Futuristicamente proiettato a marcia indietro, spremo limoni e dimensioni caste per propensione di inutilità.
Spremo semi, non ricavando altro che nient’altro o poco meno di qualsiasi cosa, la sera, quando navigo in terra ferma senza vela e inciampo come inciampa il mascarpone quando incontra il marsala e si scompone. Zucchero, anche, a risparmiare il sale.
C’erano cose che non saprei dire; sostano al limitare. Che non saprei dire. Buongiorno – ogni tanto sussurra.
Storie di gatti, altrove. Ho già parlato di un gatto assassinato? Ma sì, l’ho detto (chi l’ha letto l’ha letto).
I gatti non vanno in alto mare: tracciano strade. Vicoli in terra asciutta, se non piove. Non vanno in mare altrimenti si bagnano la coda e questo impedirebbe la navigazione.
Senza timone, allora.
Girare verso destra; no, a sinistra. Magari non girare affatto. Dove ritrovo il tempo?
Non da Proust. Terribilmente unidirezionale, vede solo il passato che lascia scivolare nel presente. Non fa per me: io sono trapassato.
Ecco, questo è il punto: tra-passare dove? Bisogna stare un po’ con la Madonna. Lungo tutte lel strade se la vuoi incontrare; già, come i gatti.
In piazza di S. Agostino c’è una chiesa; noi ci incontriamo lì.
Salgo la scalinata, salgo il tempo, salgo me stesso e Dio che non ha forma.
Lei sta in un quadro; si affaccia ad una porta. Buio dintorno. Osservo.
I Francesi vi hanno fatto una stalla.
Piena di paglia, chiedo: come fai?
Ci sono abituata.
Quando penso ai Francesi mi assottiglio: troppa grandeur.
Però Parigi è un lampo nell’immenso: squarcia il nulla.
L’immenso: come fossi in un suono.
Poi se ne sono andati; lei è rimasta.
Dico: come ti trovi?
Come sempre.
Non è inutile questo? Sempre non è più un tempo.
Sono qui.
E capisco che mi devo consegnare all’inutilità di un tempo eterno dove vive il presente.
Nel mio presente sto come un tamburo. Risuono.
Tendere dunque i sensi e decifrare.
Il suono è un incompiuto che scompare. Perfettamente consono.
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