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Colonialismo e neocolonialismo: il caso del Congo

Argomento: Storia

di Antonio Piscitelli
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Pubblicato il 12/06/2015 20:02:17

Colonialismo e neocolonialismo: il caso del Congo

 

Alcuni libri lasciano il segno e restano a lungo impressi nella memoria come cicatrici difficilmente rimarginabili. Credo che “Congo”[1]sia una voragine di dolore nell’ammaccato castone della coscienza di chi ancora riesce a riflettere. Ascrivibile al genere periegetico per l’attenzione che rivolge alla geografia, alle caratteristiche idrologiche, orografiche, geominerarie, ma anche antropologiche, etnografiche e linguistiche del vasto territorio del quale intende narrare la storia. Van Reybrouck la ricostruisce con la passione civile del reporter che sente l’operosa umanità al telaio dei fili dell’interminabile tela che è la vicenda umana, la cui investigazione è scienza per i cultori professionisti, agnizione dei drammatici approdi per l’appassionato cronista del presente. Dall’attualità muove l’archeologo belga per ripercorrere a ritroso le tappe rilevanti di questa portentosa storia. Una ricostruzione precisa, puntigliosa, appassionata che nulla concede agli stereotipi e molto alla verità della documentazione, benché spesso questa sia notevole per mole e di complessa interpretazione. Gli sono stati necessari molti viaggi e lunghi anni di studio per giungere alla mirabile sintesi che oggi anche in Italia si può leggere. La nouvelle histoire (che, a onore del vero, tanto nuova non è) dell’École des Annales strasburghese dovrebbe ormai averci avvezzati alla documentazione estemporanea, quella della narrazione orale per esempio, spesso raccolta e trascritta da estimatori d’occasione. Bene, è da qui che Van Reybrouck parte per individuare gli stadi rilevanti del Congo storico. Cerca e trova testimoni, magari di seconda e terza generazione, le cui biografie hanno del mirabolante e si sono intersecate con quelle di personaggi ben più noti. È il caso di Étienne Nkasi, morto nel 2010 ma nato nientemeno che nel 1882, cioè tre anni prima che fosse fondato lo “stato” che oggi porta il nome di “Repubblica Democratica del Congo”. Quest’uomo di formidabile memoria, che l’autore del libro ha incontrato più volte a Kinshasa, sarebbe stato il più longevo dell’umanità se la sua data di nascita fosse vera. L’intervistatore finisce col pensarlo a giudicare dal ricordo di eventi che solo un testimone oculare poteva rappresentare con tanta vividezza e precisione. Rievocava addirittura fatti accaduti all’epoca di Henry Morton Stanley (1841-1904), l’esploratore britannico che è passato alla storia come il primo uomo bianco che abbia risalito il corso del fiume dal quale il paese prende il nome. Di lui si ricorda benissimo un altro testimone oculare, più anziano ma assai meno longevo dell’altro, per averlo conosciuto di persona ed esserne stato, in qualche misura, beneficato. Si tratta di Disasi Makulo, nato nei primi anni Settanta del XIX secolo e morto nel 1941. La sua biografia è stata trascritta e pubblicata da uno dei suoi figli, Akambu[2], nel 1983. Poi c’è Lutunu, la cui vita è riferita da una scrittrice belga[3]. E così via. Si tratta di donne e uomini poco noti la cui esistenza ha sperimentato sulla pelle i disastri che colonialismo e decolonizzazione, entrambi guidati da mano straniera, hanno comportato per il popolo congolese.

Che non è nato tale, almeno nel senso giuridico del termine, così come il loro paese non è mai stato una nazione. Ambedue i concetti sono di chiara matrice europea, arbitrari e convenzionali, frutto di un’ideologia degenere che pretende naturali l’artificio e la convenzione. Attraverso l’attività d’istituzioni educative più o meno consapevoli, queste “produzioni culturali” vengono inculcate nelle nuove generazioni e fatte digerire col metodo persuasorio di un assillante spot pubblicitario. Il contatto degli europei con le popolazioni dell’Africa subsahariana è ovviamente ben più antico del pionierismo di Livingstone e Stanley o dei saccheggi di Cecil John Rhodes[4]. Esso risale alle scoperte geografiche e ai primi scambi commerciali tra i navigatori storici e gli abitanti dei villaggi dislocati lungo la costa occidentale dell’Africa, della quale la foce del fiume Congo era uno dei principali snodi. Qui ebbe inizio e perdurò per secoli la tratta degli schiavi africani verso le lontane piantagioni americane. A Est, partendo da Zanzibar e attraversando la Tanzania, oppure dal Sudan meridionale, i mercanti arabi praticavano l’analogo commercio di manodopera servile. Una razzia che non ha termini di paragoni nella storia dell’umanità. Assai presto, sul versante Atlantico come su quello Indiano, il raiding prese il posto del trading, il saccheggio e la rapina soppiantarono la libera contrattazione. Con la differenza che non di avorio soltanto si trattava, ma di esseri umani, ai quali era sottratta la dignità e spessissimo la vita. I nomi di Al-Zubayr, Hamed ben Mohammed el-Murjebi (Tippo Tip) e Msiri sono da annoverare tra i più grandi autori di crimini contro l’umanità. Con costoro Stanley dovette trattare per riuscire a compiere la sua grande impresa, la stessa che consegnò i vasti territori a nord e a sud dell’immensa ansa del fiume Congo al Belgio, anzi al suo ambizioso sovrano, quel Leopoldo II che, a seguito della Conferenza di Berlino del 1884-85, strappò l’avallo delle potenze europee a un possedimento personale che, nato come Association Internationale du Congo con fini commerciali, diventerà ben presto Stato Libero, cioè un’entità politica il cui potere sovrano spettava solo ed esclusivamente al suo re, il quale governerà sempre a distanza, senza mai porre piede sul suo possedimento. Leopoldo, sovrano costituzionale nel piccolo Belgio, fu il Re Sole dell’immenso Congo, un territorio esteso quanto l’Europa occidentale. S’impegna, certo s’impegna, sulla carta, a rispettare il libero mercato, che allora era un mito, oggi una religione, se è vero che non è mai esistito, a giudicare dai dazi e dalle dogane che già nel secondo Ottocento scatenarono guerre fratricide tra le potenze europee, il cui teatro si spostò presto in Africa, laddove l’accaparramento delle materie prime era necessario alla seconda rivoluzione industriale. Oggi religione truffaldina, dicevo, perché ciò che un tempo si chiamava dazio ed era appannaggio degli stati che lo imponevano, ai giorni nostri si chiama tangente o “bustarella” ed è appannaggio di uomini corrotti senza ombra di scrupoli.

Dopo un quinquennio in cui le spese per il mantenimento delle numerose stazioni del libero commercio ridussero quasi alla bancarotta il sovrano, fu necessario correre ai ripari. Addio antiche promesse, al diavolo il libero mercato! Il Congo fu presto “belgicizzato”, in termini sia economici sia culturali. Non si poté allontanare le prime vecchie missioni protestanti di matrice anglosassone, ma si favorì la penetrazione cattolica con ogni mezzo, in ossequio ai dettami dell’allora pontefice Leone XIII. Se oggi l’86% della sua popolazione è cristiano, con una netta prevalenza del cattolicesimo, ciò è dovuto alla primitiva impari evangelizzazione. Le missioni di ambo le parti si trasformarono ben presto in agenzie educative, certamente con una funzione di promozione umana. Il fatto è che, accanto all’alfabetizzazione, erano trasmesse conoscenze storiche, geografiche e antropologiche che, più che corrispondere ai fatti, rispondevano ai bisogni di condizionamento culturale dei dominatori europei. Quasi nessuno conosceva il Congo, la sua vera composizione etnica e la natura del suo territorio. Esso era, in buona sostanza, poco più di un disegno approssimativo sulla carta dell’Africa. I primi studi etnografici, inizialmente inglesi, poi belgi, mapparono popolazioni il cui sentimento di appartenenza a una comunità era piuttosto fluido. La pratica della mobilità, la più antica e naturale nel comportamento umano, legata al reperimento di risorse utili alla sopravvivenza, non escluse la caccia e l’agricoltura estensiva, rendeva complessa la definizione delle molteplici culture presenti sul territorio. Il metodo tassonomico attinto dalla biologia semplificava il lavoro degli studiosi non certo la vita degli individui, nei quali fu inculcato il senso di appartenenza a una tribù o a un’etnia più di quanto essi fossero propensi a sentire. I manuali della formazione di base infondevano pregiudizi, non conoscenze degne di tal nome, non diversamente da quello che avveniva nelle scuole di base europee. Dottrina e null’altro. «Le scuole delle missioni divennero fabbriche di pregiudizi tribali. … I pigmei, in molti manuali, venivano dipinti come bizzarre aberrazioni. Anche se non ne avevi mai incontrato uno, sapevi già cosa pensarne».

Molti anni dopo, per l’esattezza nel 1923, quando la Società delle Nazioni affidò al Belgio il Ruanda e il Burundi (allora Urundi) ex tedeschi quali territori sotto mandato, le rigide concezioni antropologiche non mancarono di classificarne come “razze” le articolazioni etniche della popolazione: tutsi, hutu e twa (pigmeo). «Ci si dimenticava che le frontiere tra queste categorie tribali erano sottili ormai da secoli». Per chi ricorda i genocidi del 1994 in questa parte dell’Africa capirà quanto esso abbia le sue lontane ascendenze nell’epoca coloniale.

Il Congo divenne, infatti, ufficialmente colonia dal 5 novembre del 1908, quando Leopoldo fu costretto dalla pressione internazionale a cederne l’amministrazione al parlamento e al governo del suo paese. Le brutalità ai danni della popolazione per l’accaparramento della gomma indispensabile all’industria automobilistica dei paesi sviluppati, materia prima la cui utilità era stata scoperta dal veterinario scozzese John Boyd Dunlop (1840-1921), il fondatore della società produttrice di pneumatici (oggi Goodyear) che prese il suo nome, divenne di dominio pubblico, tanto che scrittori di chiara fama come Arthur Conan Doyle, Joseph Conrad e Mark Twain non mancarono di far sentire la loro indignazione. Lo Stato Libero era stato teatro di un’ecatombe, «un sacrificio sull’altare di una morbosa avidità di guadagno». Le illuminanti pagine di “Cuore di Tenebra”[5] ben si affiancano alla rappresentazione documentata che ci dà Van Reybrouck di quell’oscuro periodo.

Fu l’amministrazione belga a creare quell’artificiosa ripartizione amministrativa che, con il diffondersi delle malattie tropicali, divenne esiziale per la mobilità dei congolesi. L’istituzione di chefferie e sous-chefferie relegò la popolazione in territori poco consoni a un’economia ancora fondata sul baratto e l’agricoltura estensiva. I pochi che poterono spostarsi oltre i trenta chilometri erano in possesso di un passaporto medico di ben difficile ottenimento, tanto che se ne diffusero il contrabbando e la corruzione ad esso connessa. Alla difficoltà di adattamento al forzoso radicamento sul territorio si aggiunse lo scompaginamento delle vecchie etnie a vantaggio di un’identità assai più modesta e claustrofobica, stabile nel tempo.

Ciò nonostante il Congo belga si stava già rivelando una pentola in ebollizione, almeno sul fronte dell’immensa ricchezza del suo sottosuolo. Nel 1892 il geologo Jules Cornet aveva scoperto nel Katanga immensi giacimenti di rame; nel 1907 il prospettore belga Narcisse Janot scoprì per caso, nel Kasai, il primo filone di diamanti. L’oro fu trovato da due australiani a Kilo-Moto, al confine con l’Uganda. Nel 1915, ancora nel Katanga, fu trovato l’Uranio. Non mancarono all’appello gli appetibili depositi di zinco, cobalto, stagno, tungsteno, manganese, tantalio e carbone. A queste vanno aggiunte le risorse provenienti dalla foresta e dall’agricoltura, tra le quali l’olio di palma, la cui produzione richiedeva, un tempo, manodopera a bassissimo costo costretta a vivere e lavorare in condizioni insostenibili. Il grosso della richiesta proveniva dalla nascente industria dei saponi, il cui pioniere fu William Lever (1851-1925), il quale, col fratello James e col contributo di sperimentazione e ricerca del chimico William Hough Watson, lanciò un sapone presto denominato Sunlight, un detergente per il corpo destinato a dar fama e successo alla multinazionale che, ancora oggi, col nome di Unilever, domina il mercato mondiale dei prodotti per la pulizia domestica. Lever si accaparrò il grosso della produzione di olio di palma che le Huileries du Congo Belge (Hcb), anche queste un gigantesco gruppo industriale, presero a produrre. L’imprenditore, che in Gran Bretagna aveva fama di filantropo, in Congo non esitò a ricorrere al reclutamento coatto di manodopera e alla corruzione dei capi-villaggio per procurarsene, qualcosa di analogo al vituperato commercio degli schiavi.

L’industria estrattiva e dei trasporti si sviluppò rapidamente col sostegno del governo belga, il quale compartecipava al business con i dividendi delle azioni in suo possesso. Ciò di cui abbisognava era la manodopera, difficilmente reperibile su un territorio vastissimo e scarsamente popolato. Un lento ma inarrestabile flusso migratorio verso le nascenti città industriali, tra le quali Elisabethville (la futura Lubumbashi), fu alla base delle prime forme di urbanizzazione, proletarizzazione e circolazione monetaria, fenomeni destinati ad avere effetti sconvolgenti sulla composizione etnica e sociale dei congolesi. Ma fu la prima guerra mondiale, sulla scorta dell’aumentato fabbisogno di materie prime, a dare la grossa spinta all’industrializzazione. Gli operai, prima solo stagionali, divennero sempre più stanziali. Le città furono presto densamente popolate.

Un capitolo pressoché ignorato, temiamo volutamente ignorato da noi europei, è quello che riguarda il contributo di sangue e sacrifici dei congolesi alle vittorie dell’Intesa prima e degli Alleati poi, rispettivamente nella prima e nella seconda guerra mondiale. La Force Publique, in pratica l’esercito di epoca coloniale, reclutava i suoi soldati tra i locali, benché gli ufficiali fossero rigorosamente belgi. L’epica battaglia di Tabora (settembre 1916), nella quale si distinsero le truppe congolesi, fu decisiva per la sconfitta della Germania e per la perdita definitiva delle sue colonie in Africa. Ancor meno note sono, forse, le campagne militari della seconda guerra mondiale che videro protagonisti i soldati reclutati in Congo. Una, in particolare, riguarda l’Italia ed ebbe per teatro di guerra la sua recente colonia, l’Abissinia (Etiopia), ufficialmente liberata e resa indipendente dagli inglesi, in realtà, ci fa sapere Van Reybrouck, liberata dai congolesi nella battaglia di Saio (8 giugno 1941), in seguito alla quale furono fatti prigionieri ben nove generali, tra i quali Pietro Gazzera (1879-1953), il comandante in capo delle truppe italiane nell’Africa Orientale. Era costui una specie di eroe nazionale, dalla guerra italo-turca del 1911, per le numerose decorazioni ricevute e gli incarichi che ricoprì soprattutto in epoca fascista. Altro illustre prigioniero dei congolesi fu Arnocovaldo Bonaccorsi (1898-1962), uno dei mazzieri fascisti più fanatici, colui che, nel 1926, con Leandro Arpinati, aveva massacrato, a Bologna, Anteo Zamboni (1911-1926), il quindicenne attentatore di Mussolini. Si era poi distinto nella brutale presa di Maiorca durante la guerra di Spagna del 1936-39. Se la caduta del fascismo fu, in parte, dovuta alle disfatte militari, bene, occorre sapere che a queste disfatte contribuirono anche i congolesi, con buona pace degli onesti antifascisti di un tempo che ora storcono il naso quando un discendente degli antichi combattenti del Congo pone piede in Italia[6].

Tra le due guerre la repressione dei primi rigurgiti indipendentisti fu spietata da parte dei belgi. I congolesi cercavano, in fondo, di salvaguardare la loro identità e lo facevano alimentando la predicazione e la diffusione di numerose nuove sette religiose, tra le quali non mancavano quelle che incitavano apertamente alla ribellione. Rigorosamente religiosa e pacifista fu quella che va sotto il nome di kimbanguismo, oggi ufficialmente riconosciuta e praticata da circa il dieci per cento della popolazione. Era, questa religione d’ispirazione cristiana, una maniera tutta congolese di elaborare la dottrina evangelica in forma sincretica, almeno nella maniera in cui recuperava e rielaborava antiche tradizioni. Quale che ne sia il giudizio, Simon Kimbangu (1889-1951) fu un martire dell’ottusità dei colonizzatori. Arrestato nel 1921, gli fu intentato un processo farsa degno della famigerata Inquisizione europea. Ai limiti del surreale sono le motivazioni della sentenza capitale, poi comminata in ergastolo per intercessione dell’allora re Alberto: “È vero che l’ostilità contro il potere costituito fino a oggi si è manifestata con dei canti sediziosi, offese, oltraggi e alcuni casi di ribellione isolati, ma è altrettanto vero che il corso degli avvenimenti potrebbe fatalmente condurre a una vera rivolta”. In altri termini si condanna a morte un uomo perché, in un futuro imprecisato, potrebbe provocare una rivolta contro il dominatore. Non l’ha provocata, ma potrebbe provocarla. Il processo alle intenzioni, anche se pare che Kimbangu mai ne avesse avute di simili!

I seguaci di questa religione erano deportati lontani dalle loro zone di residenza, stipati in carri merci, una sorta di prefigurazione di ciò che i nazisti avrebbero fatto di lì a poco con gli ebrei.  Simon Kimbangu morì nella prigione di Lubumbashi nel 1951; era stato in galera assai più di Nelson Mandela (1918-2013), trent’anni contro i ventisette di quest’ultimo. La moglie e i figli ne proseguirono l’opera. Dal 1959 il Kimbanguismo è legale.

Il proliferare di nuove sette religiose era il sintomo di un malessere di altra natura che i colonizzatori furono duri a comprendere. Il calo delle esportazioni causato dalla fine della prima guerra mondiale e la successiva crisi economica internazionale del 1929 ebbero effetti disastrosi anche sul Congo. A farne le spese furono gli operai delle fabbriche e delle miniere. Il malcontento sfociò in una serie di scioperi e manifestazioni contro l’autorità coloniale. La loro repressione fu spietata e spesso sanguinosa. Nondimeno la Force Publique , legata al governo belga in esilio e non alle ambiguità della corona, tenne testa al nemico tedesco e giapponese nel corso della seconda guerra mondiale. Le testimonianze dei pochi reduci del conflitto la dicono lunga sul maturato sentimento di appartenenza a un comune schieramento contro la barbarie razzista e xenofoba del nazismo e del fascismo. Le parole di André Kitadi, Martin Kabuya e Libert Otenga dimostrano quanto consapevoli fossero i soldati congolesi del loro appassionato contributo alla vittoria alleata. Si sarebbe dovuto partire da qui per dare al Congo indipendenza e dignità, ma i belgi mostrarono ben poca gratitudine verso i coloni che avevano combattuto al loro fianco, furono poco lungimiranti, se si esclude la voce di qualche illuminato giornalista e di uno dei migliori governatori generali che abbia avuto il Congo, Pierre Ryckmans (1891-1959), che resse le sorti del paese dal 1934 al 1946. A questi vanno affiancate la testimonianza e l’opera di uomini come Vladimir Drachoussoff e Jacques Courtejoie, il primo, agronomo belga operante in Congo tra le due guerre, figlio di profughi russi, i cui diari sono una preziosa documentazione, il secondo un medico proveniente dalla provincia di Liegi, una sorta di Albert Schweitzer in sedicesimo generosamente attivo nel paese africano a partire dal 1958. La fine della guerra, è noto, fu decretata dalla bomba atomica di Hiroshima. Bene, l’uranio con cui fu prodotta proveniva dal Congo. Una vicenda, questa dell’uranio congolese utilizzato per la prima bomba atomica, che ha dell’incredibile.

Il dopoguerra, se fu sforzo di ricostruzione in Europa, fu euforia in Congo. Il nuovo mezzo di comunicazione, la radio a transistor, per le sue piccole dimensioni faceva giungere la voce del mondo fin nella foresta. Intanto arrivavano dappertutto le note della rumba congolese, che rielaborava in maniera del tutto originale ritmi afro-cubani generati dalle percussioni di lontani antenati. L’African Jazz di Joseph Kasabele (1930-1983) fu e resta un mito persino per gli estimatori occidentali. Che la musica possa avere un ruolo quasi eversivo e tramutarsi in opposizione politica è un fatto incontrovertibile. Chi può negare che i vari rivoli delle contestazioni giovanili degli anni Sessanta abbiano tratto gli auspici dalla musica dei Beatles e dei Rolling Stones, dall’evoluzione di quel rock che già percepivano come anticonformista i loro più giovani fratelli degli anni Cinquanta e che si chiamarono nozems, zazous o greaser o altre bizzarre denominazioni alludenti all’alterità rispetto a un sistema percepito come oppressivo? Anche l’epilogo hippie di Woodstock fu l’emblema, in chiave pacifista, dell’anticonformismo giovanile. Allo stesso modo la musica congolese aggregò i giovani intorno a una contestazione strisciante che non avrebbe tardato molto a reclamare l’indipendenza. Persino le donne, escluse da qualsiasi attività di rilievo pubblico, trovavano modo di affermare se stesse sulle note dell’orchestra di François Luambo Makiadi, soprannominato Franco, il leader fondatore dell’Ok Jazz, l’orchestra soukous più famosa degli anni Cinquanta. L’avventura di Victorine Ndjoli è rappresentativa in tal senso. I giovani ballavano e bevevano birra, ma erano tenuti a debita distanza dai bianchi diffidenti, in un regime che, se non era dichiaratamente discriminatorio, somigliava nei fatti all’apartheid. Avevano di che sbracciarsi i giovani ambiziosi évolué, che vestivano all’europea, ricoprivano incarichi di un certo prestigio nella pubblica amministrazione e nell’industria, vivevano in case alludenti al confort, erano di buona cultura, si associavano e discutevano nei loro club, in ruoli tuttavia subalterni, negli incarichi e nelle responsabilità, al colonizzatore belga. È dalle loro fila, dal coacervo delle ambizioni di questa neonata “borghesia” congolese, che provenivano il dibattito politico e le contestazioni che, di fatto, condussero all’indipendenza. Nacque un’infinità di partiti politici, il più delle volte con pochissimi iscritti e spesso rappresentativi d’interessi locali e etnici. Dal 1958 la farsa delle prime elezioni amministrative vide profilarsi la ventura battaglia tra radicali e moderati.

La precipitosa corsa all’indipendenza (30 giugno 1960) vede affiorare partiti e leader che possono così sintetizzarsi: l’Abako di Joseph Kasavubu (1915-1969) su posizioni radicali e federaliste; il Mnc di Patrice Lumumba (1925-1961), radicale e unitarista; la Conakat di Moïse Tshombe (1919-1969), moderata e federalista. Altri protagonisti di quei tumultuosi anni sono Joseph Iléo (1921-1994), Jean Bolikango (1909-1982), Jason Sendwe (1917-1964), Justin Bomboco (1928-1964), Cléophas Kamitatu (1931-2008), Antoine Gizenga (1925), Albert Kalonji (1929), Thomas Kanza (1933-2004). Troppi galli a cantare! Molti di costoro, più che rappresentare interessi locali, rappresentano se stessi e le loro ambizioni personali. Per lo più giovani, poco scaltri e scarsamente preparati sul piano politico sono facili strumenti di manovra dei potenti della terra. Siamo nel clima di tensione della Guerra Fredda, alla quale fa da contraltare il movimento terzomondista scaturito dalla Conferenza di Bandung (1955). Il latente conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, dapprima scaricato su Corea e Vietnam, si estende all’Africa nell’esatto momento in cui il Congo ottiene l’indipendenza con dei trattati impari e truffaldini, soprattutto per la parte economica, materia della quale i suoi inesperti rappresentanti alla “Tavola rotonda” economica sanno poco o nulla.

Dalle elezioni politiche del 1960 non emergono vincitori assoluti, anche se il Mnc è il primo del paese. Il suo leader, Patrice Lumumba, diventa primo ministro, mentre uno dei suoi avversari politici, Joseph Kasavubu, ricopre la carica di Capo dello stato. Si tratta di un binomio poco rassicurante per le sorti del paese. All’atto dell’insediamento, mentre il presidente tiene un discorso di conciliazione pur essendo partito da posizioni radicali nei confronti del Belgio, Lumumba disgusta quasi tutti con la sua oratoria da ribelle piuttosto che da leader politico di un grande paese. La sua mitizzata figura esce parecchio ridimensionata dall’immagine che ce ne offre il libro di Van Reybrouk, quella di un évolué ambizioso e bilioso, ambiguo e umorale nelle deliberazioni e nei comportamenti. Per altro verso, il quadro politico generale è tutt’altro che rassicurante. Il Parlamento è costituito da giovani inesperti e di cultura limitata. L’unico laureato della compagine parlamentare è Thomas Kanza (1933-2004). Quali sagge deliberazioni potrebbero prendere degli uomini litigiosi poco o nulla avvezzi ai metodi democratici? L’unica risoluzione presa all’unanimità è l’attribuzione a se stessi di stipendi da favola e privilegi di ogni tipo. Egoismo? Ingordigia? Sì! L’autoreferenzialità dei primi parlamentari congolesi è esemplare non solo per altre ex colonie, ma addirittura per gli odierni paesi cosiddetti sviluppati, Italia compresa. Non mi scandalizzo, non più. Il ceto politico, ovunque nel mondo, è costituito da “évolué” la cui unica ambizione è assicurarsi le briciole dell’immensa torta. Sono vassalli, valvassori, valvassini dell’inafferrabile e temo non governabile sistema globale, dal quale ricevono benefici e investiture. Poca cosa dal punto di vista del sistema, parecchio dalla prospettiva della loro mediocrità rapace. A noi, ricondotti allo stato di servi della gleba, resta lo spettacolo di un degrado che non ha eguali nella storia. Non c’è progresso, non può esserci fino a quando la corsa forsennata e senza tregua allo sviluppo e al consumo governerà il nostro agire da automi. Non c’è tempo per progredire. Per gratuita ed estranea al tema quest’amara constatazione possa apparire, se si legge con attenzione il libro di Van Reybrouk, si comprenderà che la sua analisi è spendibile per contesti anche lontani dal Congo, essendo questo paese parte integrante di uno scacchiere complessivo sul quale i giocatori veri sono ben pochi e dovunque difficilmente identificabili.

La crisi politica, militare, istituzionale, etnica ed economica del Congo indipendente va ricondotta alle tensioni internazionali all’epoca esistenti, esattamente come avviene oggi, anche se gli odierni soggetti in competizione sono diversi e più sfuggenti. Se l’opposizione dei due blocchi, sovietico e americano, ebbe il suo terreno di scontro nel Congo di Lumumba e Kasavubu, questo era nella logica di un sistema che già si prefigurava globale. L’anarchia militare da un lato (fenomeno ben noto nella storia europea), i secessionismi e le rivolte dall’altro avevano regie distanti e protagonisti di facciata. La fiacca e poco credibile mediazione delle Nazioni Unite nulla poté per evitare scontri sanguinosi tra i contendenti sul campo, stragi, assassinii politici. I veti incrociati in seno al Consiglio di sicurezza assecondavano l’inettitudine della classe politica locale. Lumumba governò, prendendo decisioni sconsiderate e poco lungimiranti, per soli due mesi. Il conflitto e la rivalità personale con Kasavubu gli furono esiziali. Apparve o le circostanze lo indussero ad apparire come filosovietico. Non lo era, così come non era comunista, benché molti, male informati, abbiano creduto o voluto crederlo. Diceva Krusciov di lui: «Potrei dire che il signor Lumumba è comunista come io sono cattolico. Ma se le parole e le azioni di Lumumba coincidono con le idee comuniste, non può che essere piacevole per me». Il suo opportunistico schierarsi con uno dei contendenti internazionali gli costò la vita. Lo volevano morto sia i belgi che gli americani, anzi i loro interessi minacciati sul suolo congolese. A ucciderlo materialmente e barbaramente il 17 gennaio del 1961 furono gli uomini di Tshombe, al quale Mobutu, l’antico suo segretario e collaboratore, lo consegnò a dispetto della rivalità che inevitabilmente lo opponeva al capo della secessione Katanghese (luglio 1960). Joseph Désiré Mobutu (1930-1997) era stato una creazione dello stesso Lumumba. Per governare l’ammutinamento di un gruppo di sottufficiali della Force Publique lo nominò capo di stato maggiore del neonato esercito congolese (Armée Nationale Congolaise), mentre gli ammutinati furono promossi ufficiali senza colpo ferire. Ne venne fuori un esercito sgangherato e corrotto che mai garantì la sicurezza nazionale. Mobutu fu tenuto in piedi, per ben 32 anni, dalla Cia e dalla capacità di ingerenza degli americani. Senza questi sostegni la sua dittatura sanguinaria mai avrebbe potuto reggere alla spinte centrifughe delle guerre interetniche e interregionali. L’ebbe vinta sui rivoltosi del Kasai (agosto 1960) e sul governo lumumbista guidato da Gizenga (novembre 1960), seppe abilmente tenersi buono Tshombe e i suoi mercenari (Debosciati, gente rude, fanatici di destra, macho, rambo, bestioni che si ubriacavano fino a dimenticare il proprio nome… Venivano per i soldi, l’avventura e vaghi ideali di white supremacy) per vincere Pierre Mulele (1929-1968), l’ex ministro del governo Lumumba che si era posto prima alla testa della rivolta del Kwilu (gennaio-maggio 1964) e poi, con Christophe Gbenye, Gaston Soumialot e un giovane e imbelle Laurent-Désiré Kabila (1939-2001),  al seguito della ribellione dei simba (gennaio-novembre 1964), un feroce conflitto che ebbe come scenario la parte orientale del paese. Erano, i simba, degli adolescenti, a volte anche bambini[7] che, armati di lance, frecce e da uno sfrenato fanatismo che li faceva credere invulnerabili, furono sanguinarie macchine di morte e, a ben guardare, vittime essi stessi, carne da macello di una rivolta che si volle d’ispirazione maoista, ma era pur sempre parte delle tensioni che guerra fredda e terzomondismo alimentavano nel resto del mondo. Ernesto Che Guevara, nell’aprile del 1965, corse in soccorso dei ribelli, ma se ne allontanò dopo sette mesi, disgustato dalla sgangherata ragazzaglia e dall’inettitudine dei loro capi, Kabila in testa. Lo spietato vincitore di questo conflitto civile fu Tshombe, appositamente rientrato dall’esilio spagnolo per sostenere il governo Mobutu-Kasavubu. Alle elezioni si aggiudicò 122 dei 167 seggi, ma presto Kasavubu lo destituì dalla carica di primo ministro, ripetendo la procedura che cinque anni prima aveva seguito con Lumumba. Si era fatto i conti senza l’oste. Mobutu, il 24 novembre del 1965, esautorò entrambi i contendenti, ponendo fine alla Prima Repubblica con un colpo di stato che lo avrebbe tenuto al potere per oltre trent’anni.

République du Zaïre fu il nome ufficiale che volle per il suo paese, prendendo una cantonata colossale. Aveva trovato lo strano toponimo su una carta portoghese del XVI secolo. La parola non era che la traslitterazione di nzadi, un termine che in lingua kongo designa il fiume. Una stupidata compiuta in nome dell’autoctonia ad ogni costo, una manovra propagandistica finalizzata a cancellare la memoria del periodo coloniale. Venne bandito tutto ciò che era europeo, dagli abiti alla musica, i nomi cristiani furono sostituiti da indigeni, la toponomastica riformulata in nome del mito dell’autenticità. Era la verniciatura di un regime sempre più totalitario che, tanto per cambiare, si reggeva sull’esercito e sulla propaganda. Controllò il primo attraverso elargizioni e favoritismi che ne tenevano legate a sé le gerarchie; promosse la seconda attraverso l’attività pervasiva dei mass-media, televisione in testa, controllati dai suoi lacchè.

C’è poco da storcere il naso. Era già accaduto, accadeva, sarebbe accaduto: oggi gli organi cosiddetti d’informazione sono, ovunque, il mezzo più efficace per plasmare la coscienza collettiva. La verità non fa notizia, in nessun paese al mondo[8]. Mobutu, da perfetto “signore” moderno, aggiunse nuove strategie alle consolidate della lezione machiavelliana, dopo che aveva fatto del “Principe” il suo prontuario. Esemplare, in tal senso, fu la spietata ferocia con la quale si sbarazzò degli avversari politici, una procedura che non ha nulla da invidiare al “modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini[9].

I primi cinque anni del suo “regno” furono di assoluto terrore, ma la popolazione poco se ne avvide. Poi, sentendosi più sicuro, mollò un po’ la presa. La contingenza favorevole di un’economia in espansione per le esportazioni di rame dovute alla guerra del Vietnam migliorò la qualità della vita dei congolesi, sicché essi finirono col mostrare gratitudine al capo. Nella memoria dei vecchi il decennio che va dal ’65 al ’74 è ricordato come l’epoca d’oro del Congo. La solfa dell’ordine mantenuto e la memoria delle opere pubbliche all’epoca avviate fanno apparire magnifici quei tempi. Poco importa che la rivolta studentesca del 1968 fu spietatamente repressa, con vittime, arresti e condanne fino a venti anni di reclusione. Lo zaïre, con la minuscola, la nuova moneta, fu forte finché le esportazioni tirarono, poi crollò dopo che gli americani ebbero abbandonato il Vietnam. Il prezzo del rame scese paurosamente e l’inflazione divenne presto galoppante. Per parte sua, Mobutu aveva solo saputo mettere in bisaccia i benefici delle nazionalizzazioni. Era partito nel 1967 con l’acquisizione del colosso belga dell’Union Minière. Poi, non appagato, proseguì sulla via della requisizione di tutti i settori di produzione e servizi che non fossero rigorosamente zairesi. La piccola e media impresa gestita da stranieri fu affidata a indigeni incompetenti che seppero solo spolpare l’osso, mollandolo quando l’impresa era bella e che spacciata. La parola “nazionalizzazione” farebbe supporre che i benefici di una simile operazione andassero alla collettività, cioè alle casse dello stato. Nulla di tutto questo. L’erario incamerò ben poco, mentre la ricchezza privata del dittatore divenne spropositata. Era il settimo uomo più ricco del mondo. La disoccupazione, accoppiata all’inflazione, fece nuovamente apparire lo spettro della miseria, delle malattie e dell’alta mortalità soprattutto infantile, le piaghe di sempre in un paese che è povero per difetto di gestione, non certo per mancanza di risorse.

Il malcontento cresce. Allora ecco apparire la pensata geniale che lo esorcizza, momentaneamente lo allontana. Mobutu finanzia il match del secolo direttamente sul suolo congolese, allo stadio di calcio di Kinshasa. I protagonisti de The rumble of the jungle sono Muhammad Ali, già Cassius Clay, 32 anni, e George Foreman, 25 anni. Si battono per il titolo mondiale dei pesi massimi. Benché siano entrambi americani e neri, nell’immaginario collettivo il secondo rappresenta l’imperialismo, il primo la fierezza dell’Africa. Vince Ali, adottando una tattica sbalorditiva: si attacca alle corde e si fa massacrare dall’avversario per otto riprese; poi gli sferra una mitragliata di diretti e montanti che lo atterrano. Il Congo impazza, l’immensa folla esulta per l’eroe che Mobutu le ha imposto. Piovono fiumi di birra venduta a metà prezzo, per le strade si balla tutta la notte, l’esibizione dei musicisti neri più famosi del mondo, zairesi compresi, fanno del megaconcerto artatamente organizzato a corredo della “festa nazionale” una specie di Woodstock africana.

Quanto era costato il match? Escludendo i corollari, Mobutu sborsò dieci milioni di dollari al solo Donald King, l’organizzatore dell’incontro. Tutti sanno che Cassius Clay aveva compromesso la sua carriera di boxer per essersi rifiutato di andare soldato in Vietnam. Intanto era entusiasta della prospettiva di riconquistare il titolo mondiale. Probabilmente non si rendeva conto che Mobutu era in grado di tirare fuori tutti quei soldi, anche se indirettamente, grazie alla Guerra del Vietnam. No, non si rendeva conto che le armi usate contro i vietnamiti erano fabbricate col rame proveniente dal Congo. Non possiamo fargliene una colpa. Quanti di noi sanno come viene prodotta la ricchezza di cui gode l’Occidente?

Pare che, in occasione dell’incontro, molti kinois ricevessero farina gratis. Il buon Giovenale non si lascia mai smentire, in passato come nel presente: panem et circenses! Forse, per noi occidentali, la locuzione andrebbe lievemente riformulata, visto che, in generale, di pane ne abbiamo. Hi-tech et circenses potrebbe andar bene, anzi pare che funzioni anche nei paesi che un tempo furono colonie, almeno nei voti e nelle speranze delle nuove generazioni.

Il potere di Mobutu da autocratico si fa cleptocratico. Il dittatore attinge a piene mani alle casse dello stato e incita pubblici amministratori e militari, sottopagati o per nulla pagati, ad “arrangiarsi” (Debrouillez vous!): ciascuno utilizzi la propria posizione per saccheggiare risorse pubbliche, imporre tangenti, succhiare il sangue ai sottoposti! Lo sanno tutti che Mobutu è un delinquente, ma l’Occidente lo protegge e lo sostiene in funzione antisovietica. “Mobutu is a bastard, but at least he’s our bastard”, constata la Cia. Si leggano le pagine riguardanti il sostegno surrettizio del Fmi alla disastrata economia congolese (1979), una manovra che manda in rovina mezzo paese. Il gendarme finanziario dell’economia mondiale è ancora oggi costituito da uomini che sanno tutto di macroeconomia e nulla di comune umanità. Il cinismo è parte integrante del loro mestiere.

Mobutu spende cifre spropositare per organizzare bagordi sul suo lussuoso yacht o nel palazzo di Gbadolite, la Versailles congolese appositamente fatta costruire ai margini della foresta, al confine con la Repubblica Centrafricana. Affitta puntualmente un Concorde per i suoi viaggi, persino per recarsi con la famiglia al parco divertimenti della Disneyland parigina. Regala diamanti ai suoi clienti, in Europa acquista castelli, sontuosi appartamenti, ville, scuderie, in Africa è proprietario di una serie di hotel, senza considerare i conti segreti gestiti da banche compiacenti. Riceve venticinque milioni di dollari all’anno dalla Otrag tedesca, una società che costruisce missili a costi contenuti e ne sperimenta il lancio sul suolo katanghese, stipula un contratto con la Francia per la costruzione di avanguardistici studi televisivi oggi in rovina. Dietro quest’ultimo accordo c’è nientemeno che Valéry Giscard d'Estaing, l’allora Presidente della Repubblica Francese. Il costruttore più importante era un cugino di Giscard, mentre un altro suo cugino era tra i maggiori finanziatori. Il nepotismo non era, beninteso, un’invenzione zairese. E neppure italiano, mi permetto di aggiungere; in Italia è solo più pacchiano.

La Realpolitik ha registi notevoli: Nixon, Reagan, Bush padre e tutti i clienti della sfuggente plutocrazia planetaria. Mobutu sa come conquistarsene i favori: ammazza qualche europeo e ti ritrovi un esercito occidentale dalla tua parte, a patto che riesci a far ricadere la colpa su qualcun altro. Il massacro di Kolwezi è opera sua, ma fa credere che sia opera dei ribelli katanghesi del Flnc (Front pour la Libération Nationale du Congo) di Nathanaël Mbumba[10]. È così che riesce a vincere le due guerre di Shaba, grazie all’intervento dell'Aeronautica militare degli Stati Uniti, di 700 francesi della Legione Straniera e 1.700 soldati del Belgio. Il suo esercito non vale nulla, non è in grado di fronteggiare alcuna rivolta. Le uniche formazioni efficienti sono i superpagati servizi di sicurezza, la Gestapo zairese. Se ne vedano le “prodezze”, se ne leggano i crimini nelle pagine che Van Reybrouck dedica alle loro spedizioni punitive.

I nodi vengono al pettine con la fine della Guerra fredda. Il Patto di Varsavia fu sciolto il primo luglio 1991. Le immagini del processo e dell’esecuzione (dicembre 1989) del dittatore rumeno Nicolae Ceaușescu (1918-1989) e di sua moglie Elena avevano fatto il giro del mondo. Mobutu ne era stato fortemente impressionato. Privo del sostegno americano, si atteggiò a grande riformatore. Promise la fine della dittatura e l’avvento della democrazia ma ostacolò in ogni modo l’opposizione proveniente dalla società civile. La Conferenza sovrana nazionale, i cui lavori ebbero inizio il 7 agosto 1991, procedeva stancamente, tra lunghe discussioni sulle procedure da seguire e polemiche a non finire. Fu chiusa e poi riaperta per le contestazioni di piazza che lasciarono sul campo non poche vittime. L’esercito aveva usato addirittura il napalm contro i manifestanti. Quando Étienne Tshisekedi divenne premier per volontà della Conferenza (15 agosto 1992), gli antichi dissapori politici trovarono nuova linfa. Il nuovo colpo di stato del marzo 1993 spaccò in due il paese, mentre l’inflazione era alle stelle e la popolazione ridotta in miseria, costretta a subire i saccheggi dell’esercito in disfacimento.

L’agonia del regime si protrae fino al 1997, mentre il paese è preda di una guerra interetnica che vede protagonisti i perseguitati luba nel Katanga e i tutsi ruandesi immigrati nel Kivu. La guerra civile ruandese (1990-1994) ha già causato centinaia di migliaia di vittime. Si tratta per lo più di tutsi massacrati a colpi di machete dai maggioritari hutu. La vicenda è nota. All’epoca ne parlarono tutti i giornali, con scarsa o nessuna cognizione di causa. Persino i governi occidentali non sapevano o non capivano cosa stesse accadendo in quest’angolo d’Africa molto densamente popolato, né l’Onu era in grado di separare i contendenti.

Ecco, in sintesi, i fatti. Gli antichi emigranti tutsi nel Kivu si uniscono ai fuggitivi dal Ruanda e vanno a sostenere il Fronte patriottico ruandese (Fpr) guidato da Paul Kagame che, muovendo dal vicino Uganda, conquista la capitale Kigali con un esercito nelle cui fila sono numerose formazioni di “soldati bambini”, i kadogo, costituite da adolescenti orfani o rapiti alle loro famiglie e costretti a combattere per una causa più grande di loro. Sono addestrati, equipaggiati come guerriglieri, inviati a uccidere nemici veri o presunti sotto l’effetto di sostanze stupefacenti loro somministrate. Tra i contendenti compaiono i feroci mai-mai, organizzati e guidati dai signori della guerra per fini tutt’altro che patriottici. La rapina, lo stupro e il banditismo sono i loro metodi. L’innocenza sanguinaria di questi ragazzini fa venire alla mente “Il signore delle mosche” di William Golding (1911-1993)[11], lo scrittore britannico che fu premio Nobel per la letteratura nel 1983. La testimonianza postuma di Ruffin Luliba, rapito e reclutato nell’Afdl (Alliance des Forces Démocratiques pour la Libération) di Laurent-Désiré Kabila all’età di tredici anni, è da annoverare tra le esemplari di un costume aberrante che in Africa non cessa di mietere vittime.

Masse enormi di hutu in fuga dal nuovo regime ruandese trovano accoglienza nei campi profughi che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati allestisce in Congo, giusto al confine col vicino Ruanda. Mobutu si presta all’operazione umanitaria e, così facendo, segna la sua fine. Kagame, erigendosi a difensore dei tutsi, invade il paese, anche se, alleato di Kabila, fa apparire le operazioni militari come una guerra intestina, la Prima guerra del Congo (ottobre 1996 – marzo 1997). Le forze di sicurezza e la stampa internazionali sono messe in fuga. I tutsi ruandesi hanno mano libera nei campi profughi. Fanno strage di hutu. L’85-90% di loro sono civili inermi, donne, bambini, vecchi. Ecco un breve passo del resoconto di Luliba: «Se ci trovavamo in un campo profughi, erano i tutsi ruandesi a fare il lavoro. Centinaia, migliaia di morti… Padri, madri, donne… Gli hutu sono serpenti, dicevano. Nel campo di Kashusha, presso Bukavu, entrai in una tenda in cui avevano appena ucciso una nonna e una donna incinta. Solo il bambino era sopravvissuto. Era piccolo, tra i quattro e i sei anni. Avevo il compito di ucciderlo, ma non potevo farlo. Accarezzò il mio fucile. Lo lasciai libero e lo mandai via con alcuni hutu che stavano scappando».

Fu James Kabarebe, il futuro ministro della difesa del Ruanda, a guidare la marcia dei ribelli congolesi verso Kinshasa. Che cadde il 17 maggio 1997, in pratica senza combattere. Kabila raggiunse la capitale a giochi già fatti. Mobutu, già gravemente ammalato, riuscì a fuggire in Marocco, dove morì quattro mesi dopo. Il presidente americano Clinton plaudì alla vittoria dei ribelli; era stufo di leader politici come Mobutu, Jean-Bédel Bokassa (Repubblica Centrafricana) o Idi Amin Dada (Uganda); per l’Africa era giunto il momento che governassero uomini come Nelson Mandela (Repubblica Sudafricana) e Yoweri Kaguta Museveni (Uganda). «Per Kabila deve essere stata una constatazione amena pensare che, trent’anni dopo il sostegno di Che Guevara, ora improvvisamente stava ricevendo il supporto del diavolo imperialistico in persona».

È proprio così. In Africa, come altrove, i fronti e le alleanze cambiano, il sostegno a questo o quel leader è legato agli interessi del momento, beninteso di quel mercato che si pretende libero, ma che rimane appannaggio di una sola parte in causa, sempre la stessa, quella che ha la potenza finanziaria di mettere le mani sulle materie prime che le servono, a qualsiasi costo. Il seguito di questa storia, apparentemente tutta e solo congolese, ce lo insegna.  

Laurent-Désiré Kabila (1939-2001) fu tutt’altro che garante della pacificazione nazionale. Subito rivelò la sua natura autocratica e rozza, nella pessima gestione della cosa pubblica, nella scarsa capacità di intessere costruttive relazioni internazionali. Si rese presto inviso non solo ai congolesi, ma anche alla diplomazia di mezzo mondo. Soppresse ogni forma di democrazia, eliminò gli avversari veri o presunti che ritenne minacciassero la sua autorità, imbavagliò la stampa, esercitò un controllo di tipo poliziesco sulle trasmissioni televisive. Si sbarazzò degli antichi alleati, i soldati tutsi provenienti dal Ruanda e ancora guidati da James Kabarebe, il capo di stato maggiore del suo sgangherato esercito. Fu questa decisione a scatenare la guerra, la seconda del Congo che in parte ancora perdura. Le forze in campo coinvolte superarono i confini del paese e trasformarono il conflitto nella Great African War, una guerra mondiale in sordina, a dispetto delle vittime che vanno, secondo stime approssimative, dai tre ai cinque milioni, senza contare i morti per denutrizione, malattie e quante altre calamità connesse alla carneficina in atto.

Il Ruanda e l’Uganda, col sostegno di formazioni paramilitari locali che si oppongono a Kabila, invadono il Congo e presto ne controllano la metà orientale del territorio. Il presidente riesce a proteggere l’Occidente e il basso Congo non con il suo smidollato esercito ma grazie al soccorso di altri stati africani. Gli vengono in aiuto le armi di Robert Mugabe dallo Zimbabwe e José Eduardo dos Santos dall’Uganda. Al primitivo sostengo di questi presto si aggiunge quello di paesi quali Namibia, Sudan, Ciad e Libia, ciascuno dei quali ha i suoi bravi interessi a evitare la caduta di Kabila. È la guerra di tutti contro tutti. I cambiamenti di fronte, i rovesci delle alleanze non si contano. Non ci si orienta nella baraonda della varia soldataglia che tiene chiusa in una morsa di terrore la parte orientale del paese. Stragi, mutilazioni, cannibalismo, stupri, infanticidio e rapine sono all’ordine del giorno. La rottura dell’alleanza tra Ruanda e Uganda segna l’escalation della violenza interetnica, l’apoteosi del tribalismo. Non è più una guerra di liberazione ma concorrenza commerciale. Si massacra la popolazione inerme, la si costringe a lavori massacranti per l’estrazione di diamanti, oro e cassiterite (minerale di stagno). La fanno da padrone il Ruanda e l’Uganda, nazioni che moltiplicano le esportazioni di questi minerali in maniera esponenziale. I kapò del momento sono miliziani senza scrupoli che, fucili puntati alla schiena, costringono molti minatori a lavori malsani e pericolosissimi, senza alcun sistema di prevenzione degli infortuni. Anche in questo caso, le vittime non si contano, soprattutto tra i bambini, peraltro offesi e umiliati da coetanei armati di kalašnikov, i kadogo, i soldati-bambino sempre più usati nelle formazioni paramilitari pullulanti in Africa. La testimonianza di uno di loro la dice lunga. Il suo nome è Simba Regis, è un tutsi che giustifica la sua militanza in questo modo: «Bambini di sei anni che crepavano lì per terra, giovani madri trucidate da interahamwe drogati. C’era da impazzire. Se vedi una cosa del genere, ti devi pur difendere».

Odio contro odio, ingordigia contro ingordigia. Non se ne viene fuori. Gli stati in decadenza sono i successi all’attivo di un neoliberismo mondiale sfrenato. A trarre il maggior profitto da questa ecatombe sono le multinazionali, alle quali fa comodo procurarsi a basso costo le materie prime per la competizione sul mercato mondiale. Provvedere di armi i belligeranti è poca spesa in confronto ai vantaggi derivanti dall’accaparramento delle risorse. Cinico e spregiudicato il neoliberismo che governa il mondo.

Compare il coltan, una miscela di due minerali, columbite e tantalite, della quale il Congo detiene l’80% delle riserve mondiali. La columbite (niobio) serve alla produzione di acciaio inossidabile, ne garantisce la lucentezza nel tempo. I body piercing di cui i nostri ragazzi vanno tanto fieri ne contengono, vale a dire che sono intrisi del sangue dei tanti morti ammazzati del Congo. Felici loro! Il tantalio, per il suo punto di fusione estremamente elevato, è impiegato per le leghe dell’industria missilistica e per i condensatori nel settore dell’elettronica. In altri termini è presente nei telefonini, nei lettori MP3 e DVD, nei notebook, nei quadri di comando dei giochi elettronici, tra i quali la ben nota PlayStation. Ciò significa che tocchiamo tutti i giorni un pezzo di Congo e che siamo, spiace dirlo, complici involontari delle violenze, degli stupri e degli omicidi che bande d’incettatori senza scrupoli praticano per procacciarsi il prezioso coltan. A chi lo vendono? Alle multinazionali di mezzo mondo, ovviamente, le quali non possono ignorarne la provenienza. Oh, riducono i costi di produzione, ci propongono gioielli tecnologici alla portata delle nostre tasche! Siamo tutti soddisfatti. Poco importa se a monte della nostra soddisfazione c’è la rapina. Lo vuole il libero mercato, cioè dio in persona. Possiamo mica contestarlo! Negli anni a cavallo tra i due millenni era il Ruanda a controllare tutte le miniere di coltan congolesi. Ne esportò per milioni di dollari, con ciò scoprendo i vantaggi netti del perenne stato di belligeranza. Certo, il Ruanda doveva pagare i mercanti e i ribelli in Congo, ma era una bazzecola se paragonata ai proventi. I profitti della guerra erano tre volte superiori ai costi. Ci si poteva ben permettere, di tanto in tanto, una cassa di kalashnikov, l’arma prediletta dalle mafie di tutto il mondo. Al top della filiera ci sono i veri istigatori del conflitto tribale, coloro che ne traggono i maggiori profitti: gruppi minerari multinazionali, oscure compagnie aeree, trafficanti d’armi noti ma inafferrabili, uomini d’affari corrotti in Svizzera, Russia, Kazakistan, Belgio, Paesi Bassi e Germania.

Aggiungiamo che il Secondo conflitto congolese rinfocolò l’opera di bracconaggio, quasi un’attività di sopravvivenza nell’economia di guerra. Migliaia di capi di bestiame, tutte specie protette, furono abbattute: elefanti, gorilla, ippopotami, scimmie, antilopi. Un immenso patrimonio boschivo andò in malora. L’impatto ambientale di tali razzie ebbe effetti devastanti.

Ciò dimostra che la vera anima del commercio non è la pubblicità, ma la violenza. La storia di Masika Katsuva[12], una nande che accoglie e cura donne congolesi in difficoltà, suona come un atto d’accusa alla nostra indifferenza: «Fu nel 2000. Noi stavamo tranquillamente a casa. Mio marito importava merci da Dubai. Entrarono dei soldati. Erano tutsi. Parlavano ruandese. Saccheggiarono tutto e volevano uccidere mio marito. ‘Ho già dato tutto’, disse lui, ‘perché volete pure ammazzarmi?’ Ma loro dissero: ‘I grandi mercanti dobbiamo farli fuori con un coltello, non col fucile’. Tirarono fuori i machete. Gli tagliarono il braccio. ‘Dobbiamo colpire forte’, dissero, ‘i nande sono forti.’ Poi lo finirono come in un mattatoio. … Dovetti raccogliere tutti i pezzi. Mi tenevano un fucile puntato alla testa. … Mi tagliarono con un coltello, ecco perché ho questa cicatrice qui. Ne ho anche una sul fianco. … Piangevo e loro cominciarono a violentarmi. In dodici. E poi le mie due figlie nella stanza accanto. … Le mie figlie erano incinte. Nacquero un maschio e una femmina, ma le mie figlie non li accettarono. Mi occupai io di quei bambini. … La famiglia mi ripudiò. Adesso, se i nipoti mi fanno domande su questa cicatrice, io non posso dire niente. La fecero i loro padri».

Masika fu ancora picchiata e violentata nel 2006 dagli uomini di Laurent Nkunda, il generale congolese indagato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra. Amnesty International lo accusa di aver costretto dei dodicenni a combattere nelle sue milizie. Attualmente è detenuto in Ruanda.

Mentre nell’inferno di Makala, la famigerata prigione di Kinshasa, era (anno 2009) in attesa dell’esecuzione della sentenza capitale Antoine Vumilia, un ex kadogo condannato a morte per presunta complicità con l’assassino di Kabila. Dopo un processo farsa. Non era lui l’autore del delitto, anche se non aveva voluto deporre contro i presunti promotori del complotto, suoi compagni da lungo tempo, altri kadogo come lui. Il killer vero si chiamava Rashidi e fu freddato da un colonnello subito dopo il delitto. Da Al Jazeera apprendiamo che Vumilia è evaso nel 2011 e ha trovato temporaneo rifugio a Brazzaville, città dalla quale attende l’accettazione della sua richiesta di asilo politico in Europa. Si dedica al teatro, conduce una personale battaglia in difesa dei diritti dei prigionieri politici. Il documentario che l’emittente del Qatar gli dedica è visibile sul web[13].

La morte di Laurent-Désiré Kabila (16 gennaio 2001) portò al potere il suo giovane figlio Joseph. Non lo conosceva nessuno, ma ebbe modo di farsi notare e apprezzare dalla comunità internazionale per la trattativa di pace con Ruanda e Uganda. L’accordo fu siglato da tutte le parti in causa il 17 dicembre 2002. Il paese avrebbe avuto come presidente provvisorio il giovane Kabila e come vicepresidenti quattro esponenti più o meno rappresentativi di altre formazioni politiche, incluse le forze militari che avevano combattuto contro il precedente regime. Sì, anche i criminali di guerra. In prospettiva si annunciavano libere elezioni. A garantire un minimo di tranquillità furono inviati i caschi blu, fino a 16.700 unità, forse il più consistente contingente di pace (Monuc =Mission de l'Organisation des Nations Unies en République démocratique du Congo, 68 vittime fino alle elzioni del 2006) nella storia delle Nazioni Unite. Per la consulenza politica fu istituito il Comité International d’Accompagnement à la Transition (Ciat).

Tuttavia il vecchio mobutismo, scacciato dalla porta, rientrava dalla finestra. Il paese era infatti retto da una élite privilegiata che abbrancava beni e denaro, mentre la corruzione era ed è considerata ragionevole in un paese i cui funzionari e militari sono sottopagati o per nulla pagati. Gli illeciti congolesi fanno impallidire la magagna italiana, con la differenza che da noi i funzionari pubblici sono tutt’altro che indigenti. La nostra è ingordigia, quella delle ex colonie una tecnica di sopravvivenza, vale a dire l’arte dell’arrangiarsi, benché a far le spese di quest’arte siano altri miserabili o il malcapitato viaggiatore straniero poco avvezzo a simili pratiche. S’inventano presunte violazioni di legge per le quali è prevista una multa. In realtà devi pagare una tangente al funzionario o all’agente di turno. Si tratta di estorsione nuda e cruda. Chi scrive ne ha fatto personale esperienza. In qualche ex colonia, ma anche in Italia. Non c’è quasi nessuna differenza. Il nome d’arte del nostro paese non è forse “Tangentopoli”?

Le pagine che Van Reybrouck dedica alla transizione, all’incirca il quadriennio 2002-2006, sono mirabili per vivacità, ironia, spirito di osservazione. A noi è sembrato che non del Congo si stesse trattando ma dell’Italia e forse anche del resto del mondo “democratico”.          

Nei due kivu e nel distretto dell’Ituri la violenza etnica non accennò a diminuire: tutsi e hutu, lendu e hema continuarono a massacrarsi. La tensione perdura tuttora. “La violenza etnica nell’Ituri – scrive Van Reybrouck – non era atavismo, né un riflesso primitivo, ma logica conseguenza della mancanza di terre in un’economia di guerra al servizio della globalizzazione – e in tal senso annunciatrice di ciò che attende un pianeta sovrappopolato. Il Congo non è in ritardo sulla Storia, è un precursore”.

In Europa la violenza etnica si manifesta in altre forme, attraverso l’emergere prepotente dei localismi e delle più o meno legittime richieste di autonomie o secessioni. L’acredine è spesso solo verbale, trascende talvolta sui campi di calcio, dove non tanto il tifo per la propria squadra si manifesta quanto l’odio per il campanile avversario. Questa forma di rivalità fa bene al sistema globale, ovviamente, non certo ai contendenti. I quali, in prospettiva, avranno ciò che chiedono. Verrà il giorno in cui avremo bisogno del passaporto per uscire dal portone di casa e torneremo alla pratica dell’incesto per riprodurci, non sapremmo dire con quali possibilità di una lunga sopravvivenza della specie. Il divide et impera ha sempre funzionato; oggi è il migliore espediente per la salvaguardia della tirannide globale.

Certo, il Congo non è il passato dell’umanità, è il futuro: un enorme mercato monopolizzato dalle multinazionali. Il caso della crescita imponente della Bralima (Heineken) che, grazie alla fantasia del suo direttore commerciale a Kinshasa, il giovane e rampante Dolf van den Brink, quasi monopolizza il mercato della birra a discapito dell’avversaria Bracong ci fa intendere come funziona il marketing globale e quali ne sono le strategie vincenti. Conoscendo il fanatismo congolese per la pop music, la Heineken si è scelto come testimonial il più popolare musicista locale, Noël Ngiama Makanda, meglio noto con lo pseudonimo di Werrason. Lo ha strappato all’avversaria Bracong e si è garantita il successo commerciale. Questa star congolese le costa fior di quattrini, ma è chiaro che il gioco vale la candela. Lo stesso dicasi per le società nel settore della telefonia mobile. Sì, anche il Congo ha la febbre dei telefonini. I congolesi consumano, non producono, se non in minima parte. E forniscono materie prime al mondo cosiddetto sviluppato, dove vivono i veri decisori delle sorti dei circa sette miliardi di individui che popolano in questo momento il pianeta. È chiaro che per consumare occorre un reddito. In qualche misura c’è e proviene dalle corruzioni o da attività surrettizie precarie e temporanee. Come da noi, d’altra parte. In più i congolesi hanno l’illusione di emigrare, in Europa, ovviamente, nella terra che loro immaginano, con la complicità dei nostri media, come l’Eldorado, non sapendo quanto ingannevole sia la fanfaluca. Qualcuno ci arriva sul vecchio continente e constata, a proprie spese, sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

Fanatismo religioso e fatalismo conquistano l’ecumene. Sono l’antidoto alla crisi e al malessere sociale, da sempre. La televisione arriva ovunque e con essa la martellante pubblicità di cose inutili, se non dannose, i miti costruiti per i boccaloni, la sequela di nuovi redentori. In Congo c’è l’invasione da ossessi dei pentecostali i quali, dalle loro emittenti personali, promettono guarigioni, un marito, fortuna e denaro, il lasciapassare per il paese di cuccagna e, novità di tutte le novità, la vita eterna. Tutto questo in cambio di qualche piccolo obolo o di consistenti donazioni che ingrassano il telepredicatore del momento. Pare che il modello sia quel ciarlatano di Jimmy Swaggart che, dagli Stati Uniti, ancora sbraita e raggiunge mezzo mondo attraverso i 78 canali televisivi che gli fanno eco in altri 104 paesi. Quanto al fatalismo, è alimentato dalle innumerevoli Ong presenti sul territorio congolese. Sono finanziate da uomini e donne di buona volontà che pensano di alleviare qualche sofferenza nei paesi poveri. La maggior parte dei contributi è assorbita dalle spese per la logistica e per il personale; alle popolazioni bisognose arriva ben poco. Tuttavia anche le briciole tappano qualche falla, così la gente aspetta l’obolo che alla fine arriverà dagli stranieri di buon cuore, dimenticando che sarebbe dovere dei governi locali costruire scuole e ospedali, praticare politiche per lo sviluppo, tutelare gli svantaggiati.

I governi. Come se quelli che si sono susseguiti in Congo dal 1960 fossero l’eccezione e non la regola! Il Congo ha ottenuto l’indipendenza solo formalmente. Le sue classi dirigenti, ieri come oggi, sono i tirapiedi delle multinazionali, da esse mantenuti, a esse unicamente rispondenti. Il fenomeno è analogo in tutte le altre ex colonie. Si chiama neocolonialismo, ma il prefissoide è un mero orpello perché, a ben guardare, di nuovo non c’è che la forma. Prima i paesi ricchi, per sfruttare i poveri e depredarli, si servivano di personale proprio, oggi si avvalgono di autoctoni copiosamente remunerati.

Si tratta davvero solo del Congo e delle ex colonie? Da chi è costituita la leadership dei paesi pretesi sviluppati? Chi la sceglie e con quali modalità. Dal punto di vista dei registi della globalizzazione la democrazia è un serio ostacolo. Allora, per salvare le apparenze, si salvaguarda la forma democratica, ma la si svuota del contenuto essenziale; che è la libera e non condizionata espressione della volontà popolare. Per esprimere liberamente la propria volontà, occorre sapere cosa scegliere, bisogna fare delle valutazioni e dei confronti, è necessario ragionare. In altre parole, la cultura è il presupposto di ogni seria espressione di libertà. Quando i cittadini sono trasformati in un branco di consumatori zucconi e bigotti, accecati dal fanatismo e dai falsi bisogni, può qualcuno spiegarci in qual modo possono operare delle scelte non dettate dal mero riflesso condizionato? C’è qualcuno capace di spiegarci in che consiste la differenza tra gli schieramenti politici che si propongono al giudizio degli elettori nei paesi presunti democratici? Non c’è o, se c’è, è di mera facciata. Come in Congo i partiti politici, tanti, tantissimi, sono espressione delle molteplici etnie, da noi accade che siano espressione dei campanili o della provincia rispetto alla capitale o del contado rispetto alla fiera urbana. Tante piccole divisioni tra le quali s’insinuano i veri giochi di potere, che non è quello che esercitano i politici, ma quello che impone l’industria, la finanza, le agenzie di rating, il Fondo monetario internazionale e così via. La Politica ha ormai derogato ai suoi compiti: non gestisce nulla, esegue ordini. Ecco perché molti ne denunciano l’utilità. A che servono dei fantocci superpagati che non guardano ai popoli, ma ai loro padroni?

In Congo l’educazione dei giovani è affidata a privati volenterosi, a organizzazioni umanitarie, a missionari. Lo Stato è quasi assente. In materia d’istruzione, non è così anche da noi? Quale spesa è considerata, beninteso dalla classe politica, meno produttiva dell’istruzione? E ce lo fanno pure credere! La denigrazione degli intellettuali è totale, lo sberleffo all’istruzione è voga tra le nuove generazioni. Le biblioteche sono disertate, gli istituti di ricerca vanno in malora, le università sono ridotte a scuole primarie per la gran quantità di analfabeti che vi affluisce, gli editori pubblicano amenità per casalinghe annoiate. A che serve l’istruzione? Per fare il consumatore non serve sapere, basta avere del denaro, magari facendo debiti o dandosi ad attività ai limiti della legalità. Se siamo fortunati, lavoriamo, dalla mattina alla sera, ci spacchiamo la schiena per comprare beni di cui spesso potremmo fare a meno, non abbiamo mai tempo. I giovani non trovano lavoro e, quando vi riescono, subiscono ricatti e stalking per un salario di fame. Non si ribellano, non possono, così come sono costretti a tacere quelli i cui datori di lavoro dichiarano assunti e retribuiti per attività part-time e che invece si sottomettono non solo al tempo pieno, ma a straordinari non pagati. Il mito della metrosessualità, con gli accessori esibizionistici a essa connessi, governa la vita delle nuove generazioni. Lo smartphone è d’ordinanza, il tatuaggio fa cool, l’abbronzatura invernale ai cancerogeni raggi UVA fa tendenza, la cosmetica avanzata alimenta un rivisitato dandismo. È la schiavitù del terzo millennio: la dipendenza psicologica e culturale da bisogni indotti dal martellamento della pubblicità. Lavoriamo per spendere e consumare, non per produrre progresso, almeno non in termini antropici. Il progresso, da che mondo è mondo, richiede la libertà dai bisogni. Noi, al contrario, ne siamo dipendenti, per falsi e indotti che siano. No, l’Occidente sviluppato non è per nulla l’Eldorado, a dispetto dei giovani africani che ancora lo credono. Pare che la più grande ambizione di un giovane congolese sia raggiungere l’Europa. Spesso affrontano vere e proprie odissee, sfruttati e circuiti da malfattori, per porre piede sulle coste del vecchio continente, sempre che qualche motovedetta di sorveglianza non gli spari contro o il mare grosso non mandi a picco il traballante barcone che li traghetta. Sono malvisti, in Occidente sono malvisti, da un razzismo strisciante che, al contrario, ha steso i tappeti rossi per accogliere, qualche decennio fa, il dittatore Mobutu, ricevuto con tutti gli onori da capi di stato e di governo. Ovvio, era uno degli uomini più ricchi del mondo. Il nostro razzismo muove un passo indietro quando intravede il denaro, riesce persino a candeggiare la pelle nera del nababbo che gli rimpingua il tesoro. Così va il mondo. D’altra parte quanti europei sono bene accolti nei rispettivi paesi? Il diritto di cittadinanza è solo formale. Sei un vero cittadino solo se hai denaro. La cittadinanza sostanziale costa cara, solo pochi riescono davvero a consentirsela.

Il Congo, nel 2006, andò a votare, per la prima volta dopo 46 anni. Formalmente le elezioni furono regolari, almeno secondo il giudizio degli osservatori internazionali che ne garantirono lo svolgimento. La miriade di partiti riproduceva l’articolata composizione etnica acuita dalle guerre civili. Nessuno vinse, anche se il ballottaggio consegnò il paese a Joseph  Kabila. Il suo avversario, Jean-Pierre Bemba, era un criminale di guerra ricercato dalla giustizia internazionale. Fuggito in Portogallo nel maggio del 2008, fu in seguito arrestato a Bruxelles e consegnato alla Corte penale internazionale per esservi processato. Kabila, da parte sua, per quanto democraticamente eletto, non diede e non sembra tuttora dare seguito a rilevanti manovre politiche. Se fronteggiò una nuova ribellione nel Kivu, fu per merito dei contingenti internazionali che si frapposero tra i contendenti. Nelle regioni al confine col Ruanda lo scontro sanguinario tra tutsi e hutu conobbe una nuova escalation di violenza. Il Ruanda, esportando in Congo il conflitto interno, in realtà s’impadroniva delle miniere di coltan congolesi. Pare che i capi della rivolta, Laurent Nkunda Batware e Bosco Ntaganda fossero, in realtà, procacciatori d’affari per avventurieri senza scrupoli al soldo di Kigali. La guerriglia da loro condotta ebbe la ferocia del massacro, generò terrore nella popolazione civile costretta a subire saccheggi, stupri, rapine e sfruttamento. La manodopera minorile era costretta a lavorare nelle miniere col fucile piantato alla schiena. Uno scempio di cui forse nessuno pagherà, benché sia Nkunda che Ntaganda siano oggi detenuti. Il Kivu è terra di nessuno, mecca delle mafie di mezzo mondo, territorio incontrollato per il riciclaggio del denaro sporco proveniente dal traffico internazionale di droga e armi. Cui prodest? Non dovrebbe essere difficile immaginarlo. Sono sempre le multinazionali a fare affari d’oro con questa gente che non esita a uccidere per il vile denaro. Noi, uomini e donne comuni, poco o nulla sappiamo di quanto il nostro benessere grondi sangue; ma è anche ipotizzabile che non ci interessi sapere da dove provenga e come sia prodotto, resi ciechi e cinici dalla cultura dell’indifferenza. È altresì probabile che scuotano gli attentati e gli eccidi orditi e perpetrati a casa nostra, ai danni di gente comune che nulla conta e nulla forse pretende di contare. La morte data in questo modo non serve a nessuna causa, è funzionale solo a un sistema globale che fa delle ansie e della paura collettiva i più potenti strumenti di dominio. Siamo sette miliardi. L’offerta di vite umane è troppo grande perché possa essere apprezzata dal mercato. Qualche milione di morti ogni tanto altera poco gli equilibri esistenti e nulla toglie a chi dalla morte altrui ricava lauti guadagni. Questa è una delle conseguenze della bomba demografica. L’aspettativa di vita alla nascita, in Congo, è di 46 anni; la mortalità infantile è elevatissima; la denutrizione e le malattie sono endemiche. In uno dei paesi più ricchi di materie prime del mondo! Una contraddizione? Certo, generata da noi e a nostro beneficio. Non c’è spazio per la cultura laica, l’unica lungimirante, la sola che, forse, qualche risposta avrebbe da dare all’arroganza delle dottrine dell’intolleranza e della guerra permanente. La stessa che rappresentò Orwell nel suo previdente “1984”[14]. Si legga o si rilegga questo libro e vi si vedrà rispecchiato il mondo nel quale siamo condannati a vivere. Due estremismi si contrappongono, il capitalismo radicale e il fondamentalismo religioso, nemici apparenti, ma ciascuno funzionale al disegno dell’altro: l’oscurantismo, la distruzione sistematica di quel poco di civiltà che il travaglio della storia ha prodotto.  

Oggi pare che il Congo si sia svenduto alla Cina. Le pagine conclusive dell’ottimo saggio di Van Reybrouck sono mirabili nel rappresentare le conseguenze del contratto che lega l’ex colonia belga ai nuovi intraprendenti dirigenti asiatici. Le merci cinesi hanno invaso il paese africano, mentre una piccola colonia congolese è presente a Guangzhou (Canton). Incredibile, vero? Il mondo globalizzato prevede questo e altro. Magari l’epicentro dell’economia mondiale si sta solo spostando verso Est, forse per una questione di venti, di correnti che fanno migrare altrove il denaro. Con quali garanzie, almeno in termini di diritti civili e ammortizzatori sociali, è difficile immaginare. Ciò che ci fanno sapere alcuni organi d’informazione è che i cinesi poca attenzione rivolgono all’ambiente, accolgono produzioni occidentali fortemente inquinanti, non regolamentano alla nostra maniera i rapporti di lavoro. Sono tanti anche loro e tirano a campare, magari non in buona salute e in condizioni servili, ma tirano a campare.

Intanto i nostri giovani neogotici e globali si ottundono la mente nel ticchettio degli Smart di più recente generazione e ciarlano, ciarlano sui social network di tutto il mondo.

Quant’è bella giovinezza

che si fugge tuttavia!

Chi vuol esser lieto, sia:

del doman non c’è certezza.

Indignatevi[15], verrebbe voglia di suggerire, come qualcuno più autorevole di noi ha già fatto. Sì, lo faremo. Forse domani. Stasera c’è la partita in tv. Meglio dopodomani: domani mia moglie segue il programma dei nuovi talenti della pop music. Oh, c’è quel giovanotto tanto carino e tanto sexy. Le mie figlie ne vanno matte.

Antonio Piscitelli

 

 



[1] David Van Reybrouck, Congo, Feltrinelli 2014, traduzione Franco Paris. Titolo originale: Congo. Een Geschiedenis, De Bezige Bij, 2010.

 

[2] La vie de Disasi Makulo, ancien esclave de Tippo Tip et catéchiste de Grenfell, par son fils Makulo Akambu, Kinshasa 1983.

[3] Maquet-Tombu, Le Siècle marche… Vie du chef congolais Lutunu, Bruxelles 1952.

[4] cfr. Mark Twain, Following the Equator. A Journey arond the World, The American Publishing Company, Hartford, 1897

[5] Joseph Conrad, Heart of Darkness, Blackwood's Magazine 1899.

[6] Vedi Issiya Longo, Dal Congo in Italia come in un sogno, youcanprint 2013. L’autobiografia di questo giovane congolese che vive e lavora in Italia ben si affianca alle testimonianze raccolte da Van Reybrouck. 

[7] A proposito dei bambini soldato suggerisco anche Dave Eggers, What is the What, 2006 (nel nostro paese: Erano solo ragazzi in cammino – Autobiografia di Valentino Achak Deng, Mondadori 2007, traduzione di Giuseppe Strazzeri. Lo scenario non è il Congo ma il Sudan, a dimostrazione di quanto il fenomeno si estenda ben oltre il Kivu e zone limitrofe. È una storia romanzata, ma la vicenda alla quale fa riferimento è tristemente vera e nota: la seconda guerra civile sudanese, dalle sue premesse fino al ricollocamento dei “Ragazzi Perduti” negli Stati Uniti.

[8] Cfr. Umberto Eco, Numero Zero, Bompiani 2015.

[9] La breve opera di Niccolò Machiavelli risale al 1503 e dà conto della strage di Senigallia.

[10] v. Vincenzo Maddaloni in http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18211

[11] William Golding, Lord of the Flies, Faber and Faber 1954.

[12] cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Rebecca_Masika_Katsuva.

[14] George Orwell, Nineteen Eighty-Four, Secker & Warburg 1949.

[15] Stéphane Hessel, Indignez-vous! (Pour une insurrection pacifique), Indigène éditions, Montpellier 2010


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