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Con il Popolo del Nepal/Tibet affinché nulla vada perduto.

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 29/04/2015 10:05:49

Quaderni di Etnomusicologia XIV – Nepal e Tibet: Impressioni di Viaggio.

 

“Con il Popolo del Nepal e del Tibet affinchè nulla vada peduto”.

 

Nei giorni della spaventosa catastrofe del terremoto che sta sconvolgendo le popolazioni nepalesi e tibetane, voglio qui ricordarne l’antica cultura tradizionale, riconosciuta quale patrimonio universale dall’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per la salvaguardia della memoria dell’intera umanità, attraverso un excursus musicale e canoro, ahimè limitato alla mia scarsa conoscenza della lingua, quale contributo alla conservazione del grande insegnamento che noi tutti abbiamo ricevuto e dobbiamo trasmettere in eredità alle generazioni future.

 

Namaste, è il saluto cordiale che nella lingua Nepali significa: 'saluto la scintilla divina che è in te.' A chiunque abbia visitato questa regione alle pendici dell’Himalaia, non può essere sfuggita l’atmosfera decisamente particolare che vi si respira: siamo alle soglie del Tibet, paese di misticismo e di arcana magia ancora avvolto di mistero, ed il medievale Nepal, pregno di tradizioni ad esso comuni, focolaio religioso dove Buddismo e Induismo si mescolano ai non ancora scomparsi riti primitivi Bön di cui l’intera regione, ne riflette tangibilmente gli influssi”.

 

Così descrive l’amico Fabrizio Cassano (*), le sue ‘prime impressioni’ di viaggio in questa regione denominata ‘il tetto del mondo’ situato fra Cina e India, e da piccole appendici montuose della catena himalayana, come gli stati del Ladak, del Sikkim e del Buthan. La posizione geografica e soprattutto la morfologia del territorio (che va qui ricordato include l’Everest – Sagarmatha in nepalese, la più alta cima del mondo con i suoi 8.498 mt.), da sempre conteso fra le grandi potenze politiche Cinese e Indiana, ha fatto sì che le popolazioni di vallate anche contigue parlino dialetti e abbiano usi, tradizioni, modalità di canto assai differenti fra loro. In ognuna di queste ‘microculture’ troviamo influssi proveneinti dalle zone e dai ceppi etnici più diversi, la cui origine non è facilmente identificabile o databile nel tempo.

I nepalesi, come del resto anche i tibetani sono popoli di discendenza mongola del ceppo tibeto-burmese, di religione Induista per la maggior parte, e Buddista per la parte minoritaria. Tendenzialmente nomadi vivono per lo più in piccoli villaggi sparsi sull’altopiano himalayano costruiti ai limiti delle foreste, dove praticano la pastorizia, che rimane la loro primaria risorsa economica, assieme all’agricoltura e il turismo montano che si è andato sviluppando negli ultimi venti anni. Fatta eccezione per le piccole comunità, quali appunto gli Sherpa, adattatisi all’ambiente proibitivo in zone dell’Himalaya impossibili tali da scoraggiare qualsiasi insediamento e che oggi fanno da guida agli scalatori di tutto il mondo.

La difficoltà già esistente nelle comunicazioni interne e lo scarso interesse economico nel territorio, che pure aveva permesso a quest’area geografica di conservare una sua configurazione originaria, benchè di stampo medievale: “come un mosaico di piccoli staterelli che il tempo trascorso non ha sconvolto nel suo abitudinario quotidiano”, ha di fatto complicato nel tempo uno sviluppo omogeneo urbanistico delle aree interessate non permettendo ad esse il formarsi di un sentimento nazionale che includesse i vari gruppi presenti sul territorio.

 

Nelle sterminate pietraie dei monti troverai uno strano mercato: vi puoi barattare il vortice della vita con una beatitudine senza confini.“ (Milarepa)

 

Per quanto fino a ieri, se si esclude la capitale Khatmandu e qualche altra piccola città limitrofa dove lo sconvolgimento etnico causato dall’arrivo di quelle popolazioni subentrate, come ad esempio la gran parte del popolo titbetano in fuga dall’oppressione esercitata dalla Cina hanno retto ai colpi di un’interazione forzata; era ancora possibile distinguere usi e costumi autoctoni rispettivi di entrambi i popoli a livello culturale e religioso, la cui tenuta assicurava una costante reciprocità comunitaria in grado di ottemperare alle difficoltà da affrontare. Ciò che oggi si pone fin troppo forte come rischio disgregante delle etnie autoctone da parte delle grandi potenze, o comunque di finire sotto una medesima autorità dominante, è l’annullamento delle antiche culture, sì da costituire una seria preoccupazione per la loro salvaguardia.

A cominciare dalla protezione delle diverse forme orali e linguistiche, fino alla custodia del loro prezioso patrimonio musicale e canoro, cui l’intervento del terremoto, forse il più forte che la storia dell’Himalaya ricordi, sta certamente contribuendo a rendere difficili se non impossibili:

 

 

Katmandu è oggi una città devastata. L'epicentro del sisma è stato registrato tra la capitale del Paese e la città di Pokhara, una zona ad alta densità di popolazione ed edifici. Si continua ancora a scavare tra le macerie in una corsa contro il tempo per trovare qualche superstite, mentre si lavora tra quel che resta della torre di Dharahara, uno dei monumenti più importanti di Kathmandu, patrimonio Unesco. Dalle sue macerie i soccorritori hanno estratto 250 cadaveri. La torre di nove piani, alta quasi 62 metri, era conosciuta come Bhimsen Tower ed aveva già subito gravi danni durante il terremoto del 1934, ma poi era stata restaurata e riaperta al pubblico. Era il luogo in cui andare per ammirare il panorama sulla valle, simbolo della religiosità nepalese. La Durbar Square (piazza reale) di Kathmandu è rimasta gravemente danneggiata. Le fotografie che arrivano dalla piazza mostrano danni pesantissimi a molti palazzi, cortili e templi che l’Unesco definiva il cuore “sociale, religioso e urbano” di Kathmandu. Il palazzo reale Basantapur Durbar (Nautale) è in buona parte collassato. Monumenti come il tempio di Kumari e il Taleju Bhawani, tra gli altri, sono parzialmente collassati. Parzialmente distrutti anche il tempio di Jay Bageshwori a Gaushala e il templio di Pashupatinath. Sono stati riportati danni anche per quanto riguarda il complesso religioso di Swyambhunath, il palazzo di Gorkha e il grande stupa di Boudhanath. Anche le piazze reali di Bhaktapur e Patan hanno un volto spettrale, con palazzi e templi ridotti in macerie”. (cfr. L’Huffington Post 28 Aprile 2015).

 

Si avverte nell’aria qualcosa di impalpabile – scrive ancora Cassano – una sensazione in principio grave e profonda che progressivamente si sovrappone alle immagini dettate da un razionalismo quasi esasperato, frutto di un certo tipo di esperienza mistica e contemplativa suggerita dalla natura stessa dei luoghi”; riflesso questo di uno sguardo che levatosi, si fa sempre più attento e quasi intimorisce davanti alla maestosità dei picchi altissimi e dei ghiacciai perenni che in qualche modo alterano l’immaginario del visitatore trasferendolo quasi, verso un ‘oltre’ agognato e irraggiungibile, se non con la meditazione e il transfer, il cui ‘mistero’ è fortemente impregnato di religiosità.

Questo il senso dei numerosi stupa (tempio-pagoda) la cui forma architettonica si vuole abbia avuto origine in questi luoghi, e il cui significato è rappresentativo di quanti raccolti in preghiera levano le mani verso la ‘santità’ dell’eletto, illuminati dalla ‘conoscenza suprema’:

 

Questa montagna innevata è l'ombelico del mondo, un luogo dove danzano i leopardi delle nevi. La vetta della montagna lapagoda delle trasparenze cristalline è la bianca e scintillante dimora di Dhemcog.” (Milarepa)

 

Pur essendo uno Stato di dimensioni medio-piccole, il Nepal presenta una notevole varietà di climi ed ambienti naturali, comprendendo territori che spaziano dalla pianura del Gange alla catena montuosa dell'Himalaya. Tre dei quattordici 'ottomila' del pianeta sono interamente compresi in territorio nepalese: il Dhaulagiri, l'Annapurna ed il Manaslu. Altri quattro sono invece condivisi con la Cina: l'Everest, il Lhotse, il Makalu ed il Cho Oyu. Infine il massiccio del Kangchenjunga è condiviso con l'India insieme a numerose altre che superano i 7000 metri. La lingua ufficiale parlata in tutta l’area geografica è il Nepali d’origine sanscrita, inoltre ad alcuni dialetti originari di zone a più bassa intensità di popolazione, come il Newari tipico del gruppo Newars.

Tutto il territorio idrografico del Nepal trae origine dallo scioglimento delle nevi dei ghiacciai e nevai della catena dell'Himalaya, e talvolta addirittura dallo stesso altopiano del Tibet che, conseguentemente tributa la sua portata d'acqua al bacino del Gange. Questo per la necessità contestuale di suddividere il territorio almeno in due aree di influenza (in realtà sarebbero molte di più) e di condivione della cultura musicale e vocale che si estendono da est a ovest presenti in Nepal: quella cosiddetta del Gange, dove più sono evidenti gli influssi indiani; e quella sub-himalayana o tibetana tesa alla ricerca e all’ascolto di una ‘realtà’ diversa ricca di suggestioni e di messaggi trascendentali.

 

Come pure scrive Giovanni Monti (**):

E durante questo giro finalmente senti quello che non riuscivi a sentire, comprendi e ammiri questo popolo che vive su una terra che non gli può dare niente; che ha poco ed è stato privato anche di quello, ma ha una dignità di vestire e vivere come un principe le occasioni per ribadire il suo credo e le sue tradizioni; indomito pur se oppresso, comprendi nello stesso tempo che nonostante freddo, fame, fatica e mal di montagna, questo sarà veramente, anche per te, il viaggio della vita”.

 

Considerando la forte influenza tibetana custodita in estremo isolamento per migliaia di anni sulle altitudini elevate dell’Himalaya ed entrata nei costumi religiosi nepalesi, non possiamo scindere da ciò che rappresenta la devozione sciamanica e tantrica dei monaci tibetani che fa parte della loro iniziazione religiosa. Tradizionalmente i monasteri buddisti, i grandi centri del sapere e dell’arte, presentano una cultura musicale certamente unica, strettamente legata a uno stile rituale diverso da quello rintracciabile in altre civiltà e in altre culture. Da una parte abbiamo il buddhismo tantrico, suddiviso in varie scuole di pensiero: l’Hinayana (piccolo sistema); il Mahayana (grande sistema); il Vajryana (veicolo adamantino o tantrico, intesi come veicoli per attraversare il fiume delle reincarnazioni e giungere sulle rive del Nirvana. Ed è a quest’ultimo che le ‘sette’ stanziali dell’Himalaya aggiunsero i riti magici e le stregonerie appartenenti alla precedente religione etnica Bön di tipo sciamanica, citata dall’amico Cassano.

Oggi sparse nel mondo esistono molte ‘sette’; una in particolare detta dei Nyingmapa dai ‘berretti rossi’ (gli Anziani) spesso in contrasto con i Gelugpa (i Virtuosi) dai ‘berretti gialli’ i cui monaci fanno voto di castità, alla quale appartiene il Dalai Lama che esercita il potere temporale, riconosciuto dalle molte popolazioni che abitano nelle regioni del Tibet e del Nepal, dove i monaci vivono per lo più nei monasteri o quello che resta di essi, con a capo un ‘Tulku’, cioè un monaco ‘reincarnato’ che ha scelto di tornare sulla terra per aiutare gli altri monaci nel loro accompimento. Prima che questi muoia, lascia le indicazioni per individuare il fanciullo nel cui corpo si reincarnerà il lama defunto, il quale, una volta individuato il fanciullo viene condotto nel monastero per essere opportunamente educato.

 

"Inginocchiati dove altri si sono inginocchiati, perché Iddio è presente dove tutti hanno pregato" (Ramakrihna)

 

Va qui considerato che rimane assai difficile per il ricercatore che non conosca profondamente suddetta cultura e nemmeno la lingua (poiché una comunque non basterebbe), rintracciare il cardine di smistamento delle diverse culture. Pertanto il fine che qui di seguito propongo è di accostamento a quell’unica cultura universale che accoglie in sé tutte le forme distinguibili: la musica.

 

La musica ritenuta ‘sacra’ è parte dell’iniziazione dei monaci. Il novizio infatti, nei primi anni di vita monastica, viene adibito a funzioni minori, tipo quella di servire il tè; in seguito alla sua promozione diviene suonatore del ‘grande tamburo’, utilizzato nelle cerimonie e le processioni per ritmare il passo di marcia; quindi potrà suonare le ‘grandi trombe’ telescopiche, e più tardi gli ‘oboi’. Nel cerimoniale tibetano, detto ‘puja’, la funzione combinata della musica e del canto è essenziale. Per questo fin dalla più tenera età i monaci coltivano la propria voce al fine di emettere suoni molto bassi e in un modo assai particolare in modo da poter raggiungere qualità vocali rimarchevoli. Nel tantrismo infatti l’elemento sonoro e il soffio sono le energie fondamentali creatrici dell’universo. Per questo viene attribuita grande importanza ai ‘mantra’, sorta di formule sacre che solo pronunciate, permettono di penetrare l’’assoluto’. Tali formule sono scritte su rotoli di pergamena che i monaci legono durante il cerimoniale. Il mantra è ritenuto una parte del potere divino e la sua pronunciazione conferisce ai monaci un potere soprannaturale.

 

La narrazione cui sopra è parte di note contenute in una raccolta di ‘fotografie sonore’ registrate sul campo da Gérard Kremer. (***)

 

Quella qui sotto riportata è stata effettuata nel tempio nepalese di Swayambunath, vicino Katmandu: “Un monaco all’alba è raccolto in preghiera all’interno del tempio le cui pareti sono ricoperte da pitture su tessuto ‘tankas’ e da immagini simboliche di forma circolare ‘mandala’, e pronuncia le formule sacre dette ‘mantra’, quindi lancia un richiamo sonoro continuo prodotto per mezzo di grosse ‘conchiglie marine’ forate, agli altri monaci per invitarli a raccogliersi in preghiera intorno a lui. Il cerimoniale dura circa tre ore e viene interrotto a metà per servire il tè tibetano (salato e mescolato con burro di yak) insieme a una specie di pane. Inoltre vengono usati due tamburi a due pelli denominati ‘rna’ appesi come due ‘gong’, dei ‘cimbali’ scavati semisferici ‘rollmo’ che rimandano un suono più o meno modulato dal movimento delle mani, e una campanella ‘drill-bu’ famosa per la purezza del suo timbro. Nel corso della cerimonia ci si sposta all’esterno dove i monaci usano suonare due ‘trombe’ lunghissime almeno tre o quatrro metri, di rame rosso rivestito d’argento.

 

Diversamente il rituale raccolto da Fabrizio Cassano a Khatmandu nel piccolo tempio induista alla Lamaseria di Bodanath: “Qui, al termine della giornata, numerosi sono i nepalesi che dedicano una parte della serata alla preghiera: c’è chi preferisce raccogliersi in solitudine, mentre altri invece preferiscono farlo in setta comune. In entrambi i casi la musica è l’elemento indispensabile alla recitazione dei versi liturgici che, per l’occasione vede l’uso di un ‘armonium’, una ‘tabla’ e varie coppie di ‘cimbali’. Il canto serale è solitamente di ringraziamento, non solo verso la divinità strettamente invocata, quanto verso tutti gli dèi, in un abbraccio corale senza limiti. Preludio all’azione sacra è la purificazione del sito, cioè l’eliminazione di tutte le forze e di tutti gli influssi negativi che possono impedire il compimeto del rituale o offendono la sacralità del luogo. (..) Verso le ore 18.00 il ‘tamburo grande’ risuona chiamando a raccolta i monaci al tempio che riunitisi danno avvio all’atto di culto collettivo scandito da strumenti appositi alla liturgia che accompagnano il canto: alcuni ‘tamburi su pertica’ ‘lag rna’ o ‘rna c’un’, ‘trombe lunghe’ di tipo telescopico ‘raag duun’ e piatti larghi in coppia ‘sbug tshal’.”

“Il rituale è così suddiviso: s’inizia con preghiere ‘gsol k’a’ rivolte alle divinità; devozioni per i ‘gsin po’ equivalenti dei defunti; e altre preghiere di cui beneficiano coloro che hanno accumulato un ‘karma’ peccaminoso ‘bson-smon’. A cui segue il culto vero e proprio introdotto dalla solenne declamazione della triplice formula detta del ‘rifugio’ nel Buddha, nella Dottrina, nella Comunità; poi vengono ripetuti: il voto di aspirazione all’illuminazione e il riconoscimento delle ‘quattro immensità’. Seguono l’atto di venerazione, l’offerta alla/e divinità, il riconoscimento delle proprie colpe, l’espressione di giubilo per le buone azioni compiute dalle creature e dai Buddha di predicare la dottrina, la preghiera di Bodhisattva di rinunciare al loro ingresso nel Nirvana, e di continuare l’opera di redenzione nel mondo e di far partecipare tutti gli esseri viventi al frutto delle loro buone azioni”.

 

Diversi sono gli strumenti usati nelle feste popolari e nelle processioni rituali, ma anche nella vita quotidiana durante i giorni di mercato, ad esempio dai venditori di ‘sarinda’ (sorta di ragni commestibili), ma che è anche il nome di uno strumento musicale che viene proposto ai pellegrini che salgono ai templi, di cui Cassano inoltre ci racconta:

 

 

Salendo verso lo Stupa di Swanayampur si è verificato l’incontro con un cantastorie girovago dal nome indiano ‘baul’, esecutore delle storie del Ramayana, l’epopea classica induista, ne approfitta per ironizzare sui costumi che in Nepal regolano i rapporti prematrimoniali. Il canto, divenuto una sorta di ballata popolare e che andrebbe affidato a una coppia di voci che si alternano a seconda le necessità del testo”:

 

Quanto sei bella, / gli dèi ti hanno creato / e tua madre ti ha cresciuta, / ma chi ti ha donato quei bei vestiti che indossi? Tu invece non sei bello, / perciò non farmi di queste domande / ed evita ogni commento su di me. Come ti chiami? Dov’è la tua casa? Sita (divinità moglie di Rama) è il mio nome, / ma se vuoi sapere dove abito, / rischi di metterti nei guai. Sono un guerriero, / il mio nome è Rama (sposo divino di Sita) / e la mia casa sta ad Ajudhya (Nord dell’India). / Se il tuo nome è Sita e tu lo vuoi, / ti porterò laggiù con me. Posso essere tua, / ma solo se tu mi sposi, / mangerò nel tuo stesso piatto / e verrò a vivere con te. Sposarti sì, ma senza corteo né fasti, / altre donne sarebbero felici / di venire con me anche senza sposarmi, / ma tu mi piaci più di loro, / così ti metterò il ‘sindur’ (polvere di colore rosso che l’uomo appone sulla fronte della giovane moglie all’atto del matrimonio) / con grande rispetto. / E ti chiamerò Sita / quando ti affaccerai alla finestra.

 

Un brano strumentale conosciuto col titolo “Come è bello il tuo volto” figura tra quelli più esegui durante le cerimonie nuziali la cui origine Newari, riporta alla cultura Newars presente in Nepal, offre qui l’occasione per introdurre un elemento musicale di grande rilevanza: la ‘banda’. Proprio come avviene in India, anche qui le famiglie, per celebrare un matrimonio, fanno intervenire un insieme bandistico per rallegrare gli invitati e tutta la comunità per tutta la durata dei festeggiamenti:

 

Il primo giorno, al suono di clarini, trombe, tromboni ‘raag dunn’, tamburi ‘tabla’, tamburelli ‘chakra’, cimbali, piatti e sonagli vari ‘sbug-tshal’, la banda è in uso recarsi in corteo, seguita dagli invitati, dalla casa del promesso sposo a casa della ragazza dove s’intratteneva per qualche tempo nell’allegria generale. Percorso che rifarà il giorno dopo in senso inverso, onde prendere parte alla cerimonia vera e propria. Questi cortei arrivavano un tempo a coinvolgere un numero illimitato sia di musicisti che di partecipanti e più spesso l’intero villaggio. Lo spunto di questa usanza è presumibilmente tratto dalla festa in onore di Mahakali ‘il Guardiano della Legge’.

 

Annota Stefano Castelli (****) che: “L’area centrale sub-himalayana, che ospita i gruppi Newari e Tamang, è da sempre considerata il centro culturale e politico del paese: qui troviamo le città imperiali di Bhadgaon, Patan, Kathmandu, qui l’importante tempio hindu di Pasupatinath e lo stupa buddhista di Swayambh (oggi sembra distrutti), meta di molti pellegrinaggi proveneitni anche dal Tibet e dalla lontana Cina. Qui è naturalmente presente una grande varietà di temi, di modalità di canto, di tipi di scale, da quelle pentatoniche cinesi a quelle di sole sette note dei ‘raga’ indiani, introducendo nuove note di passaggio e nuove combinazioni nei canti ancorati alla tradizione più antica, quasi tribale, nella quale il soprannaturale e il magico si presentano come sottofondo costante a ogni azione della vita quotidiana. Il confronto non è mai con il nemico di classe, bensì con un oscuro mondo di spiriti; il desiderio di protezione fa sì che il monaco sia al vertice della scala sociale. Anche le canzoni d’amore sono permeate da questo sentimento del mondo, come lo sono le modalità di canto.” “Come di consueto, nei luoghi ove il potere ha la propria sede il contrasto fra coloro che lo detengono e le classi subalterne viene naturalmente accentuato, con tutte le conseguenze di ordine culturale che da ciò discendono: ed il cantare di questa zona mette in luce piuttosto gli sviluppi storici e sociali vagliati criticamente più di quanto non faccia quello di una località più isolata. Vicini ad una capitale inoltre, a causa dei commerci e dei pellegrinaggi, gli apporti culturali sono decisamente più diversificati e intensi. Si comprende allora come la recitazione ipnotica di un ‘mantra’, la sua struttura ripetitiva e orecchiabile, che tendeva all’ascolto di una realtà ‘diversa’, sia oggi divenuta appannaggio quasi esclusivo di gruppi di professionisti, pagati per suonare una realtà folklorica sclerotizzata dentro ‘canzoni da divertimento’ ormai lontana da coloro che ne sono stati i creatori. E privilegi il fatto sociale rispetto a quello più specificatamente musicale, che diventa comprensibile soltanto alla luce dei perché di una musica che un tempo coinvolgeva la totalità dell’individuo, quali il bisogno di comunicare qualcosa di spirituale o ancora, per raggiungere, attraverso di essa, la comprensione di realtà trascendentali.

 

I testi qui sotto riportati sono traduzioni di autentiche liriche nepalesi trascritte e tradotte da originali in sanscrito-tibetano da Stefano Castelli. La lingua usata è letteralmente corrotta e deformata a fini spesso umoristici dal cantore:

 

Padma Sambhava” Padma = Loto / Sam = Parole dolci / Bahva = Essere, idea; il racconto ripete il nome del fondatore e diffusore del Lamaismo, nell’VIII sec. D.C., forse la più importante figura dopo Gautama nella religione lamaista del Nepal:

 

«Padma Sambhava non può mangiare / perché tutti gli portano / incenso e fiori, / ma niente cibo./ Anche quando qualcuno / gli porta offerte di riso / e cose buone / i preti, dicendo ‘Hum Ha Hum’ (invocazione sacra Buddhista), / se le mangiano tutte loro.»

 

La storia di Padma Sambhava, personaggio molto caro alla tradizione popolare, è un classico ‘mantra’ (nenia-preghiera religiosa) con evidenti scopi ironici che, lungi dall’apparire una figura austera, è portatore di una sorta di humor tipico della cultura contadina, umana e religiosa insieme che, nel momento in cui la classe sacerdotale acquista il potere secolare, in netto contrasto con la predicazione del Maestro, la combatte demitizzandola. Solitamente narrata dalla voce di un Lama, la storia si sposta dalla sua nascita mistica fra i petali del fiore di loto, alla sua adozione da parte del re di Passim, alla sua cacciata dalla corte, fino al suo trionfo ed ai suoi miracoli.

 

Jhayangri” (Terapia sciamanica); ripete le formule della terapia sciamanica in uso nel quadro religioso-culturale del Nepal, dove gli Jhayangri occupano un posto a sé, poco note alla cultura occidentale. Una sorta di presenze strane, inafferrabili soprattutto a causa della loro vita solitaria, degli atteggiamenti di netto rifiuto che assumono nei riguardi di chi li avvicini, specie se con intenti di studio, sembra per non farsi rubare il potere magico, e infine a causa della riluttanza degli informatori locali a parlare di questi argomenti che definiscono ‘pericolosi’ senza tuttavia darne una spiegazione. Sono taumaturghi-asceti vaganti per le montagne, portatori di un singolare patrimonio culturale, in parte mututato dalle culture sciamanico-animiste presenti nel Tibet occidentale, in parte autoctono, presenti come un momento di accentuato sincretismo creatosi attraverso il ‘ponte’ della civiltà Malla che regnò sulla parte occidentale dei due paesi dall’ XI° al XIV° secolo).

Inoltre alle succitate qualità, si riconoscono influenze indiane ed altre provenienti dalla zona del Ladakh e del Kashmir. La terapia Jhayangri si basa su quella più antica dei Bön sugli spiriti del bene ‘pho.lha’ e del male ‘dGra-lha’ coesistenti in ogni essere umano, fuggenti da difese volute dal Cielo contro le malvage influenze dei ‘Klu’, dei ‘gNyam’, dei ‘Sa-bdang’ ed in generale di tutti i demoni e spiriti della terra e dell’acqua, infatti (il ‘dGra-lha’, lo spirito nemico non è necessariamente negativo, anzi è un complemento indispensabile a quello del bene. Si pensi al Tao. Quando i due spiriti protettori se ne vanno dal corpo per una qualsiasi ragione, allora la persona si trova esposta alle malattie. Lo sciamano in questi casi agisce chiamando il proprio spirito amico ‘lha’ per farsi indicare i colpevoli e richiamare nel corpo la coppia protettrice. Per i Jhayangri lo spirito benevolo è quello che vive nel loro grande tamburo ‘dyangro’, aiutato se necessario dal suono di ‘gong’ e ‘cimbali’, il che segna una differenza molto importante fra questa ed altre cure sciamaniche nelle quali viene utilizzato soltanto il piccolo tamburello Sivaita ‘danaru’.

Questa forma di magia non possiede le formalizzazioni rituali di altri ‘sistemi’, non essendo stata istituzionalizzata e assorbita da religioni di stato; come per esempio lo è stato il Bön da parte del Lamaismo e del Padmaismo, e forse per questo, e grazie ai numerosi innesti culturali, ha mantenuto una vitalità e una forza espressiva uniche nel proprio genere. Il Jhayangri non cade quasi mai in trance profonda ma, con fluidità, si sposta di continuo dal mondo materiale a quello spirituale, sempre attentissimo ai minimi segnali che possono giungergli da ognuno di questi due mondi, adottando varie tattiche a seconda delle necessità.

All’inizio si limita a chiamare il proprio spirito guida con il ‘dyangro’, poi, non sembrandogli ciò sufficiente, soffia del ‘prana’ (soffio vitale) infuocato sul malato con istrionismi da mangiafuoco. Dopo una trance più lunga delle altre, decide di aiutare il ‘dyangro’ con un piccolo gong legato sotto l’ascella e con vari cimbali e sonagli legati sul corpo, mimando l’avanzata dei bellicosi spiriti del bene per intimorire i maligni che hanno preso possesso del corpo del malato.

Leggiamo qui di seguito il contenuto di due canzoni d’amore dei Tamang delle colline. Nella prima, intitolata ‘La Rani della Jungla’ si narra (in prima persona) la storia del protagonista che cammina nella foresta e si guarda intorno:

 

"La Rani della Jungla": Che se guarda in alto vede una giungla oscura, mentre in basso non può vedere niente a causa del buio e della vegetazione. C’è un fiume e l’acqua che scorre, e lui vede, in alto come una visione di donna e se ne innamora. È la ‘Rani’ della jungla e volgendosi dalla parte dell’Himalaya la scorge ancora e ancora, sopra la montagna, sotto un albero ecc.. Ma il suo amore non ha speranza perché egli è un semplice uomo mentre lei è una divinità della foresta. Accade così che per amore di lei gli si spezza il cuore e nessun sarto lo potrà ricucire.

 

"Canzone d’amore del montanaro", in essa si narra di un montanaro che andando in pellegronaggio sulle vette innevate e impervie dell’Himalaya non sa se gli spiriti dell’aria lo lasceranno tornare vivo al proprio paese d’origine. Perciò pensa di ravvisare la sua innamorata del suo possibile ritorno con le parole che seguono:

 

Se non muoio prima , timanderò una lettera / nella quale metterò il mio ritratto / e vedendolo tu sarai felice / e (spero) il tuo cuore sarà felice.”

 

I brani che seguono (tradotti dalla lingua Nepali) appartendono a una stessa cultura: il primo ripropone il tema tipico del corteggiamento amoroso, d’appartenenza dei Jhyaure della regione Newari (Nord di Khatmandu), dal contenuto divertente che i nepalesi utilizzano per ballare e cantare insieme nelle case soprattutto la sera, dopo una giornata di lavoro, per andare a letto contenti.

 

"Lhasa Gita" - Jhyaure serale: “Sono un tibetano che vive (va) a Lhasa, / io non so niente e non so danzare, / e non so suonare il tamburo. / Non ti posso dare cesti pieni d’oro, / ma se tu vuoi puoi darmi il tuo cuore puro. / Se vorrai venire con me, / io ti regalerò tutta la mia vita.

 

"Jhyaure del Dharma" (legge morale): Si usa cantare durante la stagione delle pioggie per passare il tempo durante le lunghe giornate in cui non si può lavorare. Al solito tema del corteggiamento si aggiungono in alcune versioni due strofe che avvertono ironicamente:

 

“..di non badare troppo alle ragazze, / perché se non si segue il Dharma / e se non si prega abbastanza, /si andrà certamente all’inferno.

 

Il canto successivo ancora in nepali, suona come un programma libertario, le parole sovrapposte alla musica di un precedente canto di ispirazione nazionalista che riferiva come, in tempi remoti, il Nepal avesse potuto conservare la propria indipendenza grazie al sovrannaturale intervento di Krsna che difese il paese dalle invasioni di re indiani desiderosi di conquiste. Il nuovo testo sulla falsariga dell’altro invece, racconta:

 

"Sunna na sunna na": “Ascolta i miei fratelli dei villaggi, / c’è un despota che opprime la gente / giorno e notte, / e per questo la gente soffre. / Per causa sua la gente è affamata, / e vuole ch’egli se ne vada, / perché vuole essere libera./ Bisognerebbe invece essere tutti uguali, / e distribuire in parti uguali le fatiche, / la terra e il pane, / e i risultati del lavoro, / in modo che tutti abbino a mangiare bene, / che si riposino e siano felici.

 

Se sapessimo che siamo destinati a diventare ciechi stanotte, dedicheremmo un autentico ultimo sguardo a ogni filo d'erba, a ogni nuvola, a ogni granello di polvere, a ogni arcobaleno, a ogni goccia d'acqua: a ogni cosa.” (Pema Chödrön)

 

"Non voltarti, non distrarre la tua mente. E tutto quello che penserai e dirai, sia quello che hai conosciuto da te stesso. Non voltarti.." (Milarepa)

 

Con l'augurio di ritrovare presto la felicità invocata nel canto, abbraccio le popolazioni dell’Himalaya e le ringrazio per il loro altissimo contributo culturale. Saluto inoltre tutti coloro che in questi giorni si prodigano negli aiuti umanitari e contribuiscono alla salvaguardia del patrimonio monumentale e culturale di questo paese con le parole di un grande viaggiatore italiano:

 

«Qualcuno mi ha domandato che cosa interessa a noi del Nepal. Ed io rispondo: dove c'è un uomo, uno solo, lì siamo anche noi, dove c'è memoria di un passato lì troveremo la modulazione nuova delle stesse illusioni, l'inveramento diverso, ma non discordante, degli archetipi dello spirito umano.» Giuseppe Tucci - “Nepal: alla scoperta del regno dei Malla”

 

Note e discografia:

(*) Stefano Cassano – “Impressioni di un soggiorno in Nepal”, Ducale FD 353

(**) Giovanni Monti – aviatore e viaggiatore italiano in Wikipedia, alla voce “Milarepa”.

(***) Gérard Kremer – “Musiche Sacre dei Monaci Tibetani”, Arion FARN1054

(****) Stefano Castelli – “Canti Popolari Nepalesi”, Albatros VPA 8383

 

 

E inoltre: Deben Bhattacharya – “Song and Dance from Nepal”, Argo ZFB 92 Peter Crossley-Holland – “Tibet vol.1/2” – Albatros VPA 8449

"Tibet: The Monastery Monks", A World of Music - CD MAW 020

"Tibet & Mongolia - suoni e misteri dal cuore dell'Asia" - Collana Musiche dal Mondo - CD Amiata Records

 

Bibliografia:

Karna Sakya e Linda Griffith, "Fiabe di Kathmandu" - Arcana Ed. 1988

Clifford Thurlow, "Fiabe Tibetane", Arcana Ed. 1986

 

 


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