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Il suicidio

di Salvatore Armando Santoro
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Pubblicato il 06/12/2017 10:20:27

Aveva deciso di togliersi la vita.
Armando ci stava pensando da tanto tempo. Considerava tale evento come un gesto di grande coraggio. Non valutava quell'azione come un segno di viltà, anzi. Dal momento che aveva raggiunto la consapevolezza interiore che era arrivato il momento di lasciare questa terra, si stava organizzando per farlo nella massima consapevolezza e nella maniera migliore. Con raziocinio, quindi, e non con disperazione.
Un suo zio si era tolta la vita con grande dignità e lui lo ripeteva spesso a tutti che il suicidio è un atto di coraggio e non di viltà se eseguito razionalmente e non sulla spinta dell'emotività della disperazione. Lo zio aveva finanche collaudato il trave che avrebbe dovuto sostenere il suo corpo. Era andato a colpo sicuro. Per giorni aveva trascinato in soffitta secchi di sabbia. I suoi non avevano sospettato nulla. Era solito fare dei lavori in soffitta e a nessuno passava per la testa quello da tempo stava prospettando. Ma quella terra non serviva per impastare del cemento, ma per riempire il sacco che avrebbe dovuto simulare il peso del suo corpo. Quando fu sicuro che il trave avrebbe retto, passò il cappio attorno al collo e lo trovarono appeso a tarda notte quando andarono in soffitta a vedere se era successo qualcosa, preoccupati che non fosse sceso neppure a cenare.
Per la religione tale azione é giudicata come un atto sacrilego e di viltà ed un'offesa a Dio. Per la psiche dell'uomo è tutt'altra cosa. Ma se Dio c'entrava in questa storia, ebbene questa fine l'aveva già scritta da qualche parte anche lui ed i conti tornavano.
Armando aveva anche acquistato una corda già qualche anno prima. Amava tanto la natura e le querce gli ispiravano la potenza e la forza ma, soprattutto la robustezza di sostenere il suo corpo che sfiorava il quintale.
Morire circondato dal verde e dai fiori, baciato dal sole e con il cielo terso era anche una evenienza che aveva più volte valutato.
In altri momenti che la disperazione l'aveva assalito per un amore finito male aveva anche pensato un salto dal Ponte Romano di Pont St. Martin in Valle d'Aosta. "Il ponte del diavolo" si prestava anche bene alla scelta del suo trapasso. Ma dopo aver guardato giù le acque scorrere in modo tumultuoso gli era sorto il dubbio che poteva anche non morire e restare invalido. E la cosa lo preoccupò. Scartò, quindi, questa ipotesi optando per l'altra forse più facile da eseguire e con risultato certo.
Ma i suoi problemi erano tanti e tutti abbastanza conflittuali e l'idea della morte lo accompagnava in ogni momento della giornata.
A volte percorrendo le grandi arterie aveva pensato anche di infilarsi a tutta velocità sotto uno di quei tir che incrociava sulle strade. Anzi questa era una seconda idea che accarezzava come alternativa all'impiccagione. Spingere la vettura a tutta velocità e poi andarsi ad infilare sotto uno dei tanti mezzi pesanti che incrociava durante i suoi spostamenti. L'impatto, pensava, avrebbe posto fine ai suoi giorni senza dover troppo soffrire.
Ed un giorno che la disperazione aveva prevalso sulla ragione e vide arrivare a tutta velocità un grosso mezzo dalla direzione opposta, senza pensarci su due volte, sterzò di colpo e andò sbatterci contro urlando, con tutta la rabbia che aveva dentro, un sonoro "affanculo" al mondo.


------oooOooo------


Si risvegliò abbagliato da una luce intensa in una stanza tutta bianca. Nei momenti di serenità mentale era convinto che la morte fosse la fine di tutto. Ma evidentemente si sbagliava. Non riusciva a capire dove fosse. Al momento avvertiva una profonda beatitudine interiore e non si rendeva conto di essere ancora vivo. Pensava di essere già morto e stesse pregustando quello stato di benessere che tante volte le persone che erano state in coma descrivevano avvertissero nell'incoscienza.
Ma lui non lo sapeva. Era stato imbottito da sedativi. Il colpo era stato tremendo, ma lui ne era uscito illeso anche se un po' maltrattato per l'impatto.
Insomma, non si era fatto proprio nulla. L'airbag si era aperto per tempo, la carrozzeria si era piegata nei posti prestabiliti dal costruttore e lui era rimasto incastrato nella sua vettura un po' malconcio ma vivo.
Sorte peggiore era capitata al conducente dell'altro mezzo, ignaro del matto che stava incrociando sul suo percorso.
Questi, quando si accorse che la piccola auto che procedeva in senso contrario stava per andare a sbattere a tutta velocità contro il suo mezzo cercò di evitarla sterzando disperatamente. Il mezzo era andato a schiantarsi contro uno dei piloni del ponte che stava attraversando ed il tremendo urto aveva schiacciato tutta la cabina di comando incastrandolo tra le lamiere della carrozzeria.
Il suo risveglio era stato più traumatico. Avvertiva chiaramente una insensibilità agli arti inferiori. Cercava di tirare su le gambe nel lettino del reparto ortopedico dove era stato ricoverato, ma le sue sensazioni motorie si fermavano al cervello. L'impulso partiva lucidamente ma le gambe non rispondevano.
Il referto fu drammatico per lui: paralisi agli arti inferiori.
Come avrebbe potuto fare adesso? La sua vita era completamente cambiata in una frazione di secondo per colpa di un matto incosciente che aveva perso il controllo della sua vettura a causa dell'alta velocità a cui l'aveva spinta.
Non immaginava minimamente che quell'impatto era stato ricercato e voluto, anzi studiato forse anche nei particolari già tanto tempo prima.
Il finale, però, doveva essere completamente differente per colui che aveva organizzato lo scontro. A morire, o restare invalido, ci doveva essere stato lui e non un'altra persona.
Al camionista neppure ci aveva pensato. Al sicuro in alto nella sua cabina avrebbe avuto al massimo solo dei danni al mezzo e qualche contusione guaribile in pochi giorni. Per il resto l'assicurazione avrebbe risolto i problemi del risarcimento dei danni.
Questi, stava viaggiando abbastanza tranquillo, ascoltando delle canzonette alla radio e canticchiava allegramente alla guida del suo mezzo ignaro del dramma che da li a qualche secondo avrebbe sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia.
La giornata era bella, vi era una buona visibilità e la musica aiutava ad ingannare le lunghe ore di guida che lo aspettavano. Invece! Aveva percorso forse 100 o 120 km ed ecco che un pazzo gli va a sbattere contro scombussolandogli la giornata.
I giorni passavano. Armando era migliorato ed era stato dimesso. L'aver visto la morte negli occhi avevano ridestato in lui la voglia di vivere.
"Il diavolo non mi ha voluto - ghignava - dovrò starmene in questo inferno ancora per chissà quanti anni a continuare a patire".
Aveva accantonato l'idea di ripetere quel gesto. Aveva ormai deciso di convivere con le disgrazie del mondo. E poi in quell'ospedale di disgraziati che volevano vivere ne aveva visti tanti. E se della gente che stava peggio di lui aveva tanto desiderio di vivere, perché morire?
Poi le sorse la domanda: "E l'altro?"
Già, l'altro, il conducente del mezzo pesante. Come stava?
Appena si era ripreso dal colpo aveva chiesto di lui e gli avevano risposto che era stato ricoverato, in pessime condizioni, prima nel reparto di rianimazione a Torino e dopo in quello di ortopedia.
Quando le sue condizioni glielo permisero decise di recarsi a fargli visita in ospedale. Cosa gli avrebbe raccontato? Gli avrebbe inventato di un malore improvviso o detta la verità?
Non aveva deciso nulla.
Aveva acquistato delle buone bottiglie di barbera e si era presentato nella sua camera di ospedale alle Molinette di Torino!
"Accidenti com'è messo male" borbottò dentro di se vedendolo tutto ingessato e con dei pesi che gli tiravano le gambe. Un profondo senso di colpa lo assalì.
In fondo quell'uomo se ne andava tranquillo per la sua strada, stava guadagnandosi il pane per se stesso e per la sua famiglia, forse quel mezzo, ora mezzo scassato, le era costato un patrimonio, forse aveva ancora le rate da pagare, forse era profondamente preoccupato per il suo futuro e, cosa alquanto più grave, le sue condizioni fisiche non sembravano eccellenti e chissà quali tristi pensieri gli frullavano per il cervello per il suo futuro.
Stava pensando di tornarsene indietro, ma ormai era giunto davanti all'ingresso della camera e non poteva tagliare la corda come un vigliacco qualsiasi, lui che aveva sempre dimostrato un grande coraggio finanche a programmare la sua morte.
La notizia che quell'uomo aveva perso la funzionalità delle gambe, che non avrebbe più potuto guidare un mezzo lo aveva profondamente turbato. In fondo lui era in pensione da qualche anno. Il suo reddito non era niente male, c'erano milioni di persone che stavano peggio, ma molto peggio di lui, altri milioni e milioni che pativano la fame, la sete, la miseria. Ma che cazzo voleva dalla vita alla fine?
Queste considerazioni lo stavano combattendo psicologicamente ed il fatto di rendersi consapevole che era stato lui la causa principale di questo casino e della prostrazione fisica e morale di un'altra persona e della sua famiglia lo sconvolgevano ulteriormente.
Si avvicinò al letto e si presentò senza esitazione e senza più pensarci sopra.
"Mi dispiace - esclamò - non è stato un incidente causale. Io stavo cercando di togliermi la vita"
L'uomo rimase profondamente turbato nell'apprendere la verità. Era dibattuto tra un sentimento di rabbia e di pietà e guardava quell'uomo, che aveva cercato lucidamente la morte, perfettamente in salute e lui, che pensava solo alla sua vita, a guadagnarsi il pane per la sua famiglia ed al suo lavoro, si trovava ora ridotto in quelle condizioni a causa di un matto esaurito ed insoddisfatto della vita.
"Ormai è andata così - esclamò rassegnato - non ci possiamo fare più nulla".
Armando capì, invece, che lui non poteva lavarsi le mani e far finta che nulla era accaduto. Sarebbe stato troppo facile. Lui aveva causato quella situazione e non poteva dire soltanto "mi dispiace" e "arrivederci".
Cominciò a frequentare giornalmente l'ospedale. La continua vicinanza e le discussioni stavano facendo nascere un rapporto più intenso e cordiale tra i due. Armando aveva capito che il suo gesto aveva rovinato la vita di un'altra persona ed a questo punto si doveva assumere fino in fondo le proprie responsabilità e riparare il danno subito.
I continui contatti ormai avevano approfondito la conoscenza reciproca. Il camionista ormai conosceva ogni angolo nero della vita di Armando e, questi, a sua volta, aveva acquisito informazioni sufficienti per capire la storia dell'altro. Ormai erano diventati due amici come se si conoscessero da lunghissimi anni.
Anche per i parenti del camionista le visite giornaliere di Armando e la lunga permanenza in corsia erano diventate così talmente familiari che ormai i parenti lo consideravano una persona di famiglia ed avevano addirittura ridotto la loro presenza in reparto in quanto Armando aveva dato tutta la sua disponibilità ad assistere il camionista.
Arrivò anche il giorno delle dimissioni ed Armando pensò che fosse giunto il momento di chiarire quale fosse stato il suo ruolo futuro nei confronti del nuovo amico di sventura.
Avrebbe preso il suo posto nella conduzione della piccola attività di autotrasporto e nell'attesa che il giovane figlio raggiungesse l'età per poter conseguire la patente di abilitazione alla guida dei mezzi pesanti, si sottopose a dei corsi e poi ad esame per ottenere lui stesso l'abilitazione necessaria alla guida di un automezzo pesante.
Si stabilì nel paese di residenza del camionista e contribuì alle spese di riparazione del mezzo incidentato e, dopo un breve periodo di prove pratiche guidando il mezzo per brevi percorsi, iniziò l'attività che il camionista non avrebbe più potuto svolgere.
Armando mai avrebbe potuto pensare che dopo dieci anni che era andato in pensione avrebbe dovuto di nuovo ricominciare a lavorare. Ma questa volta non lavorava per se stesso ma per il nuovo amico.
Tra i due si stabilì un rapporto affettivo molto forte ed intenso. Armando nei momenti di libertà aiutava l'amico a fare delle lunghe passeggiate spingendo la sua carrozzella a rotelle. La sua vita ormai era tutta per l'altro, alla morte non ci pensava più.
Anzi, pensava di molto alla vita ed ogni volta che accusava un qualche acciacco si preoccupava moltissimo, non certamente per lui, ma perché voleva essere in perfette condizioni fisiche per non dover creare problemi all'amico facendo mancare il suo aiuto giornaliero.
La sua fatica si concluse quando il più giovane dei figli conseguì la patente di guida ai mezzi pesanti.
Da quel momento Armando poté ritornare a fare il pensionato e questa volta per sempre. Ma il suo rapporto con la famiglia del camionista divenne a questo punto solidissimo, anzi sembrava ormai uno della famiglia. E, soprattutto ormai non pensava più alla morte.
Aveva capito che la sua vita poteva essere preziosa ed utile agli altri.
La morte? Ma dove stava? Neppure più ci pensava anzi cercava di esorcizzarla perché adesso ne aveva davvero paura. E poi doveva pensare ai suoi nuovi nipoti dal momento che i figli del camionista da un pezzo avevano preso il vezzo di chiamarlo zio.
A questo punto la sua esistenza era tutta per l'amico, ormai aveva davvero trovato non solo un amico ma anche una famiglia. E una simile rapporto non poteva concludersi ma era destinato a rafforzarsi nel tempo.
Armando, però, pensava ai suoi anni e non voleva far trasparire i suoi pensieri, ma ogni giorno che passava sentiva che le sue forze cominciavano a venir meno. Sottoponeva il suo fisico a grandi sforzi per spingere la carrozzina, ma non voleva far mancare quell'aiuto al suo amico e, soprattutto, voleva dimostrare che continuava a possedere la prestanza fisica di un tempo.
Decise, perciò, di nascondere le sue preoccupazioni, ostentando ancora la prestanza di un tempo e continuando a tirare avanti fin quando le forze l'avrebbero sorretto.
Ma fino a quando tutto ciò sarebbe potuto durare?

 

Salvatore Armando Santoro

Donnas 11/8/09 15,54


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