Pubblicato il 09/04/2011 14:59:00
Un film di Tom Hopper, ha ricevuto 12 nomination allOscar. Non so confermare o meno la plausibilit di tutte quelle candidature: alcuni personaggi mi sembrano poco caratterizzati, a tratti il racconto lento e approssimativo, si incontrano vere e proprie cadute di ritmo. Di certo il film ha un grande merito: dirotta con maestria lo spettatore da quel contesto storico pregno di tragicit e cos coinvolgente, qual era lapprossimarsi della seconda guerra mondiale, ad un ambito preciso altrettanto tragico ma totalmente altro, nascosto tra le pieghe di una menomazione che da sempre desta una profonda tenerezza: la balbuzie. Il racconto, nella svolgersi di una trama tessuta dai due protagonisti, Colin Firth e Geoffrey Rush, si snoda intorno un incontro e allinstaurarsi di un rapporto umano. Umano perch reale, umano perch dialogico e relazionale: se vero che un rapporto nasce sempre da un incontro, anche vero che incontro ingloba la parola contro: ogni confronto ha, e deve avere, i suoi momenti di scontro per crescere e raggiungere una sua solidit. E quello che succede nel film che pare scandire le tappe di un percorso: lungo il sentiero della conoscibilit reciproca, i due protagonisti partono da molto lontano la deferenza di uno, dovuta al titolo dellaltro per arrivare allunica intimit possibile: quella che trova e riconosce un humus comune nella propria umanit.Lincontro tra re Giorgio VI il balbuziente e il suo logopedista, falso dottore ma esperto psicanalista, laureatosi alluniversit del dolore, quello che ha attraversato la sua terra con la Grande guerra; lui sa dove e quali corde toccare per spingere fino al suo fondo unanima, e poi farla risalire, ma consapevole, dallabisso in cui era rimasta impigliata.
Lincontro tra lalterigia della nobilt, quella blasonata, e la nobilt altra, quella che si proietta sullaltro e gli tende una mano, dorigine squisitamente interiore, rigorosamente umile e disinteressata, alloccorrenza impertinente (se impertinenza serve, com nel film, ad accorciare distanze); di fondo illetterata, decisamente erudita nei rapporti umani: li ha vissuti sulla propria pelle, ed ora capace di proiettarsi verso un orizzonte lontano, lontano da mondanit, apparenze, pregiudizi, opportunismi, l dove si trova lessenza delluomo.
Lincontro tra la ricchezza e la povert, frizione ineludibile da cui sgorga sempre un insegnamento, oggi pi che mai inutile moralismo per i furbi di ogni tempo e stagione. Luomo, per costoro, non solo ha una sua valutazione economica, ma pu ben essere ricondotto, nella sua essenza, esclusivamente ad essa. Riduzione letale, questa, che non svilisce ma cancella luomo dalla vita di ogni tempo: non esistono i principi da una parte, e luomo dallaltra, ma luomo i suoi principi, i valori in cui crede, tutta roba che, vivaddio, non ha prezzo. Dallintelligenza e la dignit del logopedista che non sa identificarsi in una somma di danaro n vendere o svendere i principi in cui crede, inizia la fortuna del Re.
Un insegnamento, di oggi e di sempre, la cui sintesi amara affido alla mano esperta del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen Il denaro pu comperare la buccia di molte cose. Pu darvi il cibo ma non lappetito, la medicina ma non la salute, i conoscenti ma non gli amici, i servitori ma non la fedelt, giorni di gioia ma non la felicit e la pace.
Il discorso del re, di fondo, un film su un preciso incontro, uno di quelli fortunati, capaci non tanto di farti cambiare vita, ma di fartela incontrare e riconoscere tra i fotogrammi di una pellicola.
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