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La Turchia di Erdoğan

Argomento: Politica

di Franca Colozzo
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Pubblicato il 12/08/2016 17:56:50

PREFAZIONE
di
Franca Colozzo

alle tesi di Laurea e di Master, rispettivamente, di
Mara e Valeria Di Marco


Alla luce dei recenti avvenimenti che hanno investito la Turchia con il golpe del 15 luglio 2016, mi è sembrato opportuno pubblicare le tesi in Relazioni Internazionali delle mie due figlie, Mara e Valeria Di Marco.
La prima tesi per la laurea triennale in Relazioni Internazionali, conseguita in data 26 novembre 2009, è stata redatta in lingua italiana e parte in inglese per l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”; la seconda in lingua inglese per un Master in Global Studies + Certificate in International Security, giugno 2006 – novembre 2007, presso l’Università di Denver (Colorado – USA).
Ambedue trattano del problema dell’eventuale ingresso in Europa da parte della Turchia e delle difficoltà oggettive riscontrate durante il percorso di accoglimento delle istanze turche da parte dell’Unione Europea. Ambedue affrontano le premesse poste alla base dell’accoglimento in base ai trattati U.E. e accordi intercorsi tra le parti in causa.
Analizzando le tappe salienti seguite finora, alla luce degli attuali avvenimenti appare interessante confrontare le due opposte argomentazioni a conclusione di analisi parallele. In sostanza, le sintesi sono difformi e addirittura opposte, come si evince dalla lettura conclusiva delle due tesi.
Quale destino possa essere riservato alla Turchia, lo dirà la storia e gli eventi che si stanno svolgendo sotto i nostri increduli occhi.
Essendo stata per ragioni di lavoro, per un settennio, in quel Paese con le mie due figlie, colgo l’occasione di levare la mia voce senza entrare nel merito degli attuali eventi politici.
All’ingarbugliata situazione politica che si avvita sulle Primavere Arabe, sulla questione curda e sulla questione mediorientale, si aggiungono ulteriori tasselli legati all’egemonia su territori, quali il Kurdistan e la Siria, dove ormai è preclusa ogni possibilità di azione, soprattutto dopo lo scoppio della guerra civile siriana e l’instaurarsi di un regime del terrore legato ad Al Qaeda e all’ISIS.
La Primavera araba, irradiatasi dall'Algeria alla Tunisia, fino al Maghreb e al Mashreq e soffocata in Siria nel sangue, non ha facilitato certo la situazione attuale. Basti pensare all'ondata dei profughi che si riversa ormai da tempo ormai nei territori ubicati alle estreme propaggini del sud della Turchia, ai confini con la Siria...
Oggi pare che gli estremi si tocchino, come le rette parallele all'infinito secondo la geometria euclidea. Assurdo, no? Eppure non lo è se il pericolo terrorista bussa alle porte della Turchia. Sunniti contro Sunniti si contendono il potere in Iraq; Al Qaeda ha generato quella mostruosa creatura che è l’ISIS o ”Daesh”, con il suo Califfato del terrore nel sud dell’Iraq; gli integralisti Salafiti ordiscono trame all'ombra delle moschee e i Komeinisti si attestano su posizioni estreme, antiamericane ed antioccidentali.
Questa escalation di deriva islamista ha già contagiato libici, tunisini, egiziani. Confrontate i dati delle ultime elezioni di questi ultimi: in Tunisia aveva vinto il partito islamista; mentre in Egitto i “Fratelli Musulmani” avevano avuto la meglio, in un primo tempo, per essere poi scalzati dal potere con un golpe militare…
Cosa fa l'Europa in mezzo a questo guazzabuglio? Rimane a guardare, attanagliata da una crisi economica senza precedenti e dalla Brexit inglese del 23 giugno 2016 che rischiano di farla implodere.
Intanto la Libia del dopo Gheddafi si trova frammentata in più anime tribali, ognuna delle quali intende prevalere sulle altre, mentre il Califfato si è stanziato a Sirte, a pochi chilometri dalle coste italiane e continua ad arruolare giovani disperati, in particolare, tunisini.
Il potere si è trasformato in un mostro che s'ingigantisce di giorno in giorno, divorando ogni cosa e travolgendo equilibri, consolidati da tempo, su cui l'Occidente aveva scommesso.
Oggi che gli aiuti occidentali languono per carenza di denaro, la miseria che dilaga in quelle aeree porta inevitabilmente ad una deriva religiosa su cui fanno leva le frange più integraliste. Il turismo, di conseguenza, è collassato sia in Tunisia che in Egitto per tema di rivolte e di destabilizzazioni.
In questo quadro di devastazioni, inimmaginabile solo qualche anno fa, è stato impiantato il germe della discordia su cui soffia l'Iran. Un vento di guerra che non promette niente di buono…
Questo gioco d'azzardo ha scosso i nervi dei governanti occidentali, terrorizzati che potesse venir chiuso lo stretto di Ormuz, con tutte le ripercussioni immaginabili per il petrolio diretto in Occidente...
La deriva integralista appare inevitabile anche per un paese come la Turchia che finora si era mantenuto su posizioni laiche, tali da garantire gli equilibri geo-politici in tutta l'area limitrofa.
Avete visto le abili manovre strategiche del primo ministro Erdoğan che è riuscito ad anticipare le mosse dei partner europei durante le Primavere Arabe?
L'Europa, incapace di elaborare una strategia politica unitaria per il nord Africa ed il Medio Oriente,si è vista scavalcata dal decisionismo turco. I I blitz di Erdoğan in Libia, Tunisia ed Egitto, con un tempismo inatteso, hanno voluto lanciare un segnale: la Turchia, scrollandosi di dosso la veste europea di stato membro - non ancora perfezionata per mancanza di volontà di rispettare i diritti civili richiesti dall'Unione come conditio sine qua non er il suo ingresso ufficiale in Europa - ha voluto rimarcare il proprio ruolo egemone all'interno dello scacchiere del Mediterraneo nella sua qualità di stato laico islamico.
In grado di dialogare con maggior successo con i vicini popoli musulmani rispetto agli altri interlocutori europei, ha intessuto una serie di rapporti a sorpresa con quei Paesi usciti dalla guerra, come la Libia, o dagli esiti incerti delle Primavere Arabe...
Adesso, dopo il golpe subito o cavalcato per ragioni politiche dal presidente Erdoğan, la situazione in Turchia è ancor più deteriorata con un imprevedibile epilogo che si spera non conduca alla guerra civile in quel Paese.



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