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Trascorrere

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 24/06/2018 13:18:50

TRASCORRERE

La valigia era già stata collocata con meticolosa delicatezza accanto alla porta. Stipata di maglie di lana e di tocchi di formaggio.

Zio Totò lo aspettava di sotto mentre la madre e il padre finivano di versare le ultime lacrime.

Le parole gli rimasero bloccate in gola e, quando salì sulla macchina, restò in deglutizione d’ansia, senza che Totò potesse far nulla per suscitare in lui qualcosa di diverso da un appiccicato sorriso.

Il treno partiva alle 19:30. Un convoglio né lungo né breve, lento nell'arrestarsi come nel ripartire. Ingranaggi obsoleti e odore ferrigno.

-Non sei solo! C’è già tuo fratello, là…

Una frase a cui si era aggrappato per settimane, una sicurezza che non se n'era andata, eppure non sufficiente a far scivolare quel magone fermo in gola.

 

Lo zio agitò il braccio quando il treno si mise in marcia. Lui ritirò la testa che prima aveva fatto sporgere dal finestrino e si sedette in una perdurante sensazione di frastornamento.

Non riusciva a pensare a nulla. Con la testa reclinata contro lo schienale, desiderava solo assopirsi.

Non sapeva in che modo avrebbe percepito la durata del viaggio: soltanto che l’inquietudine prevaleva sulla pazienza, il passato sul presente, il ricordo sul sogno.

-Alla pensione si sta bene! La signora è una cuoca toscana!-

Il fratello era rassicurante. Ci sarebbe voluto solo il tempo necessario per acclimatarsi alle brume, alle mimiche diverse, ai timbri bassi e alle espansività indurite e represse.

Il viaggio durava quasi un giorno intero. Allora i convogli Palermo-Milano portavano ritardi di ore, accumulate soprattutto nel trasbordo sullo stretto.

Vos et ipsam civitatem benedicimus.

Lei, la Madonnina della Lettera, era sempre immobile nel suo pilastro sull'acqua fonda: sedimento fisso in qualche remoto angolo della mente e visione arcana o propiziante per coloro che salivano lungo lo stivale diretti verso le grandi città del Nord, gonfie di possibilità e sfide.

Che orizzonti lo attendevano? Accoglienti o aridi? Ristretti o mutevoli?

Lo avrebbe saputo col tempo, non solo cronologico ma anche emotivo, che tutto il mondo è paese, che ogni porto è buono per costruire, che il resto dipende da noi.

Orgoglio determinato era molla per rimboccarsi le maniche.

Aveva affrontato le situazioni con i mezzi di cui disponeva, costanza nell’impegno e correttezza, ravvisando le mille disponibilità dei microcosmi e poi la gente col bisogno di affidarsi, di trovare conferme e sostegno : atteso dall’inatteso incontro.

Per lui che sprigionava, senza saperlo fino in fondo, forza di convinzioni non era stato molto difficile ricevere riconoscimento da classi che cercavano autorevolezza. E alle classi si univano i genitori. E il sentimento si estendeva ai colleghi e a tutto il personale.

Adesso guardava gli anni trascorsi dentro la bottiglia lunga di Barolo Cannubi e sul quadrante dell’orologio grigio champagne con cui i colleghi lo avevano omaggiato, a conclusione del lungo percorso insieme tra le mura della stessa scuola.

Pensava, con sorpresa, che aver inculcato i fondamenti della matematica e delle scienze per duecento giorni l’anno, moltiplicati per enne volte, era stato un respiro breve e lungo, allo stesso modo della prima notte trascorsa sul treno che dalla Sicilia portava a Milano.


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