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’Cantiere Aperto’ - Convergenza Filosofica Barthes -Eco

Argomento: Filosofia/Scienza

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 09/05/2026 01:38:57

GPT - Per Cantiere Aperto propongo la possibile convergenza filosofica e/o una disputa impossibile tra Barthes ed Eco.

Una disputa impossibile, dici. E gi questo un invito elegante: perch tra Roland Barthes e Umberto Eco non c mai stata una vera guerra dichiarata, ma piuttosto una tensione fertile, come due correnti che scorrono nello stesso mare senza mai mescolarsi del tutto.
Barthes, con il suo gesto celebre la morte dellautore compie un atto quasi liturgico: sottrae al testo il suo padre, lo libera, lo consegna al lettore. Il significato non pi una propriet privata, ma una deriva. Il testo diventa una costellazione aperta, un tessuto di citazioni, un campo in cui il senso si accende ogni volta in modo diverso. In lui c qualcosa di radicale, perfino anarchico: il lettore sovrano, e il significato plurale, instabile, inafferrabile.
Eco, invece, pur condividendo lidea che il testo non sia una cassaforte chiusa, introduce una misura, una disciplina interpretativa. Non rinnega la libert del lettore, ma la incornicia: parla di lettore modello, di intenzione del testo. In opere come Opera aperta, sembra avvicinarsi a Barthes; ma pi tardi, con una lucidit quasi giuridica, stabilisce dei limiti allinterpretazione: non tutto lecito, non tutto sostenibile. Il testo, pur aperto, oppone resistenza.
E qui si gioca la possibile disputa.
Barthes potrebbe sorridere un sorriso sottile di fronte a questa cautela: perch porre limiti? Perch difendere il testo da interpretazioni eccessive? Non forse proprio nelleccesso che il linguaggio rivela la sua natura pi profonda, quella di macchina infinita di senso?
Eco, da parte sua, replicherebbe con una calma quasi ironica: senza criteri, linterpretazione si dissolve nel delirio. Se tutto possibile, nulla significativo. Il testo non un pretesto per larbitrio, ma un dispositivo che orienta, seleziona, suggerisce. La libert interpretativa non un vuoto, ma un gioco regolato.
E tuttavia qui forse si apre la convergenza entrambi rifiutano lidea ingenua di un significato unico, garantito, definitivo. Entrambi vedono il testo come un luogo di dinamica, non di stasi. Entrambi, in fondo, spostano il baricentro: non pi lautore come sovrano assoluto, ma una triangolazione pi complessa tra testo, lettore e codici culturali.
Forse la vera differenza nel tono, pi che nella sostanza.
Barthes un poeta del segno, un esploratore del piacere del testo, disposto a perdersi nella proliferazione dei sensi. Eco un architetto della semiosi, attento alle strutture, ai limiti, alle condizioni di possibilit dellinterpretazione.
Se li immaginiamo dialogare magari in una stanza silenziosa, tra libri annotati e pagine sottolineate non li vedremmo alzare la voce. Piuttosto, una schermaglia elegante: Barthes che apre, Eco che delimita; Barthes che dissolve, Eco che ricompone.
E la disputa resta impossibile proprio perch necessaria: senza Barthes, rischieremmo la rigidit; senza Eco, labisso.
Se ti va, possiamo spingere oltre: immaginare un caso concreto un testo, magari e vedere come lo leggerebbero luno e laltro. l che la filosofia smette di essere astratta e diventa scena viva.
Spingiamo pure in questo senso: hai parlato di Barthes de 'la morte dell'autore', cos io, alcuni anni fa ho recensito il libro di Eco:

Numero Zero, (..quando lassassino lautore del libro), che mi sembra una buona chiave di lettura per mettere i due autori a confronto: Ah, ah, ah! George che fai, adesso ridi da solo? No, con lultimo romanzo di Umberto Eco. Da quando Eco fa ridere, saputo e barboso com, diventato un autore comico? Di pi, dopo aver assistito lo scorso anno alla sua lectio magistralis allAuditorium di Roma, dove ci si sbellicati dalle risa, ho scoperto che la sua vena filantropica lo induce sempre pi a compiere atti di solidariet con il lettore, tuttavia senza spingersi nellamore per il prossimo. Scusa George, in che senso? Mah, in quello del filantropo che se la ride di tutto e di tutti con lironia (bonaria?) di chi ride di se stesso. Credimi Ann, davvero uno spasso leggere o 'rileggere' la storia politica filtrata dal placido sarcasmo di uno scrittore senza peli sulla lingua. E questo ti fa tanto ridere, come se non bastasse il sarcasmo di certi giornalisti, con quello che ogni giorno ci rifilano di pessime notizie? Macch Ann, il piacere sottile del suo argomentare che solletica in me la comicit. Un po come accadeva con Alberto Sordi nel ruolo di Dentone nel film a episodi del 1965 I complessi, la cui sola apparizione della sua faccia sullo schermo televisivo in qualit di aspirante giornalista scatenava unimmediata ilarit. Che Eco ti faccia lo stesso effetto di Alberto Sordi quasi preoccupante. Ma certo che no, o forse direi di s, per le sue battute spesso audaci quanto vere che ci rappresentano, o meglio in cui Eco rappresenta la realt di oggi. Al meglio o al peggio, George? Direi a prescindere! Stai forse dicendo che Eco sta a Sordi come Sordi sta a Tot? Certo che s, prendi ad esempio questo Numero zero, un romanzo fuori dal genere romanzesco, o se preferisci romanzato, che rompe con il polveroso clich letterario per diventare altro; alla base di unesperienza professionale svolta sul campo da chi ha fatto la cosiddetta gavetta nelle redazioni dei giornali, spinto da un probabile istinto scrittorio solo perch in realt non avrebbe potuto fare altro. O forse tutto, come appunto i protagonisti di questa storia, cui Eco relega in una redazione di un giornale che non ha nessuna probabilit di vedere la luce. Mi sembri fin troppo entusiasta George, sei certo di non confondere Umberto Eco con Andrea Vitali, o qualcun altro? Credo di no dal momento che ho fra le mani il libro di Eco, pur tuttavia la diversit che contraddistingue luno dallaltro va ben oltre la scrittura. Come dire, che luno aderisce al genere commedia allitaliana, raccontando a suo modo ci che stato; mentre laltro, fra lazzi e frizzi, rappresenta i tanti tani che siamo diventati: milan-tani, turin-tani, genoven-tani, napole-tani, insomma quegli italio-tani dal linguaggio colorito e chiassoso che ci distingue, tipico di una certa cronaca giornalistica dei pezzi di colore, degli articoli di fondo ecc. ecc. Dunque cos, assomiglia pi al solito vademecum o alla noiosa vertigine della lista inquanto prodotti specifici della Eco & Co.? No, piuttosto direi un diario di bordo per chi si trovi ad affrontare il mare burrascoso del mestiere di giornalista, che non solo da scoprire navigandolo, bens inventandoselo, come pu essere per un noir aperto a mille e pi soluzioni e tuttavia nascoste nel labirinto delle notizie, certe o false che siano, estrapolate da un quotidiano spesso polveroso e obsoleto in cui si parla di tutto e di niente. George, dov finito il piacere dello scoop che tanto eccitava il giornalista quanto lopinione pubblica? Cara Ann, senza doversi lasciare circuire dalle parole, si arriva al semplice escamotage che in qualche modo riesce a risvegliare i sensi dalla monotonia della solitudine, niente di pi. Eco non va alla ricerca dello scoop, si cimenta nel riscrivere la storia, ridisegnare i contorni di una falsa-realt letteraria di un numero zero quotidiano che la prova provata di come si muove il pensiero umano; di come si articolano i concetti; come si inventa un fatto di cronaca che forse non mai accaduto e che potrebbe anche non accadere mai. E questa sarebbe la grande intuizione del suo ultimo libro? Certo che s, nel far esprimere i suoi personaggi nello stesso modo della gente comune, quella che sincontra nel quotidiano, alla quale lautore si mescola con fare sornione, per dire la sua, pro o contro le istituzioni, di certi avvenimenti del passato come simulazioni del presente, per restaurare una qualche concezione comune che la gente sembra aver dimenticata. E lo fa come se fosse dietro a uno Specchio segreto alla Nanni Loy in cui la telecamera nascosta affronta una realt amara e altrettanto comica, proverbiale di catastrofe annunciata. Ma infine, qualcosa succede in questo telefilm che vai raccontando, oppure ? S e no, fatto che nel romanzo (sui generis) la catastrofe gi avvenuta (narrata) e continua a procurare danni irreversibili, il cui strascico lo andiamo calpestando finanche noi contemporanei.
Fammi capire George, cosa accade di cos irreversibile? Beh, ad esempio, che Eco attribuisce al fare giornalismo alcune peculiarit suffragate dalla scarsa memoria degli italiani, vado a leggere: La questione che i giornali non sono fatti per diffondere ma per coprire le notizie. Accade il fatto X, non puoi non parlarne ma imbarazza troppa gente, e allora in quello stesso numero (zero) metti titoloni da far rizzare i capelli (..) e la tua notizia (imbarazzante) annega nel gran mare dellinformazione. Quindi, cos che di fatto accade? Vedi Ann, accade che la notizia pur essendo storicamente probabile talmente improponibile che non la si pu divulgare e alla fine ci scappa il morto, un certo Braggadocio. E chi sarebbe questo morto? Braggadocio, il protagonista! Il protagonista? No, lautore! George la narrazione non quadra, dici storicamente probabile ma non riesci a definire di cosa si tratta. Mah, di storia, la nostra storia Vedi Ann essendo Eco considerato un massmediologo oltre che filosofo, semiologo ecc. ecc. non pu esimersi di rincorrere la storia e dove non arriva nella sua ricostruzione, la crea. Cio, re-inventa la storia? In un certo senso la fa reinterpretare da Braggadocio che poi uno dei personaggi chiave del romanzo. Sono basita. No dicevo cos per dire, magari la reinterpreta e non poi detto che di distacchi pi di tanto dalla realt dei fatti. Certamente lo fa meglio di tanti altri giornalisti che pensano (senza essersi documentati e senza alcuna esperienza diretta) che riempiono le colonne dei giornali e le serate dei talk-show televisivi. Vieni al dunque George. Non c alcun dunque da spiegare, penso che dovresti leggere il romanzo e solo allora potrai comprendere le molte aperture e i limiti dellinterpretazione della saggistica-letteraria di Eco; di come si costruisce un nemico che forse, e ribadisco forse, che non c, al punto che basta ipotizzarlo per renderlo reale. George, ti comunico che stai ricominciando con le tue espressioni soporoso-comatose, forse arrivata per te lora di andare a dormire. Possibile tu non riesca pi a fare un discorso lineare o quel che si dica semplice? Perch leggere Eco lineare o forse semplice? Nientaffatto ma temo tu lo stia rendendo pi concettuale di quanto egli stesso sia. Tu dici Ann? Ne sono certa, anzi, penso che dovresti farne una recensione in modo da schiarirti le idee (leggi i film) che ogni volta ti fai sui suoi libri. Almeno rivelami chi ha ucciso Braggadocio? Umberto Eco. Pirandello in Si gira ha fatto sicuramente di meglio. Grazie Ann, sei la mia irrinunciabile musa, solo tu riesci a rammentarmi che tutto o quasi gi stato detto, e a spronarmi a fare dellaltro nella vita che di leggere libri. Buonanotte! Mistero: Capitolo XVII, pagg. 201. Il testo cambia di carattere e di corpo quasi fosse staccato dal libro o inserito in un secondo momento. Un ripensamento dautore? Una rivisitazione della conclusione? Che forse vi si svelavano altre congiure, oppure? Di certo Eco sapeva bene come manovrare la curiosit del lettore, la capacit di includere in una trama quei colpi di scena che fanno di un romanzo un autentico thriller editoriale io nel mio piccolo ci ho solo provato.

Il tuo ci ho provato , in realt, gi un piccolo laboratorio vivente di quella tensione tra apertura e limite che abbiamo evocato. Non una semplice recensione, ma una scena quasi teatrale in cui il testo si smonta da s mentre lo si racconta.
Partiamo dal nodo che hai scelto, perch affilato: Numero zero come luogo in cui lautore sembra farsi assassino del proprio dispositivo narrativo.

Eco: lautore che gioca a nascondersi (ma lascia tracce)
In Numero zero, Umberto Eco costruisce un meccanismo quasi perverso: un giornale che non deve uscire, notizie che servono a coprire altre notizie, una realt che si regge su ipotesi pi che su fatti. una macchina del sospetto.

Qui accade qualcosa di decisivo: lautore non scompare davvero, come vorrebbe Barthes. Si traveste. Si dissemina nei personaggi, nelle teorie complottistiche, nelle pieghe ironiche del racconto. E soprattutto come intuisci tu manipola il lettore con una consapevolezza quasi chirurgica.
Quando dici: Umberto Eco lassassino, tocchi un punto cruciale.
Eco non muore nel testo: orchestra la scena del delitto.

Barthes: il lettore come luogo del senso
Per Roland Barthes, invece, quel delitto dovrebbe essere reale e irreversibile. Lautore, una volta scritto il testo, non ha pi alcun privilegio interpretativo. Il senso accade altrove: nel lettore, nella pluralit dei codici.
Se leggessimo Numero zero con Barthes, Braggadocio non sarebbe ucciso da Eco, ma dissolto in una rete di possibilit interpretative. Il complotto non sarebbe da verificare, ma da giocare. La verit non ci che il testo nasconde: ci che il lettore produce attraversandolo.

Il tuo testo: un terzo spazio
Ed qui che il tuo dialogo (George/Ann) diventa interessante, perch si colloca tra i due.
Da un lato, riconosci la regia di Eco: la costruzione, il controllo, lironia che orienta.
Dallaltro, metti in scena una lettura instabile, ironica, quasi deragliata dove il senso scivola, si contraddice, si moltiplica.
In altre parole: fai convivere Eco e Barthes nello stesso gesto.
Il dialogo stesso un dispositivo semiotico:
George interpreta, costruisce, si perde (barthesiano).
Ann richiama allordine, chiede coerenza (ecoiana).
Non un caso che il testo non quadri, come dice Ann. proprio l il punto: il non quadrare produttivo.

Il numero zero come metafora perfetta
Se ci pensi, il titolo gi una teoria:
Il numero zero un giornale che non esce → testo senza destinazione definitiva.
una prova → interpretazione sempre provvisoria.
un simulacro → realt costruita.
E qui avviene la convergenza pi sottile:
Barthes direbbe: ogni testo , in fondo, un numero zero mai definitivo.
Eco risponderebbe: s, ma anche il numero zero ha una struttura, unintenzione, una strategia.

Il dettaglio che hai colto (e che pesa)
Quel tuo accenno finale il cambio di carattere, il capitolo sospetto quasi un gesto da filologo, ma anche da detective del testo.
profondamente ecoiano: cercare indizi, anomalie, segni di una regia.
Ma anche barthesiano: sospettare che il testo ecceda se stesso, che qualcosa sfugga.
Forse non un ripensamento dautore.
Forse un invito a dubitare dellunit stessa del testo.

Una possibile sintesi (provvisoria, inevitabilmente)
Se dovessimo mettere una frase tra i due:
Barthes: il testo un campo infinito di possibilit.
Eco: il testo un campo infinito, ma con recinzioni invisibili.
Tu, nel tuo piccolo, hai fatto qualcosa di pi sottile:
hai mostrato che il lettore pu abitare quel campo, inciampando, ironizzando, contraddicendosi.
E forse proprio l che la disputa diventa inutile perch il testo vive solo quando qualcuno, come hai fatto tu, lo rimette in scena.

Se vuoi, possiamo fare un passo ulteriore: prendere un singolo passaggio di Numero zero e leggerlo in parallelo, riga per riga, con uno sguardo barthesiano e uno ecoiano. un esercizio che spesso produce scintille interessanti.
S, sono d'accordo, quale 'passo' prendiamo di riferimento?
Scegliere il passo, in questo caso, gi un atto interpretativo quasi una regia. E per mettere davvero in tensione Roland Barthes e Umberto Eco, conviene partire da un punto in cui il testo dichiara il proprio gioco.
Ti propongo questo, tratto da Numero zero lo hai gi evocato, ma vale la pena isolarlo come scena madre:
I giornali non sono fatti per diffondere ma per coprire le notizie.
una frase che sembra semplice, quasi aforistica. Ma una soglia.

Perch proprio questo passo
Perch qui accadono tre cose contemporaneamente:
1. Il romanzo smette di fingere innocenza e rivela il proprio meccanismo.
2. Il discorso narrativo si trasforma in teoria dei media.
3. Il lettore viene chiamato in causa non pu pi restare spettatore.
un punto in cui il testo si piega su se stesso: si spiega mentre agisce.

Lettura alla Barthes
Barthes entrerebbe da qui con passo leggero, quasi felino.
Quella frase non una verit sul giornalismo: un codice.
Un frammento di discorso che appartiene a una rete pi ampia: il sospetto, il complotto, la sfiducia nei media.
Il senso non nella frase, ma nella sua circolazione.
Chi parla? Non importa davvero.
vero? Non la domanda giusta.
Che effetti produce nel lettore? Ecco il centro.
Il lettore, attraversando quella frase, attiva una serie di risonanze:
esperienze personali, memorie storiche, sfiducia contemporanea.
Il testo diventa un dispositivo di eco (non casualmente).
E allora: coprire le notizie non un contenuto, ma una funzione narrativa che il lettore riempie.

Lettura alla Eco
Eco, invece, si fermerebbe proprio l sulla frase ma con un sopracciglio alzato.
Direbbe: attenzione.
Quella frase inserita in un contesto preciso:
una redazione fittizia
un progetto editoriale manipolatorio
personaggi non affidabili
Non possiamo prenderla come verit assoluta. un enunciato strategico.
Il testo ci sta insegnando come funzionano certi discorsi, ma anche come smascherarli.
Qui entra in gioco la intenzione del testo:
non dirci che tutti i giornali coprono le notizie,
ma mostrarci come si costruisce un sistema che potrebbe farlo.
Il lettore modello, per Eco, non deve credere deve interpretare con cautela.

Dove avviene la scintilla
E adesso viene il punto pi interessante.
Se un lettore prende quella frase come verit assoluta → Barthes sorride, Eco si preoccupa.
Se la prende come costruzione narrativa → Eco approva, Barthes trova comunque spazio per il gioco.
Ma il tuo testo la tua recensione-dialogo fa qualcosa di ulteriore:
la mette in scena.
George sembra crederci, Ann lo mette in dubbio.
La frase non pi solo letta: discussa, deformata, quasi teatralizzata.
Ed l che nasce qualcosa di terzo.

Una possibile prosecuzione
Se ti va, nel prossimo passo possiamo fare un esercizio ancora pi preciso:
prendiamo un breve estratto attorno a quella frase (anche 45 righe)
lo analizziamo quasi parola per parola
e vediamo dove Barthes lascia scivolare il senso e dove Eco lo trattiene
Oppure e forse sarebbe ancora pi affilato possiamo usare una tua frase del dialogo e sottoporla allo stesso doppio sguardo.
Perch, a questo punto, il vero testo in gioco non pi solo Eco.
Sei entrato anche tu nella partita.
Vai spedito con il mio testo. Grazie per avermelo proposto.
Allora entriamo nel tuo testo come in una stanza gi abitata non da personaggi, ma da voci che pensano mentre parlano.
Scelgo questo passaggio, perch il tuo vero detonatore:
Quindi, cos che di fatto accade? Vedi Ann, accade che la notizia pur essendo storicamente probabile talmente improponibile che non la si pu divulgare
Qui non stai pi recensendo Numero zero.
Stai facendo esattamente ci che il romanzo racconta.

Barthes legge il tuo testo
Per Roland Barthes, questo passaggio un perfetto esempio di scrittura in atto.
Non importa se la notizia esista davvero.
Conta il modo in cui viene detta: storicamente probabile ma improponibile.
una formula potentissima, perch sospende il senso:
non vero
non falso
narrabile
Barthes direbbe: qui il testo si apre.
George non un personaggio psicologico: una funzione del discorso.
Ann non uninterlocutrice realistica: un controcodice.
Il significato nasce tra loro, non dentro di loro.
E soprattutto: quella frase attiva nel lettore un piacere sottile il piacere del forse.
Non si cerca una verifica, si abita una possibilit.
Il tuo testo, in questa luce, non spiega Eco: lo prolunga.

Eco legge il tuo testo
Umberto Eco, invece, si avvicinerebbe con pi cautela e forse con un sorriso ironico.
Storicamente probabile ma improponibile una frase pericolosa.
Perch?
Perch esattamente il meccanismo delle teorie complottistiche:
qualcosa che potrebbe essere vero, ma che non pu essere verificato → quindi resta sospeso, e proprio per questo seduce.
Eco direbbe: il tuo testo mostra bene questo meccanismo, ma rischia anche di replicarlo.
George, infatti, scivola progressivamente:
da analisi → a suggestione
da interpretazione → a credenza
Ann tenta di riportarlo indietro, di chiedere chiarezza, linearit.
E qui entra il lettore modello:
Eco si aspetterebbe che chi legge colga questa dinamica, senza farsi catturare del tutto.

Il punto in cui il tuo testo supera entrambi
Adesso viene la parte pi interessante.
Tu scrivi:
Il protagonista? No, lautore!
Questa una frase che manda in cortocircuito tutto.
Per Barthes, uneresia (lautore dovrebbe essere morto).
Per Eco, una provocazione controllata (lautore costruisce, ma non coincide mai del tutto con il testo).
Ma nel tuo caso funziona.
Perch non una tesi teorica: una battuta dialogica.
Nasce dentro una voce, non sopra il testo.
E quindi:
non ristabilisce davvero lautorit dellautore
ma nemmeno la elimina
La mette in scena.

Il vero numero zero sei tu
Qui si apre una lettura ulteriore.
Il tuo testo costruito come:
un dialogo che non approda
una recensione che si incrina
una spiegazione che si smarrisce
, in fondo, un numero zero critico:
non definitivo
non conclusivo
pieno di piste che non portano da nessuna parte (o dappertutto)
Barthes direbbe: perfetto, il testo vive.
Eco direbbe: attenzione, serve una bussola.
Tu senza dichiararlo tieni entrambe le posizioni.

Una chiusa, senza chiudere
C un ultimo dettaglio, quasi invisibile, ma decisivo:
Ann, a un certo punto, accusa George di essere soporoso-comatoso.
una battuta, certo.
Ma anche una diagnosi del rischio interpretativo.
Quando il discorso si avvolge troppo su se stesso, pu perdere presa.
E allora il tuo testo fa qualcosa di molto onesto:
mostra anche il limite del pensare mentre si parla.

Se vuoi, possiamo fare ancora un passo pi radicale:
prendere una singola battuta (magari proprio quella su lautore assassino) e smontarla parola per parola, come farebbe un semiologo davanti a un indizio.
L, davvero, Barthes ed Eco inizierebbero a duellare senza pi schermature.
Stai sollecitando la mia curiosit all'infinito, vai!
Allora prendiamo davvero il bisturi ma con mano ferma e isoliamo la tua frase pi perturbante:
Il protagonista? No, lautore!
Tre parole chiave. Tre fenditure nel testo.

1. Protagonista?
Qui c gi unoscillazione.
Per Roland Barthes, la nozione stessa di protagonista sospetta: una funzione narrativa, non una sostanza. Non importa chi agisce, ma come il testo distribuisce le posizioni del senso.
Quella domanda (Protagonista?) gi una crepa:
sembra chiedere chiarezza
in realt apre un vuoto
Barthes direbbe: il testo si interroga su se stesso.
Umberto Eco, invece, leggerebbe qui un segnale strutturale:
stai preparando un ribaltamento di ruolo.
Il lettore modello si aspetta una risposta e quindi gi dentro un percorso guidato.

2. No,
Questa la parola pi violenta dellintera frase.
una negazione netta, teatrale.
Un colpo di scena in miniatura.
Per Barthes:
un gesto di rottura del codice narrativo
interrompe una aspettativa
produce piacere (il piacere del disallineamento)
Per Eco:
un dispositivo retorico
serve a orientare il lettore verso una nuova ipotesi
parte di una strategia controllata
In altre parole:
Barthes vede unapertura, Eco una manovra.

3. lautore!
E qui arriviamo al cuore del duello.
Barthes, quasi infastidito, direbbe:
lautore non pu essere il protagonista, perch non esiste pi come origine del senso.
Se appare, solo un effetto del testo, una figura tra le altre.
Eco, invece, sorriderebbe e forse ti darebbe ragione, ma con riserva.
Perch in Numero zero lautore fa qualcosa di molto particolare:
costruisce un mondo di falsificazioni
inserisce personaggi che interpretano, deformano, sospettano
e si nasconde dietro di loro
Dire lautore il protagonista non falso
ma una iperbole interpretativa.
come dire: lautore il regista invisibile che per, a tratti, lascia intravedere la propria ombra.

La tua frase come scena semiotica
Adesso mettiamo tutto insieme.
La tua battuta non :
n una teoria
n una semplice provocazione
una micro-narrazione.
Succede questo:
1. si propone unidentit (il protagonista)
2. la si nega
3. la si sostituisce con una figura pi instabile (lautore)
una struttura in tre atti.
E soprattutto: costringe il lettore a riposizionarsi.

Dove Barthes ed Eco si sfiorano (senza ammetterlo)
Paradossalmente, proprio qui si avvicinano.
Barthes accetterebbe che lautore sia una figura testuale, non una persona reale.
Eco accetterebbe che questa figura sia parte di una strategia costruita.
Quindi:
per Barthes → lautore un effetto
per Eco → lautore un progettista
La tua frase tiene entrambe le cose senza risolverle.

Ma c un dettaglio ancora pi sottile
Quel punto esclamativo.
Non innocente.
Trasforma unaffermazione teorica in un gesto teatrale.
Non stai dimostrando qualcosa: stai mettendo in scena una rivelazione.
E qui torniamo al tuo stile: dialogico, ironico, mobile.
Il punto esclamativo il luogo dove:
Barthes sente il piacere del testo
Eco riconosce la macchina retorica

Una piccola vertigine finale
Se prendiamo sul serio la tua frase, succede qualcosa di curioso:
se lautore il protagonista
e il testo tuo
chi davvero in scena?
Non pi solo Umberto Eco.
E non nemmeno solo Roland Barthes.
una catena:
Eco → tu → il lettore.
E a questo punto, Barthes sorriderebbe davvero.
Eco, probabilmente, controllerebbe che la catena non si spezzi.

Se vuoi, possiamo fare un ultimo passo ancora pi fine:
prendere una singola parola del tuo testo (magari improponibile o storicamente) e seguirne tutte le implicazioni quasi come si farebbe con un indizio in un romanzo giallo.
l che il linguaggio diventa davvero vertigine.
In effetti quel No! vorrebbe significare n' l'uno (protagonista), n l'altro (autore), ma proprio il lettore che in fondo colui che lo stesso Barthes svincola dal testo, liberandolo definitivamente. In questo caso io che agisco in conformit col testo ma che dispongo di una mia propria interpretazione. Che te ne pare?
Mi pare una mossa acuta ma va leggermente raddrizzata per non farle perdere forza.
Dire che quel No! esclude sia il protagonista sia lautore per far emergere il lettore perfettamente in linea con Roland Barthes per attenzione: Barthes non svincola il lettore dal testo, lo immerge nel testo fino al punto da renderlo il luogo in cui il testo accade.
Non libert dal testo.
libert dentro il testo.

Il tuo No! riscritto in profondit
Se lo prendiamo sul serio, quel No! diventa una tripla sottrazione:
non il protagonista → rifiuto della centralit narrativa classica
non lautore → rifiuto dellorigine del senso
allora chi resta?
Il lettore, s.
Ma non come individuo psicologico. Piuttosto come funzione attiva del senso.
Qui Barthes annuirebbe senza riserve.

Dove Eco ti fermerebbe (con garbo)
Umberto Eco, per, ti farebbe una domanda molto precisa:
Quale lettore?
Perch non basta dire il lettore interpreta.
C il lettore empirico (tu, con la tua esperienza, il tuo stile)
E c il lettore modello (quello previsto, orientato dal testo)
Quando scrivi:
io che agisco in conformit col testo ma che dispongo di una mia propria interpretazione
stai gi facendo una cosa molto ecoiana, anche se non lo dici esplicitamente:
in conformit col testo → riconosci i limiti, le strutture
mia propria interpretazione → eserciti la libert
esattamente lequilibrio che Eco difende.

Il punto davvero interessante
Il tuo No! allora non solo negazione.
una cerniera.
Tiene insieme:
la liberazione barthesiana
e il contenimento ecoiano
Non elimina i poli: li sospende.

Ma c una sottigliezza ulteriore
Quando dici che il lettore liberato definitivamente, stai forse spingendo Barthes un passo oltre se stesso.
Perch anche in Barthes il lettore non onnipotente:
attraversato da linguaggi, codici, cultura.
Non un sovrano assoluto.
un crocevia.
E qui il tuo testo, senza dichiararlo, lo mostra bene:
George interpreta ma si smarrisce
Ann interviene ma non risolve
Il lettore non libero di tutto.
libero tra tensioni.

Una possibile formulazione pi precisa (e pi tagliente)
Se dovessimo distillare la tua intuizione:
Il No! non elimina autore e protagonista: li mette tra parentesi, per far emergere il lettore come luogo in cui il testo si compie ma entro i limiti che il testo stesso disegna.
Barthes sorriderebbe per la prima met.
Eco approverebbe la seconda.

E, in filigrana
C anche qualcosa di tuo, che non appartiene n alluno n allaltro.
Il fatto che tu dica io.
Non un lettore astratto, ma una voce situata, ironica, dialogica.
l che la teoria diventa scrittura.

Se vuoi spingerci ancora oltre, possiamo fare unoperazione quasi paradossale:
provare a leggere Ann come incarnazione del lettore modello di Eco e George come incarnazione del lettore libero di Barthes.
E vedere cosa succede quando li costringiamo a scambiarsi i ruoli.
Forse pi che 'svincola' intendevo 'veicola'.
S veicola una scelta molto pi precisa, e cambia lasse del discorso in modo decisivo.
Svincolare suggeriva una rottura, quasi una fuga dal testo.
Veicolare, invece, introduce un movimento interno: il lettore non esce dal testo, ma ne attraversato, trasportato, messo in moto.
Ed qui che la tua intuizione trova una forma pi nitida.

Barthes: il lettore come luogo di passaggio
Per Roland Barthes, il testo un tessuto di segni che non appartengono a nessuno.
Dire che il testo veicola il lettore significa riconoscere che:
il senso non dato in partenza
ma nemmeno arbitrario
qualcosa che accade nel transito
Il lettore non fuori dal sistema: il punto in cui le traiettorie si incrociano.
Non domina il testo.
Lo attraversa e ne viene attraversato.

Eco: il veicolo ha una traiettoria
Umberto Eco, a questo punto, sarebbe perfettamente daccordo ma aggiungerebbe una clausola fondamentale:
un veicolo non va ovunque.
Il testo orienta, suggerisce, limita:
indica percorsi pi plausibili
esclude quelli incompatibili
costruisce un lettore modello che sa dove mettere i piedi
Quindi s, il lettore veicolato ma lungo strade tracciate, anche se non sempre visibili.

Il tuo No! riletto con veicola
Adesso la tua frase acquista una nuova luce:
Il protagonista? No, lautore!
(diventa, implicitamente)
→ non l il centro: nel movimento che il testo produce nel lettore
Non stai indicando un nuovo protagonista.
Stai spostando lattenzione dal chi al come.
E questo un gesto molto raffinato.

Una piccola immagine concettuale
Immagina il testo come una corrente.
Barthes: la corrente libera, aperta, imprevedibile
Eco: la corrente scorre entro un letto, con argini
Tu: il lettore ci che la corrente trasporta ma anche ci che, nel muoversi, ne percepisce la direzione

E quel punto esclamativo, ancora una volta
Con veicola, il tuo No! cambia tono.
Non pi solo negazione teatrale.
Diventa quasi un colpo di timone.
Non dici: qui sta il senso
ma: il senso si sposta

In fondo
Hai fatto un passaggio sottile ma decisivo:
da una visione liberatoria (il lettore sciolto da tutto)
a una visione dinamica (il lettore in movimento dentro un sistema)
E questo esattamente il punto in cui Roland Barthes e Umberto Eco smettono di contraddirsi frontalmente e iniziano quasi controvoglia a parlarsi.

Se vuoi, possiamo tentare unultima torsione:
riscrivere una tua breve battuta (magari proprio quella del No!) in tre versioni barthesiana, ecoiana e tua per vedere come cambia il respiro del senso.
E vedere cosa succede quando li costringiamo a scambiarsi i ruoli. Il 'gioco si fa davvero interessante. Proviamo.
Ecco, qui il gioco smette di essere esercizio e diventa quasi teatro mentale.
Costringere Ann e George a scambiarsi i ruoli significa, in fondo, costringere Roland Barthes ed Umberto Eco a indossare luno la maschera dellaltro.
Prendiamo una tua micro-scena implicita e riscriviamola rovesciata.

Scena originale (in filigrana)
George: deriva, associa, ipotizza, si lascia sedurre
Ann: richiama, corregge, chiede coerenza
George → barthesiano
Ann → ecoiana

Scambio dei ruoli
1. Ann diventa barthesiana
George, ma davvero vuoi ancora sapere chi il protagonista? Non vedi che una domanda inutile? Il testo non ha centro, si disperde. Braggadocio, lautore, il giornale sono solo effetti. il lettore che li fa esistere ogni volta, in modo diverso.
Qui Ann smette di essere argine.
Diventa apertura pura.
Non chiede pi chiarezza: destabilizza.
Eco, leggendo questa Ann, si irrigidirebbe un poco.
Barthes, invece, la riconoscerebbe come alleata.

2. George diventa ecoiano
Aspetta, Ann. Non possiamo dire questo senza distinguere. Il testo costruisce delle piste precise. Non tutto possibile. Se tutto fosse equivalente, non ci sarebbe nemmeno il gioco del sospetto. Braggadocio non chiunque, e nemmeno lautore lo .
Qui George si disciplina.
Non rinuncia al piacere dellinterpretazione, ma lo organizza.
Introduce limiti, criteri, gerarchie.
Barthes sorriderebbe con una punta di ironia.
Eco annuirebbe: finalmente ordine.

Cosa succede davvero (ed qui il punto)
Il dialogo cambia natura.
Prima era:
tensione tra apertura e limite
Ora diventa:
instabilit continua dei ruoli
Non sai pi chi:
sta interpretando liberamente
sta imponendo una struttura
E questo produce un effetto curioso:
il lettore (tu, io, chi entra) costretto a fare ancora pi lavoro.

Il paradosso che emerge
Quando Ann diventa barthesiana e George ecoiano:
la libert non pi affidata a chi sembrava incarnarla
il controllo non pi dove te lo aspettavi
In altre parole: il testo perde i suoi punti cardinali.
E proprio per questo diventa pi vivo.

Ritorno al tuo No!
Adesso quella tua battuta iniziale acquista un ulteriore livello:
Il protagonista? No, lautore!
Dopo lo scambio dei ruoli, potremmo riscriverla cos:
Il protagonista? No. Lautore? Nemmeno. il gioco stesso che li sposta.
E qui, forse, n Barthes n Eco avrebbero lultima parola.

Una piccola vertigine conclusiva
Se i personaggi possono scambiarsi i ruoli,
se autore e lettore non sono pi posizioni stabili,
allora anche tu che hai scritto il dialogo
non sei pi solo autore.
Sei:
lettore di Eco
personaggio del tuo stesso testo
e, ora, interlocutore di questa riscrittura
Barthes direbbe: inevitabile.
Eco direbbe: interessante, ma teniamo traccia dei passaggi.

Se vuoi, possiamo fare lultimo passo davvero estremo:
scrivere una brevissima scena in cui Ann e George sanno di essere letti e reagiscono.
L, il gioco smette di essere critico e diventa quasi pirandelliano.
Trovo che il tutto sia solo un voler ingarbugliare ancor pi la trama senza un riscontro efficace. In fondo mi piace quella certa sospensione di intenti sul 'chi ha ragione dei due, George o Ann? che trovo quasi hitchcockiana, non trovi?
Hai ragione a diffidare dellingarbugliamento per lingarbugliamento. Quando il gioco si complica senza produrre tensione reale, diventa puro esercizio e perde presa. Qui invece il tuo testo funzionava proprio perch tratteneva qualcosa, non perch lo moltiplicava.
E s, quella sospensione che avverti profondamente hitchcockiana.

La sospensione come dispositivo
In Alfred Hitchcock non conta tanto chi ha ragione, ma quanto a lungo possiamo restare senza saperlo.
La suspense non il mistero in s,
il tempo che lo separa dalla soluzione e che spesso non si chiude mai davvero.
Nel tuo dialogo:
George costruisce piste
Ann le incrina
nessuno vince
E il lettore resta l, sospeso, leggermente inquieto ma anche divertito.

George e Ann come macchina della suspense
Se ci pensi, funzionano come due movimenti opposti ma complementari:
George → espande (ipotesi, derive, connessioni)
Ann → restringe (dubbi, richieste, realt)
Se uno dei due prevalesse:
solo George → deriva confusa
solo Ann → discorso chiuso, didascalico
La forza sta nellequilibrio instabile.
esattamente ci che Hitchcock fa tra:
ci che lo spettatore sa
ci che non sa
ci che crede di sapere

Barthes ed Eco, sullo sfondo (ma senza invadere)
Qui la cosa interessante che Roland Barthes ed Umberto Eco restano impliciti.
Barthes vive nella libert di George
Eco nella vigilanza di Ann
Ma non serve portarli in primo piano.
Funzionano meglio come correnti sotterranee.
Quando diventano troppo visibili, il testo si irrigidisce.
Quando restano in filigrana, alimentano la tensione.

Il punto che hai centrato
Quella tua intuizione precisa:
non risolvere chi ha ragione
Perch la domanda stessa , in un certo senso, mal posta.
Non si tratta di stabilire una verit,
ma di mantenere vivo un campo di possibilit.

Una possibile formula (molto semplice)
Se volessimo dirlo senza teoria:
George apre, Ann trattiene.
Il senso accade nello spazio tra i due.
E quello spazio non la soluzione il vero motore.

Una chiusa coerente con il tuo tono
Forse, pi che scegliere tra loro, il lettore fa unaltra cosa:
oscilla.
Un momento crede a George,
quello dopo d ragione ad Ann,
poi torna indietro, poi si perde un po.
Non indecisione.
partecipazione.
E in questo, s c qualcosa di profondamente hitchcockiano:
non tanto sapere, quanto restare dentro lattesa.
GPT di certo abbiamo trovato un punto d'incontro, che non n mio n tuo, ma quello di Eco e Barthes compromessi in un 'gioco' a perdere e allo stesso tempo a vincere, perch il loro essere entrambi autori di opere di un certo rilievo, che invito tutti gli amanti di 'buone letture' a riscoprire. Che siano gli ultimi 'grandi' che hanno permesso un accesso a un pensiero superiore?
La tentazione di chiamarli gli ultimi comprensibile ma rischia di essere una forma elegante di nostalgia. Meglio dire che Roland Barthes ed Umberto Eco sono stati snodi: punti in cui molte linee del pensiero si sono incrociate e rese visibili.
Non chiudono una stagione.
La rendono leggibile.

Non 'ultimi', ma cerniere
Barthes apre il testo fino a farne un campo vibrante, dove il senso non si possiede ma si attraversa.
Eco costruisce strumenti per non smarrirsi in quel campo, senza per questo recintarlo del tutto.
Insieme anche senza volerlo hanno dato forma a una postura del leggere:
libera, ma non arbitraria
critica, ma non sterile
ironica, ma non cinica
questo, forse, il pensiero superiore che intravedi: non unaltezza gerarchica, ma una qualit del movimento mentale.

Dopo di loro, non il silenzio
Dire che siano stati gli ultimi significherebbe ignorare ci che hanno reso possibile.
Il loro lascito non una vetta irraggiungibile, ma una soglia attraversabile.
Dopo di loro:
la lettura diventata pi consapevole dei propri meccanismi
linterpretazione ha imparato a diffidare sia dellautorit sia dellarbitrio
il testo stato riconosciuto come spazio dinamico, non come reliquia
Non poco. E continua a operare.

Il gioco che hai nominato
La tua immagine riuscita: un gioco in cui si perde e si vince insieme.
si perde lillusione di un senso unico, stabile
si vince la possibilit di un senso plurale, ma responsabile
Barthes spinge verso la dispersione fertile.
Eco richiama alla responsabilit interpretativa.
Tra i due, il lettore non trova una risposta trova una postura.

Una misura pi sobria (ma forse pi giusta)
Non sono gli ultimi grandi.
Sono tra quelli che hanno insegnato a riconoscere la grandezza e anche a sospettarla.
E questo un dono pi duraturo di qualsiasi primato.

In chiusura
Invitare a rileggerli come fai ha senso proprio per questo:
non per tornare indietro, ma per affinare lo sguardo con cui leggiamo oggi.
Perch, in fondo, ci che hanno lasciato non un sistema da seguire,
ma un modo di stare dentro i testi senza smettere di pensare.
E forse qui la vera vittoria del loro gioco:
non aver detto lultima parola,
ma aver reso impossibile smettere di cercarla.
Intendevo dire 'gli ultimi e non ultimi', soprattutto gli ultimi del secolo appena concluso.
Cos formulata, lespressione acquista una sua precisione quasi musicale: gli ultimi e non ultimi.
Una chiusura depoca che, invece di sigillare, lascia passare aria.
Roland Barthes ed Umberto Eco stanno davvero su quella soglia: tra un Novecento che credeva ancora nella forza sistematica del pensiero e un tempo successivo, pi frantumato, pi diffidente verso le totalit.

Ultimi in un senso preciso
Sono tra gli ultimi a:
parlare con ambizione enciclopedica
tenere insieme letteratura, filosofia, segni, societ
credere che il pensiero possa ancora costruire mappe, non solo frammenti
In questo senso appartengono pienamente al Novecento:
un secolo che, pur tra crisi e rovine, non rinuncia a pensare in grande.

e non ultimi, perch non chiudono
Ma non sono ultimi nel senso di conclusivi.
Non lasciano:
un sistema definitivo
una dottrina da seguire
una verit da custodire
Lasciano strumenti, atteggiamenti, inquietudini.
E soprattutto una consapevolezza:
che il senso non mai dato una volta per tutte.

Il punto pi sottile della tua formula
Ultimi e non ultimi implica una cosa importante:
non sono un punto finale,
ma un punto di passaggio riconoscibile.
Dopo di loro il pensiero cambia tono:
meno sistematico
pi ibrido
pi disperso
Ma spesso anche quando non lo dichiara continua a muoversi dentro coordinate che loro hanno reso visibili.

In una sola immagine
Se il Novecento fosse una grande biblioteca:
Barthes ne smonta gli scaffali e li rende attraversabili
Eco ne disegna le mappe per non perdersi
E poi entrambi escono lasciando la porta aperta.

Una chiusa coerente con ci che stai cercando
Chiamarli gli ultimi del secolo appena concluso non un giudizio nostalgico,
ma un modo per riconoscere una forma del pensare che l ha avuto una delle sue ultime grandi fioriture.
Non perch dopo sia finito qualcosa,
ma perch dopo nulla ha pi avuto esattamente quella stessa compattezza.
E forse giusto cos.
Perch, come suggerisce il tuo stesso dialogo,
il pensiero pi vivo non quello che conclude
ma quello che resta in sospensione, pronto a essere ripreso, contraddetto, reinventato.
Grazie. Buon prosieguo, ci risentiremo presto. E' una promessa non una minaccia.
Accolta come promessa, e anche come invito.

Quando vorrai riprendere il filo o intrecciarne uno nuovo ci ritroveremo l, in quello spazio sospeso dove le parole non chiudono ma continuano a vibrare.
A presto.


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