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Perché scriviamo poesie

di Salvatore Armando Santoro
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Pubblicato il 06/12/2017 10:12:29

Presentazione di Santoro Salvatore Armando al 1° incontro dei poeti salentini a Patù – Palazzo Liborio Romano – 24.11.2013


Le poesie si scrivono per dare sfogo alle passioni che fermentano continue dentro di noi e che ci fanno vivere. Si scrivono per comunicare emozioni (ed il genere umano è ricco di passioni che generano le emozioni) e spesso incontriamo anche anime pure che socializzano queste nostre emozioni e le condividono. E tutto ciò è condizionato dal fatto che le emozioni variano da individuo ad individuo. Ma quando riusciamo a socializzare proviamo gratificazione e siamo spinti a continuare a scrivere perché in fondo la poesia regala pace e serenità all'anima, ci fa credere nella possibilità di un mondo migliore e, come sosteneva Mario Luzi, nella certezza che serva ad eliminare la guerra dal cuore dell'uomo e dal mondo e, soprattutto, di poter diventare, in questo modo, anche noi migliori.
Anch'io stamattina appena mi sono svegliato ho analizzato i miei sentimenti, e i miei comportamenti anche passati, ed ho considerato che l'unico errore che fa l'uomo è quello di pensare che i propri sentimenti siano condivisi al 100% dalle persone che incontriamo. E lo stesso errore si verifica anche in amore. Ma non bisogna mai stancarsi di amare gli altri ed io non mi stanco di farlo e, da quello che ho capito, lo stanno facendo anche tante persone qui presenti, che si dedicano al volontariato. E, questa voglia di amare l'ho notata anche in molte delle poesie che hanno scritto i giovani scolari che oggi sono qui tra noi, ed anche numerosi, e questo mi riempie di gioia perché sono certo che lasceremo il testimone della poesia, e dell'amore che la poesia racchiude, in ottime mani.
Da queste considerazioni traggo le conclusioni dicendo che molti di voi siano migliori di me perché io non trovo più il tempo per fare altro, in quanto per me la poesia è come una droga e mi avvince e coinvolge totalmente al punto che "perdo tempo" a sognare e non mi accorgo che il tempo passa e con il tempo vanno via velocemente anche i miei anni e ritengo, razionalmente parlando, che il mondo abbia anche bisogno di testimoni d'amore reali e non di sognatori.
Ma io sono pascoliano e quindi appartengo a quella razza di poeti che ondeggia tra crepuscolarismo e decadentismo letterario ed alla mia età, ormai, non riuscirò più a cambiare. Ma il mio impegno l'ho dato anch'io nel sindacato, con oltre trent'anni di attività sindacale alle spalle e di dedizione completa agli altri, trascurando anche, e soprattutto la mia famiglia, e questo non è stato né buono e neppure giusto perché poi si paga sempre un prezzo. Ma con il senno del poi non si riparano le cose. Ma questo è un altro errore che bisognerebbe evitare e che spesso prende la mano, forse per una sorta di esibizionismo infantile che sopravvive in molte persone che pensano che senza di loro il mondo precipiti nel baratro e si fermi. Ma non è così e molti, tanti direi, non se ne accorgono e pensano di essere eterni, insostituibili, indispensabili ed unici.
Purtroppo in Italia di veri poeti ne sono rimasti forse meno di dieci, visto che sono scomparsi da non molto tre ultimi testimoni, Mario Luzi, Ada Merini e Andrea Zanzotto* (che ho avuto la fortuna di ascoltare per l'ultima volta al telefono pochi mesi prima che morisse perché eravamo stati inclusi dalla Regione Toscana nell'antologia** “Pater” sulla figura del padre dove c'erano due nostre poesie), e quelli che sono rimasti viaggiano in ordine sparso e senza coordinarsi tra loro e, qualcuno, ed evito di fare il nome, si è dato al "commercio della poesia" inondando i portali di "annunci promozionali", illudendo migliaia di persone buone ed ingenue, solo per fare affari alle loro spalle. Ma queste persone illudendosi da certe valutazioni non veritiere, e distribuite ad arte ed a pioggia, a volte pensano di poter diventare veri poeti ed investono e sprecano quattrini in pubblicazioni che in fondo dovrebbero servire solo per socializzare sentimenti e suscitare emozioni ma non sposta di una virgola la propria condizione sociale o professionale.
E forse è anche per questo che la poesia non riesce più a trovare terreni fertili come ai tempi della mia generazione che usciva fuori da un conflitto che aveva disumanizzato il mondo.
Per certi versi, allora, dovremmo ringraziare Benigni, che non è un poeta ma uno che ci fa affari con la poesia, che sta tentando di rilanciarla. E dovremmo ringraziare prima di lui Paolo Limiti, che nessuno ricorda più, che in una sua vecchia trasmissione televisiva “Ci vediamo in TV” di qualche anno indietro, ci aveva inserito un bel capitolo sulla poesia utilizzando un bravissimo poeta e declamatore eccezionale, Alessandro Gennari, che poi è deceduto, anche in età molto giovane, per un male incurabile.
Tutti gli altri poeti che affollano anche la rete sono, e siamo, soltanto o dei poeti mediocri o dei dilettanti, disposti in ordine gerarchico vario, ma sempre compresi in questa categoria, anche se poi tra questi magari si nascondono poeti anche validi, ma che non sono né massoni e neppure amici degli amici di certe case editrici e di certi critici letterari, che ormai non fanno più letteratura e cultura ma commercio.
A molti di questi poeti piace anche una certa poesia particolare (ma forse non più di moda perché troppo complessa a comporla) e l'approfondiscono leggendo testi e manuali pesanti e noiosi per cercare di perfezionarsi (senza presunzione di diventare maestri), ma questi, se avranno fortuna, saranno scoperti qualche centinaia di anni dopo la loro morte. Ma l'unica azione buona che avranno fatta sarà stata quella di tenere viva la passione per la poesia e di cercare di trasmetterla agli altri, come stiamo facendo noi, senza aspettarci ricompense o prebende, anzi spesso esponendoci anche economicamente in prima persona e dimostrando, però, che non è vero il vecchio detto che dice che "neppure i cani muovono la coda per nulla".

A queste condizioni, la poesia potrà vivere in eterno in noi senza bisogno che altri valutino i nostri scritti e non dovremo mai stancarci di scrivere, stroncando la possibilità di trasmettere ai nostri figli, o nipoti od amici, le nostre emozioni, o pensare che la valutazione altrui su quello che scriviamo sia un incentivo o meno (e determinante) per poter continuare o smettere di scrivere poesie.
Spesso non uso l'ipocrisia per valutare gli altrui lavori anche perché il sentimento non può essere pesato o valutato da entità estranee alla nostra ragione ed al nostro cuore. Lo faccio quando sono costretto a "selezionare" dei testi nelle Giurie di diversi Bandi Letterari dove mi hanno voluto immeritatamente inserire. Ma in quel momento non giudico i sentimenti ma effettuo una analisi del testo, cerco le eventuali novità in esso nascoste, la forma ed il contenuto della lirica e la sua composizione in particolare, avendo sempre presente che da oltre 2600 anni si scrivono poesie e già i Lirici greci hanno detto tutto quello che nell'animo umano matura anche ai giorni nostri e che oggi è difficile scrivere altro e, chi riesce a farlo, è davvero un poeta ma neppure lui lo sa.

* Andrea Zanzotto è deceduto il 18.10.2011 a Conegliano Veneto
** Pater, Edizioni Morgana – 2007 – Firenze
http://www.morganaedizioni.it/default.asp?sec=34&ma1=product&pid=148


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