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Qualcosa accadrà

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 03/08/2019 15:06:50

Qualcosa accadrà. Racconto denso di avvenimenti

 

Uno dei più strani periodi della mia vita è stato certamente il tempo che trascorsi come impiegato nella fabbrica del signor Aleardo Valsenti. Confesso di essere per natura più incline alla meditazione e all'ozio che al lavoro; ma di tanto in tanto, visto che la meditazione non rende più dell'ozio, non potevo non cercare – per certe mie difficoltà di cassa – quello che si dice un impiego. Fu così che, quando mi trovai ancora una volta in acque basse, mi affidai all'ufficio di collocamento, che m'indirizzò, insieme ad altri sette compagni di ventura, alla fabbrica Valsenti per sostenere la prova di capacità.

Già l'aspetto dell'edificio, tutto costruito in un bel vetro opaco, mi rese diffidente. Nutro per le costruzioni chiare e gli ambienti luminosi la stessa antipatia che ho per il lavoro. La mia diffidenza crebbe quando vidi che ci offrivano, in una bella mensa tutta dipinta a colori chiari e festevoli, una sontuosa colazione. Graziose inservienti ci servirono caffè, uova e toast. Sui tavoli spiccavano caraffine graziose col succo d'arancio, ai vetri degli acquari di un tenero verde i pesci rossi appoggiavano i loro musi annoiati. Le cameriere avevano un'aria così allegra che mi aspettavo di vederle scoppiare di gaiezza da un momento all'altro. Credo che facessero uno sforzo di volontà per non abbandonarsi a soavi gorgheggi. Erano piene di canzonette come certe galline son piene di uova da deporre. Capii subito quello che mi pare sfuggisse ai miei compagni candidati, che cioè anche quella colazione faceva parte dell'esame. Mi feci dunque un dovere di masticare con l'aria assorta di un uomo perfettamente conscio che sta ingerendo nel suo organismo preziose sostanze. Feci addirittura qualcosa che in circostanze normali nessuna forza al mondo avrebbe potuto impormi: a stomaco vuoto bevvi il succo d'arancio, ma non toccai né uovo né caffè, a malapena un pezzetto di toast. Dopo mi misi a camminare su e giù per la mensa, a gran passi, come chi abbia da partorire cento cose.

Fu così che mi fecero passare per primo nella sala d'esame, dove su tavoli di gusto squisito erano già pronti i formulari. Le pareti erano sul verde, di un verde che avrebbe strappato dalle labbra di certi patiti dell'arredamento la parola “affascinante”. Non si vedeva nessuno ma io ero sicuro di essere osservato e così mi comportai come si comporta uno che ha cento cose da partorire quando sa di essere osservato.

Con uno scatto d'impazienza tolsi di tasca la stilografica, l'avvitai, mi posi al tavolo più vicino e trassi a me il formulario con la mossa di certi tipi collerici quando si applicano a rifare il conto in trattoria.

Domanda prima: “Ritiene giusto il candidato che l'uomo abbia solo due braccia, due gambe, due orecchie e due occhi?”

Raccogliendo per la prima volta i frutti della mia meditazione, scrissi senza indugio: “Alla mia sete d'azione non sarebbero sufficienti nemmeno quattro braccia, quattro gambe, quattro orecchie. L'attrezzatura del corpo umano è semplicemente inadeguata.”

Domanda seconda: “Quanti telefoni è in grado di far funzionare contemporaneamente il candidato?”

Anche questa domanda mi fu facile come un'equazione di primo grado e scrissi: “Quando ho disponibili solo sette telefoni mi sento nervoso. Con nove incomincio a sentirmi a mio agio!”

Domada terza: “Che cosa fa il candidato, a lavoro finito?”

Risposta: “Lavoro finito è un'espressione di cui non ho memoria. La cancellai dal mio vocabolario il giorno del mio quindicesimo compleanno. Giacché in principio era l'azione – non il verbo!”

L'impiego fu assegnato a me. A dire il vero, nemmeno nove telefoni bastavano a dare sfogo al mio gusto per l'azione. Alzavo i ricevitori e gridavo: “Agisca immediatamente!”, oppure: “Faccia qualcosa!”, “Deve accadere qualcosa!”, “Dovrebbe accadere qualcosa!”, “Qualcosa è già accaduto!” Generalmente però mi servivo della forma imperativa, più adatta all'atmosfera.

Quanto mai interessanti erano le soste per il pasto di mezzogiorno. Immersi in silenzioso giubilo, c'impegnavamo a consumare i cibi ricchi di vitamine offerti dalla mensa. La fabbrica Valsenti formicolava di persone che andavano pazze per raccontare come si addice a dei veri e propri apostoli dell'azione – tutto il corso della loro carriera. Ci tengono più che alla vita. È come pigiare un bottone: subito ti stendono davanti, con gran sussiego, tutto il ruotolino di avanzamento.

Il sostituto del signor Valsenti, per esempio, si chiamava Gallimberti. Si era fatto anche lui un nome perché da studente, lavorando di notte, aveva mantenuto una donna paralitica con sette figlioli. Nello stesso tempo aveva saputo tenere con ottimo successo ben quattro rappresentanze di commercio in articoli vari e in due anni era riuscito ad affermarsi agli esami di stato col massimo dei voti. Quando i giornalisti una volta gli chiesero: “Ma allora, signor Gallimberti, Lei quando dorme?”, rispose: “Dormire è peccato.”

La segretaria di Valsenti invece aveva sfamato un paralitico e i suoi quattro bambini, lavorando a maglia e nello stesso tempo si era laureata in etnologia e psicologia, si era dedicata all'allevamento di cani da pastori ed era divenuta famosa come cantante in un locale notturno col nome di “Vamp 7”.

Lo stesso Valsenti del resto era una di quelle persone che la mattina, appena si svegliano, sono già fermamente decise ad agire ad ogni costo: “Devo agire,” dicono stringendo con energia la cintola dell'accappatoio: “Devo agire,” pensano mentre si fanno la barba e gettano sguardi di trionfo sui peli che con la schiuma vanno scivolando nel lavandino. Quei poveri peli sono la prima vittima del loro imperioso e categorico imperativo all'azione. Perfino quando assolve i suoi più elementari bisogni questa gente si sente felice: l'acqua che va giù nello sciacquone, la carta che consuma è pur sempre qualcosa che “è stato fatto”. Poi c'è da masticare il pane, c'è da rompere il guscio dell'uovo. La più insignificante faccenda, eseguita da Valsenti, assumeva le proporzioni di un avvenimento: il modo di mettersi il cappello in testa o di abbandonarsi il cappotto con le dita tremanti di energia, perfino il bacio che dava alla moglie uscendo di casa, erano degli avvenimenti.

Appena entrava in ufficio, lanciava il suo saluto alla segretaria: “Bisogna che accada qualcosa!” “E qualcosa accadrà,” rilanciava essa raggiante. Dopo, Valsenti andava di reparto in reparto facendo echeggiare il suo allegro: “Bisogna che accada qualcosa!” e tutti in coro: “Qualcosa accadrà”. Anch'io lo salutavo entusiasta appena entrava nella mia stanza e gli gridavo: “Qualcosa accadrà.”

Già una settimana dopo la mia assunzione avevo portato a undici il numero dei telefoni serviti contemporaneamente; dopo due settimane erano saliti a tredici. In tram la mattina mi dilettavo a escogitare nuove forme d'imperativo e coniugavo il verbo accadere in tutti i tempi e modi, nelle forme più acrobatiche del congiuntivo e del condizionale. Per due giorni andai martellando una sola frase che mi era andata a genio: “Sarebbe dovuto accadere qualcosa.” Per altri due giorni invece imperò un'altra frase: “Questo non sarebbe dovuto accadere!”

Il mio impetuoso dinamismo già incominciava a distendersi a suo agio quando accadde davvero qualcosa. Un martedì mattina – non ero ancora assestato al tavolo di lavoro – il signor Valsenti si precipitò nella mia stanza col solito appello: “Qualcosa ha da accadere!” Notai qualcosa sulla sua faccia, qualcosa che non riuscivo a spiegarmi e che m'impedì di rispondere col solito brio, la solita frase: “E qualcosa accadrà.” Indugiai tanto che il signor Valsenti, che non gridava quasi mai, quella volta muggì come un leone: “Risponda! Lei deve rispondere secondo le prescrizioni!” Allora risposi ma a voce bassa, esitando come un bambino quando gli viene imposto di dire: “Io sono un bambino cattivo.” Durai gran fatica per finire alla meglio tutta la frase: “Accadrà certo qualcosa.”

L'avevo appena pronunciata che davvero accadde qualcosa. Valsenti si abbatté al suolo, rovesciandosi di fianco nella caduta e rimase immobile, di traverso alla porta spalancata. Io già sapevo quello che avrei constatato mentre giravo lentamente intorno al tavolo per chinarmi su di lui: sapevo che era morto. Scavalcai, scuotendo la testa, il cadavere del signor Valsenti e, sempre lentamente, andai alla porta del signor Gallimberti, entrai senza bussare. Gallimberti stava seduto alla sua scrivania, teneva in ogni mano un ricevitore del telefono e, stretta fra i denti, una biro con cui scriveva appunti su un taccuino; intanto, coi soli piedi sfilati dalle pantofole, azionava una macchina per maglieria sistemata sotto lo scrittoio. È un suo sistema per contribuire all'incremento del guardaroba familiare.

È accaduto qualcosa,” gli dissi sottovoce. Gallimberti sputò via la penna, abbassò i due ricevitori e ritirò la punta dei piedi dal pedale della macchina, poi mi chiese: “Che cosa è accaduto?”

Il signor Valsenti è morto,” dissi io, “Ma no!” disse lui. “Invece sì,” replicai. “Venga a vedere.” “No, è impossibile,” diceva ancora Gallimberti mentre s'infilava le pantofole e mi seguiva fino alla porta. “No,” continuò a dire davanti al cadavere disteso del signor Valsenti, “no, no.”

Non volli contraddirlo. Con cautela voltai il corpo del signor Valsenti sulla schiena, gli abbassai le palpebre e lo guardai pensosamente. Provavo quasi tenerezza per lui e in quel preciso momento mi accorsi di non averlo mai odiato. Sul suo volto c'era qualcosa, l'espressione che è sul volto dei bambini quando insistono cocciutamente a credere a Babbo Natale, benché gli argomenti in contrario dei loro compagni di gioco abbiano tutto il sapore della verità. “No,” continuava a dire il signor Gallimberti, “no.”

Allora gli sussurrai: “Bisogna che avvenga qualcosa.”

E qualcosa avvenne. Il signor Valsenti ebbe i suoi funerali ed io fui prescelto nell'incarico di seguire il feretro recando una corona di rose finte. Effettivamente io sono nato non soltanto con una sensibile inclinazione alla vita meditativa e all'ozio, bensì anche con un personale e con una faccia che vanno a pennello con gli abiti scuri. Credo di aver fatto una grande impressione incedendo dietro la bara del signor Valsenti con quella corona di rose finte in mano. Di lì a poco, infatti, un'impresa di pompe funebri, molto distinta e richiesta, mi offrì di passare al suo servizio per fare la parte del “signore a lutto”. “Lei è nato per fare la persona colpita da grave lutto,” mi disse il direttore d'impresa, “al guardaroba provvederemo noi. La sua faccia è semplicemente grandiosa.”

Mi licenziai da Gallimberti col pretesto che in quell'impiego, nonostante i tredici telefoni, non riuscivo a dare il giusto sfogo a tutte le mie energie. La prima volta che partecipai a un funerale in lutto di servizio, dovetti confessare a me stesso che quello faceva per me, era il posto che mi competeva nella vita.

Meditabondo, con un sobrio mazzo di fiori in mano, sto eretto dietro il feretro esposto nella cappella funebre mentre suonano il largo di Händel; è un pezzo cui la gente bada poco. Sono divenuto cliente fisso al caffè presso il cimitero, ci passo il tempo degli intervalli del servizio, fra un funerale e l'altro. Ma qualche volta mi vien fatto di accodarmi a qualche funerale senza averne l'obbligo. Compro di tasca mia un mazzetto di fiori e mi unisco al drappello dei funzionari dell'ufficio comunale di assistenza che seguono la bara di qualche morto apolide.

Ogni tanto vado a fare una visita alla tomba del signor Valsenti. In fondo devo ringraziare lui se ho finalmente scoperto la mia vera vocazione per la quale il requisito fondamentale è la meditazione e il non far nulla è un lavoro.

Molto tempo dopo mi è venuto di pensare che non mi ero preoccupato mai di sapere quali articoli producesse la fabbrica del signor Valsenti. Se non mi sbaglio, doveva trattarsi di sapone.

 

© Paolo Melandri (3. 8. 2019)


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