Santa Maria et esso deposante, et lo dicto donno Ursino tagliava il pane ad felle in la predicta cappella de Sancto Stefano de lo tempo de le vendegne et depoi negei legeva certe oratione sopra dicte felle de pane lle quali otaitone erano in uno libro de loteranj venuto dAlemagna et esse benedicte ut supra ne deva una fella de pane per uno ... accipite et manducate hoc est corpus meum, dicendo dicte parole rozamente et depoi pigliava uno becchiere pieno de vino et nge dicea sopra certe oratione puro de libri luteranj, dicendo tale parole: hic est calix et sanguis meus et altre parole Et dicte dicte parole lo dicto donno Ursino deva ad bevere ad uno ad uno ad tutti che erano ll presente.
Questo elemento pone la comunit dei casali capuani in posizione non perfettamente coincidente con i gruppi religiosi presenti in Napoli e fa pensare ad un rapporto autonomo e diretto con i gruppi riformatori presenti in Ginevra, in particolare con la concezione di Calvino. Il gruppo capuano si dimostr particolarmente compatto per varie motivazioni: le diverse visite fatte da parenti e amici nelle carceri dellArcivescovato, affrontando rischi di una cattura o della denuncia; la rete di informazioni attraverso la quale avvertivano in tempo gli inquisiti per favorirne la fuga; il rifiuto non sempre esplicito di seguire la messa e il rigetto della sepoltura ecclesiastica; rifiuto dellestrema unzione e dellassistenza spirituale da parte dei religiosi appartenenti alla Chiesa Madre Romana, accompagnate dallassistenza dei religiosi appartenenti alla comunit riformata locale.
3. I processi della primavera del 1552 Londata dei processi del 1552 inizi con unindagine del governatore capuano in seguito ad episodi iconoclasti. Questi scrisse immediatamente allimperatore Carlo V che in quel periodo si trovava a Pozzuoli. Le prime udienze furono firmate dai giudici secolari e soltanto in un secondo momento, principiando dal mese di maggio, gli incartamenti furono spediti alla Curia arcivescovile. Contemporaneamente iniziano i processi contro Jacobetto Gentile e fra Vincenzo Iannelli. La Curia capuana, prima di affrontare la fase repressiva vera e propria, mise in campo parroci e predicatori per verificare la disponibilit degli appartenenti alla comunit protestante a ricredersi e ritornare nel grembo della Chiesa cattolica. I parroci in tale fase investigarono e fecero pressioni sui familiari dei sospettati. Lazione dei parroci port i suoi frutti perch gi alla fine di gennaio 1552 alcuni abitanti dei casali di Santa Maria e di San Prisco iniziarono a recarsi dai parroci per pentirsi e confessare i propri errori. Segu la gi citata ordinanza del vicario arcivescovile che obbligava tutta la popolazione alla partecipazione alle celebrazioni eucaristiche. Si cercava di far uscire il gruppo pi compatto allo scoperto. A questo punto diversi esponenti della comunit cominciarono a fuggire fuori della diocesi, mentre altri cominciarono a partecipare alle celebrazioni anche in modo frettoloso ed esclusivamente formale. La Curia capuana in questo frangente per ottenere informazioni sulleresia e sui singoli esponenti della comunit adott la confessione come strumento di delazione e denunzia. In seguito tale strumento fu molto criticato da diversi esponenti della stessa Chiesa cattolica. Esemplari furono le condanne al rogo di Jacobetto Gentile, sarto di Santa Maria Maggiore, e Vincenzo Iannelli (anche Ciannelli o Giannelli), funaro di S. Pietro in Corpo che in maniera diversa ammisero le loro convinzioni religiose. I due avendo abiurato qualche anno prima opinioni eterodosse, furono dichiarati confessus et relapus. I veri capi della setta riuscirono a fuggire, molti altri furono imprigionati e molti individui si presentarono spontaneamente al tribunale arcivescovile. Per costoro le condanne furono pi miti e il fatto discriminante fu che essi non fossero stati citati o denunziati in precedenza. Nel mese di ottobre del 1552 segu lindagine sui beni degli appartenenti alla comunit religiosa per la loro confisca.
3. I processi capuani del 1563-64 I processi del 1563-64 si svolsero sulla spinta della vasta azione antiereticale svolta dallInquisizione romana in seguito ai processi romani di Giovan Francesco Alois e Giovan Bernardino Gargano. Gli inquisiti, quasi tutti donne, erano appartenenti allo stesso gruppo decimato dai processi del 1552; fra loro vi erano molte mogli e parenti degli eresiarchi condannati o fuggiti nel 1552. Nel 1563 la Corte capuana process singoli individui che, pur continuando a partecipare alla vita religiosa e liturgica dei casali, continuavano a nutrire dubbi sui sacramenti e precetti della Santa Madre Chiesa. Molte donne furono condannate al carcere per pene molto minori rispetto a quelle riscontrate nei processi del 1552, ma alla maggior parte di esse dopo poco fu permesso di scontare la pena nelle loro abitazioni. Lunico processo ad un personaggio sconosciuto fu quello a Gregorio Martuccio, funaro di Santa Maria Maggiore, che confess il legame con Simone Fiorillo di Caserta. La sua condanna, emanata in Capua il 10 marzo del 1564, fu a dieci anni di galera.
4. Il caso particolare di San Prisco Le idee ereticali nel casale di San Prisco furono molto diffuse, una prova evidente data dal lungo elenco degli inquisiti nei processi che si tennero in Capua dal marzo al maggio del 1552; infatti, con 31 individui era il casale con maggior presenza di persone indagate (le altre erano cos distribuite: 22 in Santa Maria Maggiore, 9 in San Pietro in Corpo, 4 in Curti; 7 in Stafaro[?], 7 in Capua, 3 in Sala di Caserta, 13 in Caserta e altri 21 di cui non si conosceva la provenienza). Inoltre, occorre ricordare che linizio dellindagine condotta prima dal governatore capuano e poi dalla Curia arcivescovile ebbe inizio proprio in seguito ad azioni iconoclaste verificatesi nel casale di San Prisco. In particolare era accaduto che un gruppo di eretici aveva distrutto una croce e cacciati gli occhi allimmagine di una Madonna in una Chiesa del casale. In seguito alla strategia investigativa e persuasiva della Curia capuana molti individui di San Prisco, insieme ad altri di Santa Maria Maggiore, si recarono dai propri parroci per pentirsi e confessare le proprie deviazioni dalla Chiesa ufficiale. Il gruppo sanprischese era strettamente legato a quello di Santa Maria Maggiore, ai capi della setta; infatti, Giovanni Palmieri, uno delle persone pi in vista del casale, durante un interrogatorio allArcivescovato di Capua, afferm di essere stato contattato da don Ursino, don Vincenzo de Rocchia e da don Francesco Pascale. Dopo le prime condanne esemplari di esponenti della comunit di Santa Maria Maggiore e la fuga dei suoi principali rappresentanti (alcuni in casali casertani e altri direttamente a Ginevra), un gruppo di 8 persone di San Prisco decise di autodenunciarsi spontaneamente per avere condanne pi miti e probabilmente per difendere le proprie famiglie e i propri beni. Essi erano: Giovanni Palmieri, Giovan Battista de Felice, Francesco de Galluccio alias Cappello, Felice de Felice, Giovanni Impaglia, Ettore de Monaco, Marco de Monaco e Tommaso de Monaco. La maggior parte di essi ricevettero una condanna molto lieve: furono costretti a portare cartigli sulla schiena e candele in mano durante i giorni di festa e nelle funzioni sacre; inoltre, dovevano abiurare le proprie colpe dai maggiori pulpiti dei casali della diocesi per tutto il periodo nel quale erano stati in heresia. Felice de Felice, probabilmente gi inquisito in passato, fu condannato a 10 anni ai remi da scontare in Napoli. Nel marzo del 1552 Girolamo di Monaco del casale di San Prisco fu sentito come testimone nel processo contro Vincenzo Iannelli. Questi afferm: di aver sentito dagli uomini del casale che don Leucio di Caserta, abitante in San Prisco, era luterano; di conoscere Vincenzo Iannelli da molti anni ed aveva sentito dire che da circa 8 anni era pubblico luterano; di conoscere bene Ursino de Rocchia in quanto era suo cognato e di essere a conoscenza che fosse pubblico luterano e che non lo vedeva da pi di un mese; di non essere luterano (anche se in un primo momento Vincenzo Iannelli asser di aver inteso dire che Girolamo era anchegli luterano). La comparizione spontanea nella Curia arcivescovile di Giovanni Palmieri, una delle figure principali della comunit eretica sanprischese, incoraggi anche gli altri a compiere il medesimo passo. Il Palmieri il 21 marzo 1552 asser di aver aderito alle idee luterane da circa tre anni, cooptato da don Ursino e don Vincenzo de Rocchia (de Roccia nella deposizione) e don Francesco Gaglione di Santa Maria Maggiore; inoltre, fece i nomi anche di Hettorro de Monaco, Marco de Monaco, Tomaso de Monaco e Janni de Campo Lattaro di San Prisco. Egli afferm di essersi confessato a don Cesare de Fratta, di essersi pentito delle sue precedenti scelte e di essere ritornato alla Chiesa Santa Madre Romana. Dopo le condanne di Jacobetto Gentile e Vincenzo Iannelli (o Giannelli) nel maggio del 1552, fu affrontato il processo contro gli iconoclasti sanprischesi, che si svolse parallelamente a quello principale per le sue peculiarit. Limputato principale fu Jacobo de Baja, che fu condannato al carcere perpetuo nelle regie galere; in seguito la condanna fu diminuita a dieci anni. I coautori del delitto furono puniti con 5 anni da scontare di carcere; si trattava di Caprio de Felice, Antonio de Lillo, Stefano di Mastro Giovanni (o Mastro Janne), Ottaviano Russo e Stefano de Caprio. E verosimile che alcuni di rei confessi di San Prisco, che nel 1552 si erano recati spontaneamente alla Corte arcivescovile di Capua, continuarono in segreto ad aderire alle idee riformate e a nutrire dubbi sui sacramenti, partecipando per alla vita ecclesiastica e alle celebrazioni ufficiali della Chiesa cattolica capuana. Felice de Felice, condannato ai remi per dieci anni, dopo aver scontata la pena non si mostr pentito delle sue scelte religiose, anzi le prove subite rafforzarono le sue convinzioni. Infatti, tent di scappare in Svizzera per raggiungere Ginevra, attraverso la cittadina di Chiancuvac .In seguito cerc di ritornare al proprio casale, ma fu catturato nellagosto del 1563 in Napoli e fu costretto nuovamente ad abiurare nellArcivescovato di Napoli; quindi fu condannato a murarsi come relapso. Nei processi tenutisi a Capua negli anni 1563-64 troviamo anche qualche donna di San Prisco, insieme ad altre di Santa Maria Maggiore, ma non vi fu un grande coinvolgimento di individui, come era accaduto nel periodo 1551-52.
FONTI ARCHIVISTICHE Archivio Arcivescovile di Capua (AAC), SantUfficio, vol. I, Processi, marzo-maggio 1552. AAC, SantUfficio, vol. II, Processi, dicembre 1563-marzo1564.
BIBLIOGRAFIA Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 4592, Persecutione eccitata al signor Santorio che fu poi cardinal et fu detto il cardinale di Santa Severina. M. FIRPO, Il processo inquisitoriale del Cardinale Giovanni Morone, I: Compendium, Roma 1981, pp. 227-229. M. FIRPO, Tra alumbrados e spirituali. Studi su Juan de Valds e il valdesianesimo nella crisi religiosa del 500 italiano, Firenze 1990. P. SCARAMELLA, Con la croce al core, Inquisizione ed eresia in Terra di Lavoro (1551-1564), in Campania Sacra, n. 25, a. 1994, pp. 173-268.
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