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Bette Davis Eyes

di Lino Bertolas
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Pubblicato il 09/08/2018 22:58:16

La trovai in mezzo al ciarpame che ritiravo abitualmente dalla cassetta postale.
Una busta bianca anonima. L'indirizzo scritto a mano in un regolare stampato maiuscolo.
Dentro solo un foglio formato A 4 e poche righe. Carattere Arial, se non sbagliavo. Formato 14. Lessi.
-Si prega di ritrovare “Bette Davis eyes”. L'ultimo avvistamento è stato in via del Granatiere 12.
Seguiva un P.S.: Comunicare risultato positivo o negativo su quotidiano locale sotto la voce INSERZIONI VARIE.
Avrebbe potuto benissimo essere uno scherzo se non fosse stato per quei tre bigliettoni colore violetto che accompagnavano il foglio.
Rimasi solo per un attimo sconcertato.
Non credevo molto a Babbo Natale e, nel caso, il vecchietto in rosso con la barba bianca e le renne volanti non mi avrebbe fatto visita proprio adesso, a metà maggio.
Così decisi di prendere seriamente la richiesta.
“Bette Davis eyes”. Gli occhi di Bette Davis. Mi ricordava qualcosa.
Sì, una canzone di parecchi anni fa. Una musicalità accattivante. La eseguiva una cantante bionda con la voce roca. Adesso mi sfuggiva il nome. Il significato del testo non l'avevo mai capito. Non conoscevo l'inglese.
Senza scervellarmi tanto, sapevo già a chi rivolgermi. Misi al sicuro il foglio e i tre bigliettoni e chiusi la porta dell'ufficio dietro di me con il consueto cartellino:
“Torno subito”.

-Ehilà, Arno, qual buon vento?
Il locale era immerso in una languida melodia. Il mio amico stava adagiato su una comoda poltrona. Una bottiglia di birra in mano. Non si sarebbe detto che si trovasse al lavoro se non fosse stato per le migliaia di CD e altri articoli musicali che arredavano l'ambiente.
-Come vanno gli affari Bruce?
-Come vedi, un momento di stanca. A noi ci rovinano i siti da cui puoi scaricare tutti i brani che vuoi. D'altronde hanno ragione. Farei anch'io lo stesso al loro posto. No, quello che ci rovina è il cattivo gusto: le sfornate di compilation e l'ottusità dei dirigenti discografici. Per fortuna restano ancora degli archeologi della buona musica. Senti questo pezzo. E' da brivido. L'arpa celtica di Alan Stivell: ti porta da qua in paradiso. Anche se la mia Kirsty da buona irlandese a codesto cantante bretone preferisce le sue natie uillean pipes, io resto dello stesso avviso: questa è musica che ti rinfresca l'anima. A proposito Arno, vuoi una birra?
-No grazie, sono in servizio. Cosa ti suggerisce “Bette Davis eyes”?
-Una canzone che ha fatto successo. Non male a dire il vero. La cantava una biondona: Kim Carnes con un timbro di voce particolare. Però è passato qualche anno. Su per giù dovremmo essere verso l'inizio degli anni '80. Adesso controllo ...
-Sì, è del 1981. Se ti interessa il disco con il testo posso procurartelo.
-No, per il momento. Ho già un'altra pista. Hai qui uno stradario della città?
Subito dopo segnavo sulla piantina: via del Granatiere.
La voce di Bruce alle mie spalle.
-E' nella zona dell'università. Cosa fai? Vuoi metterti a studiare?
-Come no! Così cambio lavoro. Dammi una birra, va!

Quella mattina giravo per via del Granatiere.
Ero passato ancora da quelle parti in auto ma senza mai fermarmi. Ricordavo solo i segnali continui di lavori in corso: palazzi in ristrutturazione, nuovi parcheggi, carreggiate in rifacimento.
Era una zona in perenne trasformazione. L'unica cosa che mi attirava erano i gruppetti a piedi di leggiadre ragazze che si avviavano verso gli edifici dell'università.
Chissà perché le vedevo come fanciulle non ancora cresciute che con la scusa dell'università prolungavano lo spensierato periodo scolastico prima di sbattere la testa contro i veri esami della vita.
Lasciai perdere le mie fantasticherie.
Via del Granatiere 12 corrispondeva ad una graziosa villetta stile impero.
Certo erano evidenti i segni dell'età e faceva maggiore tenerezza se paragonata ai condomini più moderni e asettici che la circondavano.
Suonai il campanello. Attesi un po' prima che uno spioncino rettangolare si aprisse. Due occhi grigi segnati intorno da spesse rughe.
-Se cerca mio marito, non c'è!
-No, signora. Lavoro per un'agenzia di investigazioni. Non le faccio perdere tempo. Solo un paio di domande.
-Allora dica!
-Sono stato incaricato di fare ricerche su chi abitava in questa casa, diciamo verso il 1980.
-Noi non c'entriamo. Siamo venuti a vivere qui, mi faccia ricordare... nel settembre dell'ottantanove.
-E non conosceva chi abitava prima?
-Non saprei. Sa, noi l'abbiamo comperata tramite un'agenzia immobiliare.
-Quale?
Sulla mia domanda lo spioncino si richiuse.
La donna forse improvvisamente memore delle frequenti truffe a danno degli anziani aveva pensato di chiudere ogni ulteriore comunicazione con il sottoscritto.
Inutile insistere.
Mi guardai intorno. Sparuti gruppi di universitari scorrevano cicalando verso le aule di lezione. Notai, come una mosca bianca, una donna anziana sopraggiungere tenendo in mano una borsa per la spesa.
-Lei abita da queste parti?
-Sì, perché ...? - Notai il suo sguardo preoccupato girarsi intorno.
Assunsi un tono confidenziale:
-Sono del Comune. Stiamo facendo una ricostruzione storica di com'era questo
quartiere un po' di anni fa. Servirebbe una testimonianza di qualcuno che ci abita da parecchio.
-Allora sa da chi deve andare? Dalla signora Marconi. Ha sempre vissuto qui,
perlomeno dal dopoguerra. Ecco, è in quel palazzo.
Accelerò il suo passo mentre il mio ringraziamento ancora le correva dietro.

Nel salotto di Piera Marconi il tempo sembrava essersi fermato.
Dall'arredamento ai soprammobili per finire con le foto d'epoca appese alle pareti, tutto dava l'idea di un fortino. Un fortino che conservava gelosamente i suoi ricordi, assediato sempre più dalle mostruosità fredde e smemorate che i nuovi anni gli avevano costruito attorno.
Con la signora Piera non c'era stato bisogno di fingere. Ci eravamo intesi subito.
E mentre assaggiavo il suo nocino fatto in casa, assorbivo fatti e immagini del suo raccontare quieto e preciso.
-Dal settanta all'ottanta... sì, ottantacinque, la villetta del numero 12 è stata abitata dalla vedova Belotti. Una brava donna che sgobbava per mantenere se stessa e le due figlie, Cecilia e Anna. Lei mi ha parlato dell'ottantuno. Vediamo, a quell'epoca le figlie avevano ... faccio un po' di conti ... sì, Cecilia diciotto e Anna sedici anni.
Cecilia aveva appena iniziato a lavorare mentre Anna stava ancora studiando.
Le due sorelle erano molto unite tra loro e allo stesso tempo diverse.
Anna era uno splendore. Aveva due occhi di un azzurro intenso come un cielo di primavera senza nuvole. Non c'è da meravigliarsi che avesse tanti mosconi che le ronzassero attorno soprattutto qui, con tutti quei giovani che frequentavano l'università.
Cecilia era più tranquilla e fisicamente..., beh! non direi bruttina, ma in confronto alla sorella ...
La madre per sopperire ai debiti lasciati dal marito subaffittava anche un paio di stanze a studenti universitari.
Le cose erano andate meglio per la famiglia se non fosse che Anna ha cominciato a frequentare qualche giro poco rassicurante. La ragazza ha avuto dei ricoveri. Si parlava di droga.
Poi a metà degli anni ottanta hanno venduto la villetta e si sono trasferite non so dove.
Da allora non ne ho più sentito parlare. Nella villetta sono passate altre famiglie per brevi periodi fino ai proprietari attuali che ...
-... ho già avuto modo di conoscere. Per non disturbare oltre, signora Marconi, non saprebbe quale altro riferimento potrebbe ...
-Ah sì! A quel tempo don Attilio, il curato della parrocchia, si era dato da fare per aiutare la Belotti soprattutto per i problemi di Anna ma ora non è più qui. E' stato trasferito verso il novantacinque.
-La ringrazio moltissimo. Lei mi è stata veramente utile. Adesso devo proprio andare.
-Un altro po' di nocino?

L'attuale parroco, don Lorenzo, due occhi che sembravano ingranditi dalle spesse lenti racchiuse in una montatura a disegno di tartaruga, mi ascoltava paziente.
-Vedo cosa posso fare.
Aprì un paio di agende scartabellandone le pagine.
-E' come ricordavo! Don Attilio è stato trasferito in una parrocchia della provincia. Da quel che so dovrebbe essere ancora lì.
Scrisse qualcosa su un foglietto.
-La ringrazio. I miei parenti che vivevano in questo quartiere avrebbero proprio piacere di salutare don Attilio. Ormai sono passati diversi anni.
Non fu un lungo viaggio. Il paese era posto tra le colline a metà di una valle ricca del verde della nuova stagione.
-Chissà, forse starei meglio anch'io a trasferirmi qui. Certo, dovrei cambiare lavoro.
Era una cosa che mi ripetevo spesso ma che difficilmente avrei fatto.
Suonai alla porta della canonica.
La perpetua, sentite le mie richieste, mi fece strada lungo un corridoio fresco e ombroso.
Don Attilio, un prete di mezza età dai capelli brizzolati e gli occhi vivaci, mi accolse benevolmente.
-La famiglia Belotti la ricordo benissimo anche perché allora ero all'inizio della mia, se possiamo così dire, carriera sacerdotale. Una parrocchia impegnativa. Pochi residenti e molti provvisori, studenti universitari in buona parte in affitto presso camere e case del quartiere.
Un periodo anche vivace pieno di alti e bassi, di passioni e di problemi.
Anna era una brava ragazza ma incline a perdersi. Troppo fiduciosa negli altri e ne ha pagato le spese.
Quando la madre si è rivolta a me la situazione era già grave. Ho fatto di tutto per farla accogliere in una comunità di recupero e lei ha accettato la proposta. Voleva venirne fuori ma non era facile. Ogni tanto entrava e usciva. Un cammino duro.
Poi la madre e la sorella si sono trasferite lontano da qui. Ho avuto ancora dei contatti negli anni successivi.
La madre era morta. E Cecilia, la sorella, mi scriveva che Anna aveva fatto dei progressi, che la partita era quasi vinta.
Purtroppo lei stessa aveva dei problemi di salute ma si adoperava in tutti i modi per sostenere Anna nella sua battaglia.
Poi più nulla. Io ho scritto ancora un paio di volte. Non ho più avuto risposta.
Si protese verso di me e cinse la mia mano con le sue:
-Userà a fin di bene le informazioni che ha ricevuto?
Non potei dire di no. Prima di uscire mi diede un numero di telefono trascritto da un'agenda consunta che stava nel cassetto di una vecchia scrivania.

-Capisco le sue ragioni ma non possiamo dare certi tipi di informazione.
-Le faccio presente che è un caso eccezionale. La signora che io rappresento è in fin di vita. La sorella è morta qualche anno fa. La nipote Cecilia Belotti non sappiamo dove viva. Vorremmo almeno contattare l'altra nipote Anna Belotti. Sappiamo dal parroco don Attilio che è stata vostra paziente per diversi periodi. Voi potreste sapere dove si trova ...
-Può essere! Ma la privacy ...
-Consideri che non ha altri parenti al mondo. E morire sola senza nessuno al capezzale ...
-Può dire quello che vuole ma le ripeto: la privacy non lo consente. Attui le modalità richieste seguendo le procedure formali.
-Potrebbe essere troppo tardi!
-Mi dispiace, ma per la privacy ...
-Ho capito. Non insisto. Vorrei solo poterle dire un'ultima cosa: vada a ... prenderselo in culo, ma non lo dica in giro. Sa, per la privacy – e chiusi la comunicazione.
Questa strada era interrotta. Non mi restava che l'altra.
All'indirizzo avuto da don Attilio non corrispondeva nessun numero di telefono.
Dovevo andarci di persona. Non avevo alternative.
Viaggiai per tutta la mattina. Avevo già un certo languore quando entrai in città e trovai finalmente l'indirizzo segnato.
Era un palazzo scrostato di un un quartiere popolare.
Trovai il nome Belotti sulla fila dei campanelli. Mi augurai buona fortuna e suonai più volte.

Feci le scale fino al terzo piano con apparente calma.
Al pianerottolo suonai di nuovo. La porta si socchiuse appena. Una voce sottile:
-Lei chi è?
-Cercavo Anna o Cecilia Belotti.
La porta si aprì lentamente. Una donna non più giovane mi scrutò.
-Entri.
Nella luce della stanza vidi i suoi lineamenti. Erano ancora belli ma come deformati da una stanchezza più pesante degli anni trascorsi.
E poi i suoi occhi. Quelli che dovevano essere stati di un azzurro brillante ora sembravano scoloriti. Un azzurro pallido come se fossero stati troppo a lungo esposti al sole.
Mi ero preparato diverse strategie ma preferii dirle la verità.
Mi ascoltò apparentemente impassibile. Solo un leggero tremito nelle mani.
-A proposito – conclusi – lei è Anna o Cecilia?
Un breve silenzio.
-Sono Cecilia! Anna ormai non c'è più.
Fermò con un gesto ogni mia replica.
-Io posso dare una risposta alla sua domanda. Conoscevo Anna come me stessa.
A quel tempo Anna era inebriata dalla vita. Le piaceva volare troppo vicino alla luce. Così si è bruciata le ali.
“Bette Davis eyes”. Ricordo quella canzone. Era la sua preferita. La metteva sempre.
Quando era sul giradischi, c'era uno studente universitario in affitto da noi che usciva dalla sua stanza, si fermava nel corridoio e stava lì ad ascoltarla.
Anna lo vedeva dalla fessura della porta.
Qualche volta l'apriva e lui stava lì, sorpreso e imbambolato, a guardare Anna negli occhi senza dire una parola.
Credo che anche Anna se ne fosse innamorata. Aspettava che lui si muovesse, dicesse qualcosa. Niente. Restava solo lì a guardarla.
Forse era troppo timido. Forse se avesse parlato, Anna non avrebbe fatto quello che poi ha fatto.
Ecco! Questo è quanto.
-Allora, che cosa dovrò rispondere al mio cliente?
-Dovrà pensarci lei. Non è compito mio. Io gliel'ho già detto. Anna non c'è più!
-Capisco.
Guardavo i suoi occhi. Il loro azzurro sembrava ora ancora più pallido.
-Quand'è così ... - mi girai verso l'uscita e mossi i miei passi.
Mi voltai solo un momento.
-Addio, Anna!
Fu un'impressione ma l'azzurro dei suoi occhi sembrò scintillare come sotto un raggio di sole e poi ricoprirsi nuovamente di nuvole.
-Perché mi tormenta? Gliel'ho detto: io sono Cecilia.
La porta si richiuse delicatamente alle mie spalle. Scesi le scale con un senso di stanchezza.
Non avevo più molta voglia di tornare a casa.

Dopo due giorni vidi pubblicata la mia inserzione.
“ Mi dispiace comunicare che gli occhi di Bette Davis si sono chiusi per sempre. Rimango a disposizione.”
Non ebbi più risposta.
Qualche tempo dopo mi trovai a passare da Bruce. Era una di quelle giornate difficili da spiegare. Sarebbero servite troppe parole. In questi casi meglio non dire nulla.
-Ehi, - dissi a Bruce - mi allunghi una birra e, dato che ci sei, puoi mettere un disco su richiesta?
-Che pezzo vuoi?
-Kim Carnes: “ Bette Davis eyes ”.
Mentre ascoltavo la canzone, pensavo agli occhi di Bette Davis.
Li avevo sempre immaginati neri e profondi.
Quella volta però li vidi azzurri, di un azzurro intenso come un cielo di primavera senza nuvole.

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