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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La notte dei lupi ’a N. Tolstòj’

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 22/12/2016 06:41:01



LA NOTTE DEI LUPI ‘a Lev N. Tolstòj’


Portatemi della vodka ho detto, dell’altra vodka!
Ehi vecchio, smettila di gridare o ti sbatto fuori al freddo.
Brrr!
Adesso basta. Voi due, buttatelo fuori!
Mah …?
Ho detto di buttarlo fuori, altrimenti butto fuori voi!
Come volete padrone, non vi arrabbiate, dicevo così solo perché fuori c’è una bufera di neve come non si è mai vista prima.
E allora? Non penserete mica di tenerlo qui fino a che non finisce l’inverno, sempre che finisca?
Per altro non ha un becco di un quattrino e pretende che gli serva dell’altra vodka, shht!
Ho detto che vi pagherò, vi pagherò non abbiate timore!
Non faccio credito agli sconosciuti!
Sto aspettando Michail, lui vi darà i due rubli che vi devo, a quest’ora doveva essere qui, non capisco.
Michail, Michail, è più di un’ora che lo aspettiamo, tutti quanti, non è vero? Ah ah, ah ah, e Michail non arriva. E dimmi come deve arrivare Michail, sulla slitta? A cavallo?
Strano che non si veda ancora, ha detto che sarebbe arrivato. Michail è uomo di parola, se ha detto che sarebbe venuto, che avrebbe lasciato tutto e mi avrebbe raggiunto, sono certo che l’ha fatto, di sicuro sarà qui a momenti. C’è la bufera là fuori, sarà rimasto bloccato da qualche parte.
Scuse, tutte scuse, sei un ubriacone, ècco cosa sei, e per giunta non hai un rublo per pagarmi. Ma te li farò tirare fuori io i due rubli che mi devi, a costo di cavarti un dente sano. Tu sai cosa vuol dire?
Io, no, perché dovrei saperlo?
Hai una faccia conosciuta, anche se non sei di queste parti. Non ricordo dove ma credo di averla già vista quella tua faccia, che forse non sei tu quel Nikolaevič di Jasnaja Poljana, che una volta fece cavare un dente al suo servitore perché aveva rubato alcune noci?
Non so di che parli.
A no? Allora sei quell’altro, l’esattore delle tasse di Astapovo, ecco chi sei, che non ha esitato a togliere la casa a quei poveri contadini lasciandoli alla fame. Beh, sai che fine hanno fatto? Giacciono tutti sotto la neve, morti di freddo e di stenti con tutte le loro famiglie, compresi vecchi, donne e bambini.
Che infamia è mai questa, io non sono costui.
Quelli come te sono capaci di tutto. Da prima gettano la gente nella miseria poi pretendono di ricevere gratitudine. Vattene via, prima che ti prenda a legnate! E voi che aspettate a sbattetelo fuori, fate come vi dico o finite nella bufera anche voi. Sì padrone, certo padrone!
Mi dispiace, signore, ma dovete uscire, gli ordini del padrone non …
Si, si, non scomodatevi altrimenti, faccio da me, me ne vado, e dire che ho solo chiesto dell’altra Vodka, Michail vi ripagherà di tutto, lo so.
Michail, Michail! Ma va al diavolo tu e il tuo Michail!
Sbamm! … il vento richiude la porta.
Brrrr, strssss, brrrr! Che freddo che fa, è tutto gelato qua fuori, povero Michail perso nella tormenta, dev’essere ancora così lontano. È vero che certi luoghi sono vicinissimi o a poco più di un’ora di cammino, ne conosciamo i paesaggi, le campagne, le alture, i picchi, gli alberi, talvolta finanche la formazione delle nuvole; mentre altri si perdono, col passare del tempo si allontanano, si dimenticano, diventano irraggiungibili, e non ricordiamo più niente di loro, sappiamo che stanno da qualche parte ma non ricordiamo dove, persi, o forse, solo dispersi, nella tormenta dell’esistenza.
Michail, Michail sei tu?
M’è sembrato di vedere qualcuno muoversi tra gli alberi, laggiù, proprio sul bordo del bosco delle betulle, sento l’abbaiare dei cani. Una boscaglia sotto la neve è un groviglio in cui non è affatto facile districarsi. È come attraversare una frontiera, non sai mai chi potresti trovare dall’altra parte.
Corri pur sempre il pericolo che qualcuno possa spararti addosso anche quando non c’è una guerra in corso. È pur vero che c’è sempre una guerra … da qualche parte.
No, Michail no. Deve aver smarrito il sentiero, o forse ha trovato riparo in una isba. In questa tormenta neppure i lupi hanno vita agevole, la fame li rode di dentro, diventano pericolosi.
Ma queste sono macchie di sangue … macchie di sangue sulla neve, com’è possibile?
I lupi, già! Sono dappertutto, sempre pronti a sbranarti in mezzo alla bufera della vita. Ti seguono o ti camminano a fianco, vestono alla tua stessa maniera, fanno il tuo stesso percorso, seguono il tuo stesso cammino, quindi si separano dal gruppo, prendono direzioni diverse, fingono interessi diversi, poi si fermano lungo la strada in un luogo che gli sembra ospitale, su un’altura, o un dirupo, da dove fiutare, scrutare la valle, in modo da aggirare la preda e agguantarla in una lotta estrema, all’ultimo sangue.
Temo per Michail, di certo non ha portato il fucile con sé, si fida degli altri, dei lupi, è un uomo di pace, lui.
La prima volta l’ho incontrato lungo la ferrovia, abbiamo fatto amicizia, mi ha raccontato di sé mentre percorrevamo un tratto di strada insieme, abbiamo trovato riparo prima in una chiesa, poi in una fattoria, ma una mattina mi ha lasciato dicendo che avrebbe seguito la ferrovia e con un po’ di fortuna sarebbe riuscito a salire su un carro merci diretto non so dove. Evidentemente non perseguivamo lo stesso tragitto, non avevamo una stessa meta, uno stesso progetto di vita, chissà?
Rimasi da solo e continuai a camminare per l’immensa campagna attraversata dalla ferrovia, fino al limite dove il binario voltava dietro una collina e non lo rividi più per lunghissimo tempo. L’ho rincontrato piuttosto di recente. È diventato vecchio, canuto e bianco, con la barba lunga e una specie di mantello sulle spalle da somigliare a un pellegrino. Sì che la gente di campagna, che come si sa è molto devota, lo ha sostenuto indicandogli la strada da prendere, e che lui poi avrebbe seguita.
Sostava sotto la tettoia della Stazione Yaroslavsky riparandosi dal sole freddo e dalla fitta neve. Dove fosse diretto non lo sapeva, ma disse d’aver trovato spesso della gente povera ma ospitale, che aveva diviso con lui quel poco che aveva da mangiare, e che quindi avrebbe continuato ad andare, come del resto aveva sempre fatto. Sul suo cammino aveva incontrato altri fratelli erranti che fuggivano da qualche cosa, per andare incontro a qualcosa di diverso, ‘ognuno da qualcuno che non fosse se stesso’, non necessariamente migliore, ma che almeno li distogliesse dai propri pensieri, dai propri sogni, dalle proprie illusioni di vecchi.
Come quei sogni che non sempre è dato di vedere, di focalizzare, spesso confusi, indecifrabili, come una frase scritta che, pur rispettando le regole grammaticali, perde ogni significato quando è resa illeggibile. Sogni infantili, fatti di desideri semplici, di calore, di cibo, d’affetto, di protezione, e anche di giovani illusioni, mai realizzate, mai venute meno. Chissà che direbbe Michail se gli dicessi cosa penso dei suoi racconti, come li considero, come li indago, e anche come li bistratto (!?). Non credo che se ne avrebbe a male, non più di tanto, in fondo lui sa che tutto ciò fa parte del mio mestiere di scrittore, anche se nessuno qui sa chi sono, e la tormenta non legge, semmai cancella.
Eppure questa neve, che tutto appiana e nasconde, redime e affranca, questa neve che tutto depura e sbianca come le pagine di un diario ancora intonso, senza macchia alcuna, quasi riaccende in me la fiammella di quella volontà che si va spegnendo, sciupata dall’assuefazione, sfinita dai pentimenti, che quasi m’invita a scrivere, a prendere di nuovo penna e calamaio e a lasciare che la mano vaghi libera di tracciare ciò che la mente insegue da sempre, le illusioni di una gioventù spensierata e casta, gli amori fortuiti e inattesi, le passioni cocenti, le delusioni quasi sempre amare che lasciano certe macchie scure sulla corteccia dell’anima, come le incrostazioni del tempo sui tronchi delle betulle.
Brrrr! È dunque ora per me di rimettermi in cammino, il freddo incombe e la grondaia non mi ripara a sufficienza, e anche se sono capace di districarmi nella neve, devo assolutamente trovare un altro riparo, presto farà notte, e col buio gli stivali che s’affossano nella neve è come un avvertimento per i lupi con le orecchie tese che sentono di lontano il loro stridore. Oh Michail, Michail amico mio caro, dove sei? Dove passi questa notte che incombe, su quale dimenticato vagone, in quale sperduta stazione? Oltre quale frontiera ti sei avventurato?
Ma queste sono orme di stivali, le riconosco, sono di Michail, è passato di qui, e lì ce ne sono delle altre! Questo è il suo mantello. Due rubli buttati così, e il suo orologio appeso alla catena … Michail, Michail aspetta! Che hai intenzione di fare? Le acque turbolente del fiume quasi non s’odono scorrere sotto la bianca cappa ammantata della neve. Michail non c’è. Deve aver attraversato il ponte. Aspettami Michail! Dev’essere andato per di là, le orme però si fermano qui, vicine alla sponda, troppo vicine, che … Michail! Michail, oh mio Dio!
Come tutto sembra procedere verso una meta non definita ma esistente, che si avvicina giorno dopo giorno, aspettando la neve del giorno seguente, la storia che ci racconterà domani, la pagina bianca che s’apre sul nulla, o forse sul tutto, sul vuoto dell’esistenza, alla luce di un’eternità lontana, estrema.
Quale esistenza, quale eternità? – mi chiedo. Non c’è tempo per la pace in questo mondo divorato dalla guerra, né per la resurrezione dopo il giudizio, dopo il riscatto di Cristo. La storia è stata già scritta su un fascio di pagine così importanti, così sofferte, così attese, che ormai non c’è più modo di cancellarle. Le abbiamo scritte, lette e declamate, le abbiamo urlate e sperperate per intero, nel bene e nel male, tutte in una manciata di pochi secondi, briciole di quel tempo incommensurabile che è la nostra vita. Un po’ come quei giornali che una volta letti, o appena sfogliati, vengono abbandonati sulle panchine delle stazioni, sui sedili dei treni e dei mezzi pubblici, nei cestini dei rifiuti, o peggio, stracciati e utilizzati nei modi più diversi.
Michail dice che ci sono due diversi modi di interpretare la storia, i fatti di cronaca, l’economia, la politica: nei tempi buoni, quando tutto, pressappoco fila liscio, la si deve leggere con disinvoltura e un pizzico di superficialità, più o meno come passatempo o una giornata passata alla fiera delle illusioni. E un altro, nei tempi difficili, di crisi, di carestia, in occasione di insurrezioni, di guerre, da farsi con cipiglio, profondità, scrupolosità, fermezza, e cercare di dare qualcosa di personale, di apportare qualcosa di costruttivo, affidarsi a un qualche elemento reale che dia la sicurezza di non dover ricominciare dal nulla, anche se poi ci si accorge che la storia, scritta o non scritta, è tutta intrisa di sangue.
Ah Michail che disdetta!, e io che pensavo di poter appagare l’inconfessabile desiderio di scrivere chissà quali verità? E invece mi ritrovo di fronte a un diario inviolato, sul quale non si tratta più di raccontare, ma di inventare qualcosa di diverso, che so, aneddoti o forse aforismi, di tendere la mano e cogliere dal nulla il senso delle cose, di creare in astratto qualcosa che sappia di verità, obiettività, attendibilità, sincerità.
Ed eccomi ancora qui, di nuovo a biasimare questa società pusillanime, con riprovazione per questo mondo portato allo stremo, che quasi provo vergogna di starti di fronte e guardare negli occhi, i tuoi occhi Michail, così veri, che sempre vedo davanti a me.
Sento una campanella, in lontananza, ci dev’essere una stazione da qualche parte. Michail sei lì che mi aspetti, è il tuo treno che arriva, che parte, sono in ritardo, sei appena disceso che già riparti, da dove e per dove non lo saprò mai. Chissà, forse potrei trovarvi riparo anch’io, sono così stanco e infreddolito che sento le membra cedere a ogni passo.
Aspetta, mi scappa di far pipì, la sento scendere fin dentro i pantaloni, mi scalda. Ma è sangue quello, una striscia di sangue che mi lascio dietro, sulla neve bianca. Devo fare in fretta, i lupi sentiranno presto il suo odore, arriveranno in branco.
Oh Michail, Michail aspettami. Fai suonare ancora una volta la campanella, mi indicherà la strada, la stazione dev’essere vicina, ormai. Guardo l’ora sul tuo vecchio orologio e mi accorgo che non ha lancette, solo un quadrante vuoto che non dice niente, che mi informa che il tempo è scaduto. Proseguo barcollando attraverso il piano, il freddo è intenso, pungente, sono lame di sciabole le raffiche di vento sul mio viso. Laggiù un guizzo, un balenio di luce, una porta si apre, n’esce qualcuno …
Michail, oh Michail, se davvero fossi tu a venirmi incontro sarei l’uomo più felice della terra.
Il fischio del capostazione avverte che il treno sta partendo. Ecco, si chiudono le porte dei vagoni, un clangore di ferro, il vapore della locomotiva dilata per un istante il nevischio, lo spazza via ed esso si leva nell’aria. Michail ti prego aspettami sto arrivando!
M’investe una folata di neve, sento lo sferragliare del treno allontanarsi nella bufera.
Non mi rimane che aspettare il prossimo, la sala d’attesa della Stazione è buia e dentro non c’è nessuno. Aspetterò qui, al riparo dal freddo e dai lupi. Dalla finestra aperta sulla notte entra uno soffio gelido da far tremare le ossa, uno spiffero audace che ulula sotto la porta chiusa. Un ululato di fame, di dolore che annebbia la vista, di morte che s’avvicina. I lupi non sono là fuori, qualcosa li ha spinti a mettersi sulle mie tracce, sono dentro di me, impossibile scacciarli o metterli a tacere.
Ma perché non hanno chiuso quell’abbaino lassù? Michail dice che la morte è solo un passaggio, un valico da superare, e io gli credo, però se mi guardo indietro non mi è facile accettare quanto m’incombe. Come in un monologo ossessionante, sconcerta più ancora che non avvinca.
Sento urgente il bisogno di convenire a un più sincero rapporto con la vita, giustificare davanti alla morte la terrificante conclusione a cui sono giunto. Ciò che dal cieco egoismo trasale al sublime altruismo, non fa che riscattare gli errori del passato di fronte a Dio, ma agli occhi degli uomini gli errori commessi non svincolano dal dissidio angoscioso contro lo scrittore (ch’io sono), il cui appassionato attaccamento alla verità, contro le ambizioni e le speranze di tutta una vita, non mi esime dal vivere in mezzo alla menzogna che in un modo o nell’altro adesso mi spinge al cospetto della morte.
Non ci si prepara mai abbastanza ad affrontare la morte Michail, amico mio. Se fosse sonno l’aspetterei contento, disteso sul sedile di questa sala d’attesa, avvolto nei fogli di un giornale che trovo sparsi a terra e che non leggerò mai, perché ho smarrito gli occhiali e al buio comunque non ci si vede. Stento a comprendere il senso di ciò che mi accade, ma se il trapasso avvenisse in sogno, vorrei che fosse nel bosco delle betulle, a primavera, quando ancora la chioma è rada, e già il profumo delle sue foglie irrora l’aria e avvolge ogni cosa … O forse, in autunno, quando i colori si fanno rossi d’orgoglio, e il legno dei tronchi rimanda l’essenza rara che risana.
Ecco Michail, provvedi che il mio desiderio s’avveri, quando mi addormenterò trasportato da questi pensieri. Per un momento stento a capire dove mi trovo. Sento di voler distendermi su questo letto di foglie, ingiallite, un po’ rosse, completamente vestito e con gli stivali ai piedi. Sai Michail, è strano, ma non provo ansia né paura. Ma tu dimmi, come sapevi dove trovarmi? Già, che sciocco che sono, non c’è angolo di stazione da Mosca ai Balcani che tu non conosca come le tue tasche, non c’è vagone ferroviario che tu non abbia visitato …
Oh, e lei chi è, così vestito a festa? – chiedo nella perplessità.
Sei tu Michail, quasi non ti riconosco!?.
Oh non dirmi, tieni l’indice sulle labbra per impormi il silenzio, perché? … che forse qualcuno ci sta ascoltando?
Certo che sì, che forse tu non senti il richiamo? Vieni Nikolaevič il bosco delle betulle ci aspetta, è lì che andiamo! – dice Michail avviando il passo davanti a me.
Ti prego Michail aspettami! Non vedi, faccio fatica a tenere il passo … che già le forze mi vengono meno.
Che strano Michail, mi si chiudono gli occhi per la stanchezza … Ah, se sono stanco, davvero sono molto stanco, sento che sto per addormentarmi.
Su dai vieni Nikolaevič, siamo ad un passo, il bosco delle betulle è lì che ci aspetta … che forse non senti il frusciare allegro delle sue foglie al vento dell’autunno che viene?
Oh certo, siamo ancora in autunno Michail, non è vero?
Sì, un bellissimo autunno

… e dire che quest'anno non è ancora caduta la neve.

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