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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Domani

di Annalisa Scialpi
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Pubblicato il 02/10/2015 11:30:42

 

     Cos’era accaduto? Credevo di saperlo; o forse no. No... Perché lei non era lei. Non era, non poteva essere lei. Nonna Santina che scavalcava i muretti come un’adolescente. Nonna Santina dagli occhietti lucidi e furbi che diceva sempre… Domani, vedrai. Nonna Santina… Che non c’era più.

La vidi. No, non era lei quella creatura esanime adagiata sul letto come una canna vuota. Per sempre spenta. No… Non era lei. “Nonna, nonna, sono io, rispondimi, nonna nonna!!!”. Mi afferrarono per un braccio, non potevo toccarle la testa, stringerla. Non potevo più toccarla. Mi liberai dalla stretta, incazzato, brancolando tra tutta quella gente, urtando chiunque. - Che cacchio avete da guardare – stavo per urlare. Ma uscii dalla stanza, sgusciando tra quelle facce da convenienza. Fuori. Verso l’aria. Lei era lì.

Martina, dalla valle, mi parve uno scrigno di diamanti lucenti. La bellezza se ne infischiava della nonna che non c'era più. Sui campi ancora illuminati dagli ultimi bagliori del tramonto le balle di fieno emanavano piccole luci che guizzavano nell'erba come tanti pesci d'oro. Sentii quella poesia trapassarmi l’anima, brutale come uno schiaffo in pieno viso. Mi fermai, guardando in faccia l'oro degradante dei fili di fieno. Il vuoto, però, mi prese alle gambe. Mi sedetti. Chiusi gli occhi.

******

          “Ti vengo a pre… Cioè, posso passare a prender…”.

“Ci vediamo domani”, tagliò corto Nadia, con la sua aria impertinente, girando la bella testolina bionda.

“ Nonna... Stasera esco” le avevo detto, con la testa in una miscela di mondi sovrasensibili impastati di emozioni e di paura insieme. Nonna Santina era venuta subito da me, con la sua vestaglia grigia  con le margherite. “Mi raccomando, le donne oggi sono tutte uguali”, bofonchiò. Poi, prese per un braccio e ancora mi domandai come mai quella mano così piccola fosse capace di una stretta così forte ed emanasse tanto calore. Tanto fuoco. Dopo quella rivelazione mi aveva detto di  aspettare. E, tornata in fretta, mi aveva messo in mano dei soldi. “Paga tu, eh! Non fare lo spilorcio o, come si usa mò, il cafone che paga alla romana!” mi aveva ammonito, contraddicendosi. Poi, era corsa. A preparare qualcosa. Lo sentii ancora il calore di quella presa, sul polso, quasi bruciante. Un bruciore più forte del gelo estivo.

     Sentii le mie lacrime. Ma non erano lacrime. Era un fiume. Un fiume incontenibile. Scendeva sulla camicia, sulle mani. Sui polsi. Scendeva e si spegneva col sole che andava a coricarsi, oltre le nuvole. Il fuoco della sua manina sul mio braccio. La nonna era morta. Ma la pellicola della memoria continuava. A srotolare ricordi portati dal vento. Appena soffiando l’ultima brezza di luce.

*****

        “La verità ha mille, forse infiniti volti. Ma questi, per nostra ottusità, sono spesso destinati a non incontrarsi mai”, ci aveva detto in aula il professor Gigli. Rividi lui, la sua figura autorevole, sentii la sua energia, il suo carisma. Sentii il mio amore per lui. La prima volta in cui ammisi di amare un uomo come avevo amato Nadia. Senza differenza alcuna. Gli avevo scritto, finito il corso, una lunga lettera, lasciandola latitare dalla giacca alla mia stanza per qualche giorno. Fino a quando la nonna, un giorno, prima di uscire di casa, mi aveva chiamato.

     “Hai perso questa”, mi aveva detto, avvicinandosi con un'andatura che non era la sua. Aveva la testa bassa. Ma le sue dita tremavano, come le mie. La lettera era caduta. Nessuno si era subito piegato. Poi, però, ci eravamo abbassati insieme. I nostri occhi si erano incontrati per forza. Nei suoi c'era acqua e luce nella stessa misura. Mi aveva preso per il collo, come un cucciolo e mi aveva spinto il volto al suo, con affetto rude. Mi aveva detto che ero uno sconsacrato, che dovevo farmi la comunione e la cresima altrimenti sarei morto nel peccato. Ma mai, mai mi sarei aspettato quelle parole, dette sulla soglia. Quelle parole che mi trapassarono l'anima come una lancia. Una lancia con ali.

“ Non ti dimenticare di dargli la lettera. Il cuore ha sempre ragione”.

La saetta mi bloccò. Mi fece impazzire il cuore. Quando ebbi il coraggio di voltarmi, la nonna aveva chiuso la porta;  io  ero ali.

*****

                                                                     

          Mi ero alzato per passeggiare, ma forse avevo camminato troppo. Dov’ero? Sentii la manica della camicia completamente inzuppata. Spinsi lo sguardo sulla campagna, ma non scorsi più casa di nonna in lontananza. Lontano, latrati sparpagliati, desolanti, a tratti minacciosi. Anche il tramonto si era spento, esiliato ormai in altre regioni. Oltre. Oltre il mio dolore.

Sarei dovuto venire la settimana prima. L’avrei trovata ancora. Invece no: “Poi”, mi ero detto. “Poi, poi…”. Avrei dovuto pensare anche un solo istante al momento in cui non ci sarebbe stato più tempo per dire “Poi”. Ai giorni in cui il poi è già presente, ed il presente è un mai; mai più.

Mi sollevai. Guardai gli alberi, aspettando da quelle cortecce scavate una risposta. Ma il silenzio mi giunse imperturbabile mentre, a tratti, il vento scuoteva i rami più alti che sembravano incidere, furiosi, graffiti nell’aria densa e severa. Chiusi gli occhi.

*****

          “Ho deciso, non voglio più studiare. Lavorerò. Andrà bene qualsiasi cosa: imbianchino, manovale, commerciante. Non importa”.

Mia madre era esplosa in una eruzione di insulti e isterismi. Lei, ragazza madre che aveva dovuto tirare avanti da sola un figlio, senza neanche la soddisfazione di vederlo dottore o, come diceva nonna Santina, professore. La nonna, invece, dopo quelle parole, mi aveva gridato in faccia che ero andato fuori di testa, che qualche donna mi aveva fatto ‘la magia’. Allora prese una ciotola con dell’acqua, vi versò delle gocce d’olio dentro e disse che sì, l’affascino c’era, perché certa gente era molto cattiva. Mia madre aveva continuato a piangere e lei, allora, aveva detto che i fatti nostri erano nostri, che aveva già troppi guai per la testa e, imbronciata e a testa bassa, era corsa a lavare i piatti, ammutolendo, dicendo, ogni tanto: “L’affascino c’è, ma voi, anche… Siete dei rompi…”.

     Cos’era successo? Il mondo, per me, si era spento improvvisamente sotto il peso di tante, troppe  bugie e verità taciute. All'improvviso, era diventato una scatola vuota di senso o un palcoscenico in cui fantasmi in maschera nulla aggiungevano alla mia vita da spento spettatore.

Rividi mia madre, la faccia disidratata e i capelli aridi di tinte strane. La odiai. Per la colpa che aveva lasciato in me, poco prima che mi congedasse dalla sua palude vischiosa. Lei aveva vinto: le sue ansie, paure, morbosità, ossessioni, avevano vinto: ero colpevole. Colpevole di non essere in grado di dare un orientamento alla mia vita. Di replicarle il film odiato, colmo di dolore, risentimento e rimpianto di aver avuto al suo fianco un vigliacco. Un uomo di cartone. Senti, allora, che mia madre aveva ragione: ero uguale al fantasma di padre che intravedevo solo qualche volta, di sfuggita. Come lui ero vapore di maschio. Veliero stanco alla deriva. Bandiera bianca. Il film era lo stesso. Ed io lo avevo proiettato ancora davanti ai suoi occhi cerchiati, neri di realtà.

        L'aroma amaro dei mesi senza senso alla ricerca di un senso s'insinuò, ancora, nella mia mente. E, con esso, l'immagine dei volti incontrati durante il mio randagismo. Anche allora nonna Santina, come sempre, c'era. Presente e lontana. Allontanata dai travagli dei miei turbamenti, dalle inestricabili vie del mio essere confuso, ferito, offeso. In fondo, vilipeso da una vita subita, fino ad allora, per meccanica implicazione. Il sentore di non senso di quegli anni a fare lavoretti sparpagliati sniffando tracce d'amore nel sesso sregolato mi raggelò; avvertì una raffica di vento satura di cocci e schegge taglienti di me salire dagli antri sepolti della memoria. Sollevai gli occhi al cielo, bagnato dagli ultimi soffi della sera. Sentii la sua carezza, dolce come quella di una vera madre. E alla quiete ineffabile, non giudicante, consegnai la mia storia spezzata, accolta dal trancio di luce dopo il lungo campo d'oro e di fieno.

*****

     Nella mia mente poi, all’improvviso, tornò lei. Avevamo un po’ litigato per avere preso ‘in affitto’, come diceva lei, un calice eucaristico che aveva sistemato sulla mensola della cucina. “E’ un buon segno”, aveva detto lei. Allora le avevo detto che mischiava tutto, sacro e profano, che la sua era superstizione: “Cosa?!” aveva risposto, urlando, con la sua espressione burbera e infantile insieme. “Pensa per te, a farti la comunione e la cresima!”. “Mi sono fatto evangelista”, gli avevo risposto per prenderla in giro. “Ora ti do un pugno in testa!”, mi aveva gridato, le piccole mani chiuse che non avrebbero spaventato nemmeno un cucciolo. E, sbuffando e agitando la testa, era andata a sedersi in ginocchio sulla sedia, come se fosse affacciata ad un balcone.

      La rividi poi, sull'inginocchiatoio dell'antica basilica, con me al suo fianco, chiedermi il libricino con le preghiere, quelle che recitava ogni mattina mentre vedeva la messa in televisione col volume così alto da sentirsi fin giù al portone. E, poi, incrociai ancora il suo sguardo, quegli occhi di bambina ferita che avevano imparato a esser duri solo per sopportare la vita. Una vita che le era stata negata da sua madre che aveva scritto per lei uno spartito di dogmi e di servitù. E, poi, i suoi sogni rubati da quel mascalzone che l’aveva messa incinta e abbandonata, costringendola a chiudersi in casa per non sopportare le malelingue di paese. Non era un volto ‘normale’, quello che vidi rivolto al Crocifisso ferito, mentre la sua bocca si muoveva appena, sibilando sillabe incomprensibili ma dense, come se dalle sue labbra strette, che avevano bevuto fino in fondo ogni calice di dolore, piovessero saette in grado di conficcarsi nelle stesse carni lacere del Dio a cui, con fare maschio, si rivolgeva, gesticolando un po’.

     Ricordai il momento in cui appresi il silenzio. Il silenzio che diviene specchio innanzi al quale non si può più fuggire. Il silenzio immenso come le navate, affacciato agli archi e riflesso nei mille, infiniti archi invisibili sepolti nel tempio immenso dell'essere. Lì, vidi il mio io dolorante, ceppo nodoso, a tratti di stoppa, trafitto dalle mie angosce, la mia tristezza, la dannata paura di vivere ereditata da mio padre, fuggito ancor prima che nascessi. Lì, incontrai il mio Cristo e lo sentii gridare nelle mie stesse carni “Hecce homo”. Hecce Homo. Ecco l’Uomo, fuorilegge come me. Ecco l’Uomo: morire ancora nelle cattedrali, golgota freddi ornati di ori e paramenti dove il dolore, l'insulto, la farneticazione del tempo continuano a gridare intorno, sotto, dentro a un ceppo nodoso e sanguinante. Ecce Homo. Io ero quello. Ero questo.

     Dopo quella rivelazione guardai nonna Santina che, immediatamente, si voltò. Il suo volto era dolorante, oscurato dal quadro della madonna nera con gli occhi stravolti. “Ecco, donna, il tuo figlio”, sentii dentro me. Non so per quanto tempo piansi. Con lei. Aggrappata a lei che sapeva di dolce e d'amaro. Di sapone da bucato e d’incenso. Antica e nuova. Ceppo stopposo e germoglio.

*****

      Mi addormentai. E, nel sogno, la rividi. Era ancora lei, coi suoi filini di capelli argento che non aveva mai tinto in vita, quegli occhi scuri ancora infossati nella pelle scavata, la fronte bassa corrucciata.

“ Nonna, perché te ne sei andata così, senza dire niente?”.

“ E che potevo farci”, soggiunse, scrollando le spalle. Poi, però, sorrise. Ma il suo non era più un sorriso a metà, di quelli che le si arrestavano per dire una parolaccia o qualcosa di amaro. Indossava una giacca grigia e una gonna blu scuro e le pantofole con la pelliccia di lana dentro. Aveva quegli abiti che gli avevo sempre chiesto di cambiare con qualcosa di più allegro. Durò poco, quella visione, che subito la vidi, vestita di una gonna rossa e di una maglia con schegge di luce color argento. Aveva il rossetto rosso, quello che rimproverava sempre a mia sorella di non mettere mai. La pelle divenne, improvvisamente, luminosa, le rughe si diradarono e la bocca mostrò un sorriso che non le avevo visto mai.

“ Nonna!”, gridai.

“ E’ arrivato un momento in cui bisogna lasciarmi andare. E, poi, sai, io qui ho molto da fare. Per prima cosa devo andare a un ballo”.

Le lacrime scorrevano a fiumi ed era gioia, emozione e non dolore.

“ Ci si attacca sempre a quello che crediamo. Della vita. Della gente. Ma non sappiamo quello che siamo”.

Fu allora che vidi una grossa farfalla variopinta e scintillante svolazzarle attorno e poi una seconda e una terza.

“ Da giovane volevo fare la cantante, la ballerina, poi il medico, l’avvocato. Dio sa quante cose avrei voluto fare! Invece mi sono solo preoccupata per la vita degli altri che, tutto sommato, è andata. Perché ogni vita, in fondo, va. Siamo noi che ci crediamo troppo importanti”.

Si fermò un istante, poi riprese.

“Tu la conosci la storia di Cenerentola”.

Annuii.

“Benissimo. Cenerentola, a mezzanotte, doveva rientrare. Ed io sono stata sempre una stupida Cenerentola. Sono dovuta sempre rientrare in tempo per non perdere la carrozza. Ma qui non ci sono carrozze. Ci sono solo farfalle. E le farfalle non si sa mai dove ti porteranno. Posso essere qua e, tre un attimo, essere là, tra voi”.

   Tante farfalle presero a svolazzarle intorno, con più impeto, disegnando col fruscio delle loro ali una luce bianchissima che l’investì. E il suo corpo sfavillò come un astro, per poi dissolversi in mille schegge che si incontrarono, per poi sfaldarsi ancorai. Le schegge più luminose andarono a insinuarsi in quelle più oscure, fino a quando scomparì in quella luce che avvolse tutto, me, come il grembo di una madre.

Sentii solo una frase provenire da quella dimensione beata ed era ancora lei, la sua voce.

“Ricordati di vivere, perché c’è un solo peccato: non vivere. Ricordati di vivere e non aver paura di neinte! Noi non siamo quello che pensiamo!”.

Mi svegliai la mattina dopo, con un cucciolo che mi sniffava il viso, bianco. Lo riconobbi: era Pupo, il cane che la nonna aveva tenuto tanti anni, morto di vecchiaia. Lo presi in braccio e lo strapazzai un po’ sul collo. L’aurora avvolgeva in una luce limpidissima i campi, prima che il giorno li assalisse col suo calore abbagliante. Avvertii il suono di un ruscello che, fresco, scorreva. Mi girai intorno per cercarlo e, nonostante non lo vedessi, ne udivo, sempre più chiaro, il suono. Capii. Quel ruscello non era da nessuna parte e, nello stesso tempo, era ovunque. Era dentro di me. Era la vita che, ancora, chiedeva di essere vissuta. Era l’ultimo, grande dono della mia insopportabile e dolcissima nonna Santina. Lo avrei udito anche domani. E poi ancora. Come lei, sarebbe stato per sempre dentro me.


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