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Il grande evento

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 11/09/2019 13:09:03

Il grande evento

 

Quel giorno, quello che finì con il Grande Evento, iniziò con un temporale mattutino. L'uomo di cui qui si dovrà raccontare venne svegliato da un potentissimo tuono. La casa, insieme al letto, avrà tremato e continuato a vibrare per un lungo istante. Istante: che non risultò essere tale per colui che era coricato lì. Bruscamente distolto dal sonno, l'uomo tenne gli occhi chiusi, in attesa di capire come si sarebbe sviluppato l'avvenimento.

Non pioveva ancora, e dalla finestra spalancata non si udiva alcun rumore di vento. In compenso i fulmini si susseguivano. Balenavano attraverso le palpebre chiuse dell'uomo con un fumigare denso, e il tuono secco che seguiva a intervalli sempre più brevi si rifrangeva amplificato nelle orecchie.

Bruscamente distolto dal sonno: anche questo non era del tutto vero per l'uomo coricato. Lo scatenarsi del temporale sembrava non averlo affatto sorpreso. Rimase sdraiato tranquillo e lasciò che i lampi attraversassero le palpebre e i tuoni risuonassero dentro il cranio, come fosse qualcosa che accadeva ogni mattina, qualcosa di quotidiano; come se fosse abituato a ridestarsi in quel modo, e non solo abituato, come se avesse anche diritto a quel particolare genere di risveglio. Fulmini e tuoni avevano l'effetto di una sveglia musicale che dal sonno profondo lo trasportava, tanto repentinamente quanto naturalmente, in una totale presenza di spirito, e anche in qualcos'altro: in una disponibilità. Disponibilità a confrontarsi, a prendere posizione, a intervenire. Intanto giaceva lì disteso nel tumulto e se lo godeva.

Al primo tuono sarebbe quasi balzato fuori dal letto per staccare le spine del televisore-hi-fi-eccetera. Ma nello stesso momento la consapevolezza: non era a casa sua, era in un letto sconosciuto. La località stessa in cui aveva dormito era sconosciuta, l'intero paese.

Questa, da molto tempo, era stata la prima notte lontano dal suo letto, lontano dagli ambienti familiari. Con gli occhi ancora chiusi aveva allungato il braccio verso la parete consueta, che però non c'era. Aveva afferrato il vuoto. Anche questo non lo spaventò, si stupì soltanto, finché gli tornò alla mente: ma certo, sono in viaggio. Sono partito ieri. Sì, non mi sono svegliato nel mio letto, ma nemmeno in uno sconosciuto.

Un tempo, nella prima mattina in qualche altro luogo, la sua casa gli era mancata. Già le sere in cui arrivava in un paese diverso, già all'aeroporto, per esempio, guardava con una specie di dolore da separazione il tabellone che annunciava l'imminente volo di ritorno. Ma la mattina del giorno del suo Grande Evento il luogo estraneo non solo non lo infastidì neanche per un attimo, ma lo fece subito sentire come a casa propria. Non voleva più aprire gli occhi, mai più.

Erano i tuoni e i fulmini, i fulmini e i tuoni che adesso, lontano da casa, lo accoglievano in maniera ospitale. E quando un poco alla volta divennero più deboli e si dileguarono, lo fece la pioggia. Tutto d'un tratto, già nel silenzio seguito al temporale, cominciò a cadere, un battito unico, regolare, continuo. Protetto dal rovescio, l'uomo giacque lì, sempre con gli occhi chiusi. Nulla poteva accadergli. Persino se stesso, là fuori, ci fosse stato il diluvio universale: si trovava in un'arca, si trovava al sicuro.

In quella sicurezza venne cullato anche da un terzo fattore. Aveva dormito e si era svegliato nel letto di una donna che era bendisposta nei suoi confronti. Che lo amava? Durante la notte, sì, lei glielo aveva fatto capire. Ma non sarebbe stato d'accordo nel vederlo scritto, qui, così alla lettera. Bendisposta verso di me: questo era quanto poteva dire.

Quella mattina anche lui era bendisposto verso la donna, più intensamente che nella notte, o più ampiamente, ma in modo diverso. Lei aveva lasciato letto e casa di buon'ora, prima che spuntasse il giorno, per il suo lavoro. Uscendo non aveva fatto il minimo rumore, e lui, nel dormiveglia, era stato colmato da una riconoscenza quasi infantile; era diventato, lo sentiva in tutto il corpo, l'incarnazione della riconoscenza stessa. Non avrebbe mai e poi mai potuto dirglielo, ma rimase disteso lì, come tendendo l'orecchio alla corrente d'aria che si allontanava insieme a lei attraverso i locali della casa, e l'ammirò, ammirò quella donna.

In realtà sarebbe stato più propenso a considerarsi il suo ammiratore piuttosto che il suo amante. Quando una volta lei l'aveva chiamato così – piena d'orgoglio, gli parve –, lui aveva alzato le sopracciglia e guardato da un'altra parte, e non solo perché aveva superato l'età per impersonare il ruolo di un amante.

Avvolto nello scroscio della pioggia forte e uniforme, senza vento, si addormentò di nuovo. Sebbene per lui ci fosse qualcosa di incombente, quel giorno e specie l'indomani, gli sembrava di avere tutto il tempo del mondo e, insieme, era come se quella condizione fosse già parte e inizio del confronto che lo attendeva. Era un sonno così leggero che la persona svaniva al suo interno. Se lui interpretava ancora qualcosa, questo qualcosa era unicamente il sonno. Gli attori, quando nei film interpretano dei dormienti, per quanto realisticamente, appaiono sempre improbabili. Lui invece, anche se poteva restare del tutto cosciente dopo il primo risveglio, dormiva davvero mentre recitava il sonno, dormiva e dormiva, recitava e recitava. E se dormendo sognava e comunicava allo spettatore qualcosa del suo sogno, di nuovo questo qualcosa riguardava soltanto il librarsi e lo svanire. Era un sogno senza azione, nel quale per esempio non poteva volare. Ma presumibilmente anche il librarsi-in-sogno, allo stesso modo del poter-volare, aveva un significato. Solo che lui l'aveva dimenticato, così come nel corso degli anni aveva dimenticato molte cose, con risolutezza.

Questo è il momento di ricordare che in effetti l'uomo di cui qui si narra è un attore. Da giovanissimo, nella piccola azienda del padre, aveva imparato un mestiere e, spesso anche insieme al genitore, aveva posato piastrelle in tutte le casette dei sobborghi a nordovest di B. In lui lo si notava ancora, e non solo per le mani, e forse era ancora più evidente osservando i movimenti – un frequente indietreggiare, camminare all'indietro, poi di nuovo avanzare –, le occhiate intense, soprattutto il suo sollevare lo sguardo, improvviso, dopo averlo tenuto a lungo fisso al suolo, il suo ridurre gli occhi a fessure in alcune scene di un film, senza alcun motivo, senza nessuna posa, senza un significato acquisito macchinalmente come non di rado avveniva per altri eroi dello schermo.

Ma come, la storia di un attore, in un'unica giornata, dal mattino fino a notte fonda? E di un attore non nel suo agire, ma nello starsene in ozio? Un tipo così nel ruolo, in un modo o nell'altro, di eroe di una storia, per giunta di una storia seria? Nessuno più minacciato, nessuno più resistente di un attore, di un attore come lui. Nessuno che nella vita interpreti meno ruoli. Lui, l'attore, come “io!”, l'Eccedenza di un Io minore. Senza il suo lavoro di interprete – quando non recita –, abbandonato a se stesso per giorni interi. Uno così è epico, grava sulla terra con tutto il suo peso. Di lui c'è una storia da raccontare come forse di nessun altro.

 

© Paolo Melandri (11. 9. 2019)


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