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ANNIVERSARIO PROUST 10/07/2018: CHERCHEZ LA FEMME | festeggia: #cherchezlafemme
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La scimmia

di Andrea Catalano 

Proposta di Redazione LaRecherche.it

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Pubblicato il 11/04/2018 23:40:40

 

[ Racconto primo classificato al Premio Letterario Nazionale Il Giardino di Babuk - Proust en Italie, IV edizione 2018 ]

 

 

 

Noi maschi di famiglia non siamo mai stati molto democratici.

Quand’ero ragazzino ogni domenica mio padre portava me e i miei due fratelli a comprare le paste, come si chiamano i dolci a Napoli, mentre mia madre, mia zia e mia nonna restavano a casa a preparare il pranzo. Non esisteva fioretto che potesse resistere all’imperativo dell’acquisto delle paste, anche nel lutto non siamo mai riusciti a farne a meno. Per noi sarebbe stato assurdo sottrarsi al piacere della gola, quando questo veniva sostenuto dalla tradizione.

Prendevamo sempre una guantiera di venti paste grandi, scelte tra sciù, cassatine, babà, crostate alla frutta e, per finire, anche se non piaceva a nessuno, una deliziosa. La deliziosa è quel dolce tipico della pasticceria campana, formato da due dischi di pasta frolla con in mezzo crema al burro, decorato ai lati con nocciole tritate.

Ed è proprio intorno a questo biscottone ripieno, piuttosto duro, difficile da masticare, che per anni si è giocata la partita dell’angheria famigliare, o forse sarebbe più corretto dire della profonda ingiustizia che si consumava a quella tavola, perpetrata dalla maggioranza maschile dei suoi componenti a danno delle donne di casa.

Le venti paste venivano ripartite secondo le seguenti regole ferree:

le prime cinque le sceglieva e prendeva dalla guantiera mio padre;

le seconde quattro le prendeva mio fratello più grande (e siamo a nove);

il terzo gruppo di quattro le prendevo io (e arriviamo a tredici);

il quarto gruppo, sempre di quattro, le prendeva mio fratello più piccolo (e siamo a un totale di diciassette paste);

una pasta mia madre (diciotto);

una mia zia, la sorella di mamma (diciannove);

l’ultima, mia nonna.

Cosa c’è di più dannatamente sconcertante dell’arroganza del potere maschile?

 

Eppure, sebbene indifendibile sotto ogni aspetto, questo sistema di ripartizione funzionava senza forme di ribellione degne di nota da parte della componente femminile.

Solo mia nonna, tapina, ogni tanto tentava di smarcarsi dalla scomoda posizione di scegliere per ultima e sempre l’ultima pasta rimasta nel vassoio. Lo faceva timidamente, a bassa voce, senza far sentire il peso morale della sua anzianità.

Non è tanto il fatto di avere una sola pasta – diceva (e a volte implorava) – e nemmeno che sia l’ultima del vassoio, ma mi fa assai dispiacere che mi lasciate sempre la deliziosa. Quasi non ho più denti in bocca e non posso masticare quel biscotto ossuto e pericoloso. Non voglio cambiare le regole, ma almeno non comprate più la deliziosa, che poi nessuno di voi sceglie e tocca sempre a me. Almeno una volta al mese, non chiedo assai, me vuless magna’ nu babbà!

 

Al momento la reazione era unanime! Mortificati dal nostro stesso comportamento, ci affrettavamo tutti a rassicurarla sulla circostanza che la domenica successiva le avremmo comprato un bel babà al rum, morbido e profumato. Tuttavia, non appena in pasticceria, un impenetrabile disegno del destino, un’implacabile alchimia familiare che impediva ogni forma di cambiamento, non ci consentiva di accettare l’idea di una guantiera senza deliziosa, e ci imponeva di includere quel dolce nell’acquisto domenicale. E quella deliziosa aveva già un destinatario certo! Mia nonna, poveretta, pace all’anima sua!

 

Poi arrivò la scimmia. Un pomeriggio luminoso di fine inverno mio padre tornò dal lavoro con un’enorme cassa. Faceva spesso sorprese a noi tre figli, portandoci sempre qualcosa. Quando entrò in casa quel giorno, la cassa di legno era davvero troppo grande per non richiamare la nostra attenzione. Corremmo immediatamente verso di lui, impazienti che la scoperchiasse e ne svelasse il prodigioso contenuto.

 

Nella casa in cui abitavo c’era un ampio giardino con tanto di essenze, roseti, alberi da frutto ed una magnolia gigante alta più di venti metri. Eravamo al terzo piano, nel pieno centro storico di Napoli.

 

La presenza di quello spazio verde, che faceva tutt’uno con casa nostra, aveva dato la possibilità a mio padre di sbizzarrirsi, portandovi ogni specie di animale. Cani, volpi, faine, tartarughe, gatti, conigli e tantissimi uccelli hanno fatto di lui in casa un laico San Francesco. Amava tutti gli animali, insegnando loro dolcemente a non avere paura dell’uomo. Centinaia di bestiole hanno trascorso giorni felici in quello zoo domestico, rendendo anche le nostre esistenze piene di curiosità verso ogni forma di vita.

Ma il giorno in cui portò quella cassa, mio padre si superò, andando oltre ogni nostra immaginazione!

Appena la aprì, saltò fuori un babbuino immenso, più alto di me di almeno 30 centimetri e con un ghigno che mi metteva tanta paura.

Appena abbandonata la sua clausura, la scimmia aggredì mio padre, provando ad azzannarlo. Lui non si perse d’animo e le diede un ceffone sonoro che la stordì per qualche attimo, facendola ruzzolare qualche metro più in là. Incassato il colpo e senza darsi per vinta, la scimmia tornò all’attacco, ma un nuovo schiaffone ed un nuovo capitombolo le fecero presto capire che era meglio issare bandiera bianca.

Fu così che la scimmia diede il culo a mio padre! Glielo mostrò in segno di sottomissione e lui glielo sculacciò dolcemente in segno di assoluzione. Questo sarebbe stato il tipico gesto della scimmia verso il padrone in ogni occasione di un suo rimprovero. Da quel giorno, a suggello del perdono concesso, avrà ricevuto un milione di pacche su quel sedere rosso e calloso, accompagnando l’incasso con mugolii di beata riconoscenza. Cosicché il babbuino, che il caso volle esser femmina, si convinse di occupare il posto di prima moglie nella gerarchia di famiglia.

 

Per diversi mesi, tutto sarebbe cambiato. Sarebbe cambiato il rapporto con nostro padre, reso intoccabile dalla cieca gelosia del babbuino nei suoi confronti. Sarebbe cambiato il rapporto tra mio padre e mia madre, anche lei messa fuori gioco dalle tenerezze e dalle attenzioni che la scimmia pretendeva solo per sé. Sarebbe cambiato il rapporto con tutto il vicinato, terrorizzato dalle scorribande della scimmia che usava i rami dell’alta magnolia per fiondarsi, attraverso finestre e balconi, nelle case della gente.

 

Anche se a dare il colpo di grazia alle nostre relazioni con i vicini, fu la nefasta visita delle signorine Russo del quarto piano il Giovedì Santo prima della Pasqua.

Si trattava di due sorelle ottantenni e zitelle, decisamente vitali e arzille. Erano solite da anni, in quel preciso giorno, vestite di tutto punto con tanto di cappellino e veletta, venire a salutare la mia famiglia. Lo facevano prima di intraprendere, devotissime, il giro delle chiese per fermarsi a pregare davanti ai tabernacoli ornati di fiori, in omaggio ai Sepolcri.

Al momento del loro arrivo, io mi trovavo in giardino per spazzarlo. Era un’occupazione che mi dava un senso di importante utilità famigliare, oltre a garantirmi 500 lire di compenso.

 

Mio padre, anche lui in giardino, era intento ad innaffiare le piante e forse manco s’era accorto dell’arrivo delle signorine Russo. La scimmia era libera su di un albero, a dondolarsi nella sua beatitudine.

A questo punto accade l’irreparabile. Le signorine escono in giardino per salutare mio padre con il consueto affetto. Nel fare questo lo chiamano ad alta voce.

 

Ecco quel che succede in contemporanea, ma nei miei ricordi avviene, come in una riproduzione cinematografica, al rallentatore:

le signorine Russo individuano mio padre e gli vanno incontro allargando le braccia in segno d’amore;

mio padre si accorge della loro presenza e, realizzando evidentemente che la scimmia è libera, comincia a scuotere la testa in senso negativo. Lo stesso movimento solidale è espresso dalla pompa che stringe tra le mani. L’acqua che ne esce dice di no anche lei;

io, sono a pochissimi metri di distanza, continuo a spazzare ma rallento sensibilmente le ramazzate. So quello che sta per succedere, ma sono ancora incredulo e voglio vedere come va a finire;

la scimmia si accorge dell’invasione e si prepara all’imminente ritorsione, lanciandosi dall’albero in difesa del marito-padrone, all’attacco delle due troie (almeno così nella sua prospettiva);

le zitelle sono a un passo da mio padre e stanno per ghermirlo in un abbraccio che non sanno ancora essere fatale;

mio padre urla un disperatissimo nooooo!! Ma è troppo tardi. È così generico che le vecchie non ne colgono il significato e magari pensano ad un suo festoso incitamento ad andargli incontro;

io sono oramai paralizzato in ogni movimento, la scopa in mano è solo un inutile orpello, occhi sgranati e fissi sulla scena del delitto che solo tra un attimo si consumerà;

avviene l’abbraccio, la scimmia si avvinghia alle caviglie delle povere sventurate, mordendo a più non posso.

Mio padre e le vecchie cadono rovinosamente in una aiuola con tanto di pompa dell’acqua che battezza quell’unione sciagurata. Con un calcio poderoso mio padre riesce ad allontanare quella belva assetata del sangue vergine delle vecchie zitelle e con un magistrale colpo di reni riesce a rialzarsi e a tirare su anche le sorelle Russo. Queste, terrorizzate da quanto appena accaduto, gemono di dolore e lanciano piccole urla inconsulte e compiono l’errore di abbarbicarsi nuovamente a mio padre, pensando di trovarne riparo e conforto. La scimmia non può accettare una simile rinnovata provocazione e si lancia di nuovo sulle due malcapitate e tutto va a finire come pochi istanti prima. Tutti e tre ricadono nell’aiuola!

La scimmia ne approfitta per far scempio delle vesti delle sorelle ed assestare le sue mascelle su polpacci e braccia.

Dopo circa una mezz’ora dal loro ingresso in perfetta forma in casa nostra, le sorelle Russo ne escono indicibilmente provate. Erano entrate eleganti ed impeccabili, se ne vanno ridotte una merda! Mia madre, che le aveva pietosamente accompagnate alla porta, continua a recitare come un mantra: Sono mortificata, sono mortificata, sono mortificata, sono mortificata... Lo avrà detto mille volte, poveretta!

La visita delle signorine Russo divenne subito leggenda ed il tam tam di quell’evento non mancò di riecheggiare in tutto il vicinato e la nostra famiglia fu tacciata di ospitare un mostro spaventoso in giardino.

 

Ma l’arrivo del babbuino modificò soprattutto il nostro modo di sederci a tavola la domenica e il fondamentale, sacro rito, della spartizione delle paste. Uno sconquasso insopportabile! Inaccettabile che un animale potesse, con la sua protervia ed invadente presenza, modificare una tradizione radicata nella nostra famiglia da generazioni e che nessun evento, fino ad allora, era riuscito a scalfire. Comunque sia, la felicità di quel momento si trasformò in un tormento.

In occasione dell’apertura del vassoio, anche il babbuino ebbe voce in capitolo sulla scelta. Ci fu un lieve rimescolamento delle quote, che rimasero le stesse per tutti con l’eccezione di mio padre che da cinque paste scese a quattro. La pasta da lui rinunciata diventava appannaggio della scimmia. Anche la modalità con cui si procedeva alla presa era lo stesso di prima: mio padre, noi tre figli in ordine d’età decrescente ed infine le donne.

Tuttavia, non appena scartato il vassoio, la scimmia sceglieva immediatamente quale fosse la sua pasta. Prediligeva gli sciù al caffè, salvo talvolta optare per la crostatina di fragole. Mio padre le aveva però insegnato che comunque lei avrebbe preso dal vassoio la sua pasta per ultima. Sceglieva con lo sguardo per prima ma, per questioni igieniche, raccoglieva per ultima. Da qui l’incubo.

Con la sola eccezione di mio padre, dotato di piena immunità, se qualcuno di noi al momento di prendere le proprie paste aveva la sventura di toccare quella prescelta dalla scimmia sarebbe stato irrimediabilmente punito. Prima o poi la ritorsione della scimmia si sarebbe abbattuta sul profanatore, inevitabilmente marchiato dai segni del suo morso.

Mio fratello maggiore è stato morso per rappresaglia parecchie volte, io solo due o tre, il minore forse una sola volta. Insomma, quello che da sempre era il momento più bello della settimana si era trasformato in uno stillicidio di ansia e preoccupazione. Ognuno di noi figli aveva così sviluppato un metodo, più o meno efficace, per evitare la punizione scimmiesca. Io, per esempio, avvicinavo la mano al dolce in maniera lentissima. La scimmia infatti seguiva con gli occhi spalancati la spartizione e non appena aveva il sentore che qualcuno stesse per appropriarsi indebitamente del suo dolce lanciava strepiti di intimidazione e urla che preannunciavano vendetta. Se però si aveva l’accortezza di non toccare il suo dolce, con questo sistema di avvicinamento graduale, si poteva evitare il castigo e soprattutto capire quale fosse la pasta intoccabile, in modo da non far incorrere nell’errore anche chi veniva dopo.

 

La scimmia, a suo modo, portava dentro sé un senso di giustizia. Con quelle punizioni corporali impartite ai soli maschi, ripagava l’arroganza di chi sosteneva un sistema iniquo. Con quei morsi vendicava le donne di casa, non fosse stato altro che per appartenenza di genere, per solidarietà femminile tra primati.

Una domenica di fine autunno poi, accadde qualcosa di indimenticabile. La guantiera di paste, come di consueto, era al centro del tavolo e ognuno di noi, rispettando le regole canoniche della spartizione, stava scegliendo oculatamente i suoi dolci, ponendo la massima attenzione a non incorrere negli strepiti della scimmia. Quando alla fine del giro arrivò il turno di mia nonna, nella guantiera erano rimaste solo un babà e la solita deliziosa. La poverina si incantò a guardare per qualche secondo la crema pasticcera che decorava il pan di Spagna lucido di rum, poi, rassegnata al suo destino, allungò mestamente la mano verso la deliziosa. Ma non appena fece per prenderla, la scimmia cominciò a strepitare come non aveva mai fatto prima. Incredibilmente aveva puntato per sé la deliziosa. L’espressione di mia nonna era attonita, di chi si domanda se ciò che accade, avviene per davvero. Non le restava che prendere il babà e lasciare il biscottone alla scimmia. La felicità di vedere nonna, con il volto incredulo di gioia come quello di una bambina, mentre finalmente godeva nel mangiare il babà, ci commosse tutti. Fu un brivido di magica poesia, un gesto che aveva il sapore della giustizia. Un groppo alla gola ci colse impreparati. Finimmo tutti per abbracciarci, scimmia compresa.

 

Le venne dato il nome di Cita. Eravamo una famiglia che si lasciava confortare da scelte classiche per quanto riguarda i nomi dei propri animali domestici. Rimase a casa nostra per circa sette/otto mesi fino al giorno in cui mia madre, esasperata, impose a mio padre la più esemplare e drammatica delle scelte: o va via lei o vado via io! Pur col cuore in frantumi alla fine scelse di allontanare la scimmia, forse preoccupato, come sosteneva mia madre, di non avere nessuno in grado di preparagli al mattino quell’impareggiabile caffè.

 

Ma questa era solo una maldicenza. Si sa, l’amore trionfa su tutto!

 

 

 

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