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Amori, Amore

Poesia

Franca Alaimo (Biografia)
The Lamp Art Edition’s

Recensione di Sandro Angelucci
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Pubblicato il 24/12/2010 12:00:00

LA TENTAZIONE DELL’AMORE:
FRANCA ALAIMO CANTA CIÒ CHE NON S’INSEGNA


“Come ti ho amato, amore, come? / Fui una colomba tutta bianca, / oppure un triste, già reciso fiore? / E quando mi hai baciato, quando? / Tenevi la mano sopra il cuore, / oppure il vento muoveva le parole? / E dove ci trovammo, dove? / Sulla gloria rapida dell’erba / O in un lontano sconosciuto regno?”: con questi pochi versi, solo nove, Franca Alaimo compendia il suo inesauribile bisogno d’amore in quello che riteniamo il canto-chiave tra le poesie raccolte nella pregevole pubblicazione – arricchita dalle illustrazioni di Massimo Maria Crivello – data alle stampe, nel 2009, con i tipi della The Lamp Art Edition’s.

Amori, Amore, recita il titolo del libro: già, pluralità e singolarità, relatività ed assolutezza unite dalla radice comune del verbo amare. Amare, quanto ci spinge a pensare questa parola, e quanto, alfine, ci lascia interdetti sul nostro operare, sulla nostra reale capacità d’intenderne appieno il senso! Ecco, allora, l’illuminazione – “(con il massimo di significato ottenuto con il minimo di significante. . .)”, per dirla con Davide Puccini – che fa filtrare un raggio di luce nella mente e nel cuore: tanti sono i nomi, i volti, le sembianze che diamo all’amore ma unica, onnicomprensiva resta la sua essenza, il suo essere, appunto, e contemporaneamente, in ogni vita, in ogni luogo e in ogni tempo.

Torniamo, però, alla citazione d’apertura: alle domande rivolte, anche a se stessa, Franca non risponde mai in modo risoluto o definitivo; predilige fare delle ipotesi, per mezzo delle quali il silenzio acquisisce una voce, di più, una sua precisa e inalienabile fisionomia. Non esistono altre possibilità: per ascoltare l’amore occorre accogliere il mistero con umiltà, senza sentirsi depositari di una verità troppo grande per essere rinchiusa dentro gli angusti spazi del nostro fragile essere uomini.

Ovunque, in queste pagine, si percepisce un lieve respiro, quasi un leggero alito di vento; anche negli esiti più appassionati e ardenti c’è, sempre, una voce suadente che sussurra “come flutto che urta e volta il sasso” e, nonostante tutto, fa “(annegare) senza verecondia nell’amore”; c’è, sempre, qualcosa che fa spiccare il volo “come un angelo / sebbene le. . . ali / siano nere della pece / del peccato”; c’è, comunque, qualcuno disposto a divenire “vento e puledro”, a non additare, a non insudiciare il “giglio” candido che simboleggia la purezza del sogno dell’amata, il suo desiderio d’essere “lo spazio e la briglia sciolta” nella corsa libera e sfrenata della vita convissuta e condivisa.

Gli amori: i nostri terreni, celestiali, felicissimi, dolorosissimi amori sono i banchi di scuola sui quali sediamo per apprendere ciò che non s’insegna e, pure, ci è indispensabile quanto l’aria che respiriamo (“O beatitudine del bacio mortale / che da questa sonnolenza verginale / mi sveglierà per farmi tutta Amore”). E “non domandiamoci a che serve / raccontarsi un miraggio, danzare / con i piedi ardenti di giovinezza” perché ciò che non si può insegnare non ci chiede conto di nulla se non di bere “la coppa dell’amore” fino in fondo per arrivare a comprendere, ad essere – questo si – consapevoli, come si legge in due versi memorabili ed esemplari, che “per questa sera, per questi gelsomini / un qualche delitto fu commesso”.

Intuizioni come quella appena menzionata valgono più di mille dichiarazioni di poetica per la filosofia che sottintendono e, da sole, basterebbero a riempire un intero libro di poesia, ma i canti, che Franca ci propone, sono, tutti, colmi di questo pensiero e di questa melodia.

Forse mai, come in Amori, Amore, – pur avendo ancora nelle orecchie la bella musicalità di Corpo musico – la scrittrice di Monreale era riuscita a fondere in un tutto armonico la profondità della riflessione e la fluidità del suono: sarà per il tema trattato – insieme a quello naturale (sempre d’amore si parla) – a lei intensamente caro, ma ci sono passaggi, in questa raccolta, che avvolgono il lettore in modo tanto soave da essere catartici, lasciando rasserenato l’animo di chi con gli stessi si confronta. Così, nello stesso testo (Rose e cardi): “Mi infilavi i giorni nella bocca, / i cieli, le viole, un’albicocca, / così come l’allodola col becco / nutre le sue piccole creature” e “Ora divento opaca come fumo / e tu guardi al di là quando mi guardi. / Il nostro stare è come un abbandono: / fiorivano le rose, adesso i cardi”, felicemente si sposano dolcezza ed amarezza.

Non va sottaciuto, tuttavia, un altro elemento fondante della scrittura che caratterizza l’opera: ci riferiamo all’ineluttabilità del tempo che passa, “che ci stanca”, facendoci addirittura apparire bugiardi quando, per sempre, nell’impeto giovanile, giuravamo la passione senza nessuna falsità. È vero, il tempo “è solo ruggine che guasta” ma ancora, coerentemente, torna la catarsi – questa volta del ricordo – a ricucire lo strappo, a rinnovare la sensazione delle “dita intrecciate ad intrecciare sogni”; non per questo, sfuggendo, sottraendosi al vento dell’autunno che “(piomba). . . sui nostri baci” perché “per sempre non si può. Per sempre vive solo l’amore e non l’amante”. Ed eccoci convertiti, tramutati di nuovo: “Se salva solo l’eccesso d’amore”, se nella sua sostanza ci riconosciamo, non resta altro, dal buio della nostra “prigione”, che attendere l’arrivo di “un angelo radioso” che con la sua luce possa “indur(ci) in tentazione”.

*

Leggi la poesia proposta tratta da Amori, Amore: Grazie all'amore »

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