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PAPA FRANCESCO - ‘Laudato sì’ / seconda parte

Argomento: Fede

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 19/08/2015 18:22:38

PAPA FRANCESCO: Enciclica ‘Laudato sì,’ / Seconda parte

 

Nella ‘prima parte’ di questa recensione si poneva l’accento sul recupero della ‘bellezza’ ricevuta in dono senza nostro merito alcuno che andiamo disperdendo sullo sfondo di un’epoca (quella attuale) che ci sfugge di mano, e ci vede incapaci di gratitudine davanti al grande progetto di Dio. '‘Dio (nella sua onnipotenza) si compiace di salvare con la grazia quello che è perduto per natura, per mostrare che non vuole distruggere, ma riparare (..) sperimentando la dura fatica della gioia misericordiosa (in quanto a noi donata), (..) basta meditare la vita del nostro Salvatore per comprendere che l’origine di tutti i nostri errori sta nell’aver confuso il giudizio di Dio con la sua pietà’. E, come pur dice l’amico Nicola Aurini, nell’aver riversato la drammatica storia del ‘figlio’ all’interno di una ‘fiaba’ che ci raccontiamo da tempo ormai, in cui la giustizia divina, quantunque occulta, cessa d’essere irreprensibile e diventa criticabile, o almeno discutibile per la scorrettezza di chi invece è ‘chiamato’ a divulgarla.

 

Non c’è che dire, è da sempre la qualità di chi dimentica e non ricambia, propria dell’ingratitudine umana, tipica del trascurare ciò che di bello, di buono, di ben fatto si ridesta alla sua ‘eccellenza’ primaria, al calore (dell’amore) e al candore (dell’anima) del primo apprendimento che abbiamo definito ‘cristiano’, nel ripetersi del gesto costitutivo della creazione e che, pur nelle sue accezioni, chiamiamo ‘forza generatrice’, ‘potenza creativa’, ‘natura’ o come si vuole. Tuttavia se l’attribuiamo a un atto di fede per quel Dio Pantocratore che governa l’ampia estensione del cosmo il concetto non cambia. Ed è questa la ragione per cui noi, che pure abbiamo fatto della leggerezza la nostra filosofia di vita, non abbiamo finora trovato ‘altro’ con cui sostituire quanto postulato in valori e riflessioni.

 

Acciò l'idea odierna di un ‘Dio lontano e inavvicinabile’ che raggiunge l’ossessione del nostro tempo, in qualche modo accentua il ‘sacro tremore della grazia ricevuta’ (in illo tempore), che pure richiamava alla serenità del vivere, alla fiducia e perfino a quella prima innocenza della fede che (oggigiorno) seppure offuscata, non è mai andata perduta per intera’. Ed è a quella originaria ‘innocenza’ che le parole di Papa Francesco ‘simili a falde misteriose che solcano il profondo e l’infinito’, oggi attingono, riproponendoci l’immagine del Cristo amorevole e a noi più che mai vicino, nel momento in cui si è chiesto di ripristinare la ‘cura della casa comune’ allo stesso modo (ampliato) in cui si era già espresso il suo grande predecessore: San Francesco d’Assisi.

 

Ma la gratitudine non sembra prediligere neppure il nostro tempo se, al contrario noi, sembriamo capaci solo di arrabattarci a sopravvivere, qua e là sperperando l’intera nostra eredità, meravigliosa quanto pesante, che piuttosto trasformiamo in una sorta di demerito senza responsabilità, di volgarità senza dignità e senza alcuna moralità, che più infatti ci mortificano. A tal proposito le parole di San Paolo risuonano più che mai inappuntabili: “Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di tutti gli uomini”. Dov’è allora quella ‘bellezza’ che abbiamo avuta in dono (prestito)? Come possiamo salvaguardarla e restituirla alle generazioni che verranno? Come possiamo tornare a vivere il nostro tempo (questo tempo) con la coscienza e il rispetto che merita?

 

Le risposte a questi interrogativi non sono ‘espliciti’ nell’Enciclica di Papa Francesco, per quanto vengano fatti alcuni importanti riferimenti nelle due ‘preghiere’ che chiudono il messaggio papale e che rompono lo schema dell’emergenza che ci attanaglia per riprendere il dialogo con Dio lì dove l’abbiamo abbandonato. Papa Francesco insiste sul fatto che una dottrina nulla dice se non la si pratica: “..dovremmo agire piuttosto che attendere, dovremmo pensare invece di supporre, dovremmo riprendere ad ascoltare anziché blaterare e, infine, dovremmo salvarci da noi stessi.” Il nostro ‘viaggio interiore’ incomincia da questi pochi propositivi intendimenti: “ridefinire gli obiettivi di vita che ci siamo preposti, (sapere cosa vogliamo); recuperare le motivazioni che ci spingono ad agire, (le pulsioni interiroi); lasciar emergere la parte più profonda e creativa della nostra persona, (alfine di ricostituire in noi l’essere integrale purificato ch’è in noi); restituire allo ‘spirito’ quell’amore ch’è in Dio, affinché guidi la nostra anima nel viaggio che dobbiamo intraprendere, come riscatto alla paura della morte.

 

Forse non ce ne siamo accorti ma “..stiamo parlando di un atteggiamento del cuore, che vive tutto con serena attenzione, che sa rimanere pienamente presente davanti a tutto ciò senza stare a pensare a quello che viene dopo, che si consegna ad ogni momento come dono divino da vivere in pienezza. (..) Separato dall’etica, ogni momento, dificilmente sarà capace di autolimitare il proprio potere”. Acciò non occorre farsi santi o eroi per superare gli ostacoli della vita: “L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose”. Come insegnava San Bonaventura: “La contemplazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature”. (..) Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia , in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. (..) Un’espressione di questo atteggiamento è fermarsi a ringraziare Dio prima e dopo i pasti. Propongo ai credenti che riprendano questa preziosa abitudine e la vivano con profondità. Tale momento della benedizione, anche se molto breve, ci ricorda il nostro dipendere da Dio per la vita, fortifica il nostro senso di gratitudine per i doni della creazione, è rafforza la solidarietà con i più bisognosi”.

 

Perché, infine: “la cura per la natura è parte di uno stile (etico) di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione”. Per quanto i ‘passi’ sopra riportati invitino ad esplicitare la fede con ‘l’agire piuttosto che attendere’, “la spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo (consumismo). (..) La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario. (..) Si può aver bisogno di poco e vivere molto, soprattutto quando si è capaci di dare spazio ad altri piaceri e si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera. La felicità richiede di saper limitare alcune necessità che ci stordiscono, restando così disponibili per le molteplici possibilità che offre la vita. (..) Ciò significa apprezzare ogni (singola) persona ed ogni cosa, imparare a familiarizzare con gli altri e le realtà più semplici, e saperne godere”.

 

“D’altra parte, nessuna persona può maturare in una felice sobrietà se non è in pace con sé stessa. E parte di un’adeguata comprensione della spiritualità consiste nell’allargare la nostra comprensione della pace, che è molto più dell’assenza di guerra. La pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato (etico) unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita. La natura è piena di parole d’amore, ma come potremo ascoltarle in mezzo al rumore costante, alla distrazione permanente e ansiosa, o al culto dell’apparire? Molte persone sperimentano un profondo squilibrio che le spinge a fare le cose a tutta velocità per sentirsi occupate, in una fretta costante che a sua volta le porta a travolgere tutto ciò che hanno intorno a sé. Questo incide sul modo in cui si tratta l’ambiente. Un’ecologia integrale richiede di dedicare un po’ di tempo per recuperare la serena armonia con il creato, per riflettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, per contemplare il Creatore che vive tra di noi e in ciò che ci circonda, e la cui presenza «non deve essere costruita, ma scoperta e svelata».”

 

John Stuart Mill, interpellato sul significato dell’etica applicata alla scienza, scriveva che l'uomo è sovrano su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente e, per quanto la scienza non abbia ancora dimostrato il contrario, assistiamo al subentrare della bioetica ad occuparsi dei grandi interrogativi che ruotano intorno alla persona, a partire dal rispetto della vita umana nel suo significato più profondo. Incentrato tutto sul problema della salvaguardia dell'individuo, il nostro tempo si interroga sui limiti; la ricerca scientifica migliora la qualità di vita dell'uomo, traccia un cammino fatto di conquiste verso la cura delle malattie più insidiose, cerca i presupposti per insegnare agli individui come curarsi e come concepire la propria salute. (..) Prevede dunque l'interazione dell'etica con le scienze, in una modalità più moderna rispetto a quella tradizionale e religiosa, con lo scopo di affrontare e valutare anche a livello morale alcuni processi medici quali il trapianto di organi, l'eutanasia, la fecondazione artificiale e tanti altri. (..) Pur tuttavia la bioetica viene definita come un'area di ricerca che grazie a diverse discipline su cui si basa pone come «oggetto dei suoi studi l'esame sistematico della condotta umana nel campo della scienza della vita e della salute.»

 

In fatto di 'bioetica e religioni' una premessa è necessaria, che segna alla radice il dibattito in atto in vari paesi del mondo, e riguarda il concetto di Creato: “Quasi tutti i credenti di qualsiasi fede religiosa condividono l'idea che ciò che ci circonda viene da un atto di creazione, cioè da un intervento divino, sovrannaturale. Tale impostazione iniziale, come conseguenza, porta alle problematiche che coinvolgono la bioetica, che a loro volta hanno ripercussioni su alcune tra le questioni più significative della vita umana (nascita, sessualità, morte). Sono evidenti quindi le notevoli connessioni di questi temi con la religione ed altrettanto evidenti le cause delle reazioni dei non credenti al riguardo. (..) Nei paesi di tradizione cattolica è rilevante il ruolo ricoperto dalla bioetica cattolica ufficiale - cioè quella contenuta nei documenti del magistero della Chiesa, nelle opere degli autori che risultano in sintonia dottrinale con essi e nella comunità scientifica che ad essa fa riferimento e che si muove all'interno del paradigma della sacralità e indisponibilità della vita, sostenendo che la persona umana, come non è la creatrice della vita, così non ne è la proprietaria.»

 

All'idea della sacralità e indisponibilità della vita si connettono la proibizione dell'aborto, l'illiceità del suicidio 'consapevole' ed il rifiuto dell'eutanasia. «La bioetica cattolica sostiene che ciascun essere umano ha il diritto/dovere alla vita, intendendosi, con questa definizione, la forma di vita umana dal momento del suo concepimento a quello della sua morte naturale.» Ora, per quanto si può essere d’accordo o meno con queste posizioni ‘utilitaristiche’ e ben anche che studiosi di buddhismo, confucianesimo, cristianesimo, ebraismo, induismo, islamismo e taoismo si sono pressoché cimentati con la bioetica cattolica ufficiale sin dai suoi inizi, offrendo, in molti casi, contributi di rilievo, San Giovanni della Croce insegnava che tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle esperienze del mondo: “..si trova eminentemente in Dio in maniera infinita o, per meglio dire, Egli è ognuna di queste grandezze (eccellenze) che si predicano».

 

E aggiunge: «..non è perché le cose limitate del mondo siano realmente divine, ma perché il mistico sperimenta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri (del creato), e così sente che Dio è per lui tutte le cose». Dacché l’importanza dei Sacramenti quale modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale. Attraverso il culto siamo invitati ad abbracciare il mondo su un piano diverso». (..) Ecco che allora il senso ‘etico’ della vita si sposa con «..l’acqua (del battesimo), l’olio (della cresima), il fuoco spirituale (che unisce gli sposi), sono assunti con tutta la loro forza simbolica (sprigionante vigore e bellezza nella lode levata al Signore); la mano levata che benedice è strumento stesso dell’amore di Dio e insieme riflesso della vicinanza di Cristo che è venuto ad accompagnarci nel cammino della vita».

 

Tuttavia è «nell’Eucaristia che il creato trova la sua maggiore elevazione. La grazia (l’atto del dono che si rinnova), che tende a manifestarsi in modo sensibile, raggiunge un’espressione meravigliosa quando Dio stesso, fatto uomo, arriva a farsi mangiare dalla sua creatura. Il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione attiva ciò che ‘in illo tempore’ era chiamato ‘rito antropofagico’ in cui è raggiunta attraverso un frammento di materia (rappresentata dall’ostia consacrata), la nostra nascosta intimità (l’anima), in quanto centro traboccante d’amore e inesauribile di vita. (..) L’Eucaristia dunque, in quanto fonte di luce, unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. In ciò il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna al suo Creatore in gioiosa e piena adorazione: nel Pane eucaristico la creazione è protesa verso la divinizzazione, verso le sue nozze, verso l’unificazione con il Creatore stesso».

 

A fronte di ciò come non avallare le parole dell’eccellente sociologo Zigmunt Bauman per il quale «..ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no. Essere artista significa dare forma e struttura a ciò che altrimenti sarebbe informe e indefinito. Significa manipolare probabilità. Significa imporre un ‘ordine’ a ciò che altrimenti sarebbe ‘caos’: organizzare un insieme di cose ed eventi che altrimenti sarebbe caotico (casuale, fortuito e dunque imprevedibile), rendendo così più probabile il verificarsi di certi eventi anziché di altri. (..) organizzare o ‘gestire’ significa mettere assieme e coordinare risorse che altrimento rimarrebbero separate e sparse. (..) Per esprimere ciò spesso parliamo della necessità di ‘organizzare le cose’, o addirittura (alludendo all’arte della vita), di organizzarci, e presumiamo sempre (e a volte esplicitamente) che è proprio questo che serve se vogliamo ‘fare’».

 

Sebbene il riferimento non sia così esplicito nell’Enciclica di Papa Francesco, credo sia infine questo il principio cui Egli fa riferimento nelle sue numerose ‘omelie’ pubbliche, in cui non si esime dal riconoscersi dentro una stessa realtà ‘liquido –moderna’ in cui la ‘grazia’ è inseparabile dalla vita comune e comunitaria, sebbene l’amore (per quanto grande) non promette il raggiungimento della felicità ma ne riscatta il senso. “La felicità – per richiamare la diagnosi di Kant – non è un ideale della ragione, ma dell’immaginazione. (..) Così come l’amore (in Cristo) è qualcosa che richiede di essere ‘creato’ e ricreato ogni giorno, ogni ora; che ha bisogno di essere costantemente risuscitato e riaffermato e richiede le dovute attenzioni e cure.

 

In linea con la crescente fragilità dei legami umani, con l’impopolarità degli impegni a lungo termine, con l’eliminazione dei ‘doveri’ dai ‘diritti’ e l’elusione di ogni obbligo che non sia verso se stessi”, si tende a rifugiarsi nel ‘nichilismo’ soggettivo, in quello ‘scetticismo’ che viola ogni paradigma, per cui l’essere umano ha significato intrinseco di etrne ‘bellezza’. In ciò l’Enciclica ‘Laudato sì’ di Papa Francesco, respinge il pregiudizio che non ha mai abbastanza prove per convincersi della certezza di una realtà che scavalca ogni prevaricazione, ogni abuso di potere, ogni malvessazione, e si leva in assoluta onestà spirituale (integrità morale e civile) al di sopra di ogni altra alternativa. “Non interpreta la propria superiorità come motivo di gloria personale (papale) o di dominio irresponsabile (della Chiesa), ma come una diversa capacità che a sua volta impone una grave responsabilità che deriva dalla sua fede”.

 

Bibliografia /Letture:

 

Papa Francesco, “Laudato sì” Enciclica sulla cura della casa comune. Guida alla lettura di Carlo Petrini. San Paolo Edizioni 2015

 

Mario Pomilio, “Il quinto evangelio” – Rusconi Libri 1975

 

Zygmunt Bauman, “L’arte della vita” – Laterza Editori 2009

 

Marcel Mauss, "Saggio sul dono" - Einaudi

 

K.G.Jung, "Il simbolismo della Messa" - Bollati Boringhieri

 

 

Giorgio Mancinelli propone inoltre di leggere i seguenti testi. Cliccando sui link qui sotto è possibile visualizzare il testo / recensione de “Il Libro della Gioia” di Papa Francesco, pubblicato sul sito LaRecherche.it:

 

http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=393&Tabella=Saggio http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=397&Tabella=Saggio


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