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Trame e reticoli

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 12/01/2019 12:15:31

TRAME E RETICOLI

 

Si chiamava Bonaventura. Bonaventura Cigno. Un nome insolito che sapeva di vento e magia, di sorte ed eleganza. Un nome insolito come insolito era lui.

Gli avevano detto che la sua pittura ricordava Dorazio. Lui prima si era schermito, chiedendo che cosa avesse a che fare con quel mostro, poi aveva fatto sapere a quelli della galleria che avrebbe voluto andare oltre le trame e i reticoli, ma in modo diverso rispetto all’artista di cui veniva considerato discepolo.

Conduceva una vita appartata, anche se per alcuni periodi dell’anno frequentava gli ambienti milanesi. Le signore si mostravano volentieri in sua compagnia alla Rotonda della Besana in occasione di eventi: la passeggiata con il pittore dandy sotto le rinchiuse ali del colonnato era essa stessa evento.

Sprigionava forza ed energia dal portamento elegante, dagli abiti scelti con cura. L’autonomia dei soggetti nell’opera d’arte era il maggior termine dei suoi discorsi.

Aveva la capacità di intrecciare rapporti con chicchessia. Faceva sentire l’altro speciale per un po’ di tempo. Poi si stancava e recideva legami che sembravano essersi stretti. Si negava al telefono, demoliva seppur velatamente quel che l’altro o l’altra diceva, per mesi e mesi non dava notizie di sé. Finché non si defilavano.

A volte sembrava oscillare tra una malcelata ossessione della propria superiorità, con inspiegabili rivalse in polemiche ideologiche e filosofiche, e certi atteggiamenti improntati a una apparente resa delle armi che, tuttavia, producevano i loro effetti. Erano soprattutto questi discorsi, infatti, nonostante la tangibile apparenza, a suscitare nelle signore, che ne apprezzavano la rara sensibilità, il desiderio istintivo di maternage quando non di complicità.

Bonaventura Cigno era un artista d’elezione come già il suo nome decretava.

Odetta Accardi ne era assolutamente convinta. Era rimasta colpita dalle fughe di pensiero che lui spesso manifestava e, ritenendole segno di genialità, non aveva esitato a stringere tempi e dinamiche per conoscerlo. In realtà, molto di quello che pensava Odetta Accardi di Bonaventura Cigno non corrispondeva al vero, perché ovviamente Odetta Accardi non conosceva tutta la sua complessa personalità, ma a lui, che pure ne era consapevole, aveva fatto piacere l’interesse della nipote di Carla.

Così si era aperto e aveva intrecciato con lei un rapporto che sembrava duraturo.

La Accardi sottoponeva le proprie opere al suo giudizio, certa di poterne ricavare un’aggiunta di afflato poetico che andasse a concretizzarsi nelle tele.

Bonaventura Cigno era un sostenitore della pittura astratta senza tuttavia aver abbandonato quel figurativismo di cui proponeva frequenti citazioni, convinto, allo stesso modo, della continuità e della discontinuità delle opere d’arte.

La Accardi, il cui temperamento risentiva di una congenita sensibilità fanciullesca, immaginava, seguendo il richiamo di una fantasia naif o volutamente profetica, un trait d’union tra il proprio nome e il cognome di lui: una sorta di trama parentale riconducibile all’archetipo ispiratore.

E, sentendosi così indissolubilmente legata, offriva spesso le sue chiose all’opera di Cigno.

Cigno le giudicava generiche, lontane dalle proprie intenzioni, sostanzialmente estranee. Come estranea era per lui l’Accardi.

L’Accardi, invece, persuasa dello spessore artistico di Bonaventura, si produceva spesso in letture critiche.

Un giorno, gli aveva attribuito la profondità di chi cerca scampo nella maschera: si riferiva alla sua persona.

Bonaventura aveva respinto con forza la considerazione, sostenendo che la sua arte era e doveva essere manifestazione di verità.

Quello era stato un motivo di frattura tra i due sodali.

Quanto insanabile non è dato sapere.


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