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ANNIVERSARIO PROUST 10/07/2018: CHERCHEZ LA FEMME | festeggia: #cherchezlafemme
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Bla, bla, bla, 2 come reinterpretare il futuro

Argomento: Società

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 09/04/2018 16:00:06

Bla, bla, bla, n. 2 … re-interpretare il futuro.

“L’educazione è il grande motore dello sviluppo personale, la capacità di valorizzare al meglio ciò che distingue una persona dall’altra.” (Nelson Mandela)

Secondo l’ironia del banale che mi identifica, preludere a tale specifica affermazione può essere un modo, uno dei tanti, per eludere la realtà che ci circonda e dare libero sfogo al dibattito sempre aperto sull’educazione. Un incarico indubbiamente molto impegnativo se si considera l’incresciosa debacle socio-culturale in cui noi tutti ci dimeniamo, talvolta senza sapere perché. Come dire di un annaspare a occhi chiusi per cercare quello che è andato smarrito di una formazione culturale come la nostra, e dover mantenere la salvaguardia delle parole che più volentieri avrei usate (spregevoli volgarità) e, al tempo stesso, aprire qui a un dialogo professionale (politically correct) ma sensa senso, copia-conforme di un menefreghismo generalizzato.
Da dove incominciare? E perché no dalla scuola. Del resto la scuola rimane, come qualcuno afferma, ancora il luogo dei valori (?), il punto di riferimento forte in cui ricercarare e ritrovare certezze e convinzioni sempre più solide (?), seppure in questo mondo ‘liquido’ (Z. Bauman), e sempre più spesso ‘del disimpegno’ (J. Derrida), che tutti ci travolge. Acciò si dovrebbe immaginare una scuola dinamica, democratica e partecipata che assicuri uno ‘status’ equanime di responsabilità (compiti di servizio, clima di lavoro costruttivo e condiviso) al fine di garantire una scuola efficace e di alto livello. Inoltre credere fermamente che una comunità educante richieda sempre e comunque un approccio sereno, basato sull’accoglienza e sulla comunicazione efficace, fattiva di una presa-di-coscienza-sociale (utopia?) che attualmente non c’è.
Un ‘edificio di vetro’ dunque (al pari di uno zoo), per far sì che il corpo insegnante, gli alunni, le famiglie e l’intera comunità sociale arrivino a comprendere come realmente riformare un’istituzione scolastica che si dica ‘aperta al futuro’, cosciente delle diversità socio-culturali (autoctone, regionali, immigrate) presenti sul territorio e, più in generale, di quelle esistenti nel mondo (etnia, religione, ideologia). Acciò di consentire la perfetta integrazione individuale all’interno della sfera sociale di appartenenza che di per sé escluda diversificazioni di colore di pelle, di sessualità (utopia?). In breve di ciò che oggi distinguiamo, più o meno consapevolmente, come rilevanti di ‘genere’, con la possibilità di cadere in errore nella valutazione a seconda degli stimoli emozionali, per cui siamo indotti a includere e/o escludere gli altri dalla nostra sfera sociale.
Educare, pur con le crescenti difficoltà di contesto, significa il raggiungimento di importanti obiettivi istituzionali nel panorama dell’istruzione (elementare e professionale) al fine di formare menti brillanti e mani (risorse umane) in grado di intervenire in ogni ambito di lavoro. Cioè, guardare con attenzione ai cambiamenti sociali ed economici del contesto territoriale; intraprendere lo studio di stategie tendenti ad aumentare le capacità di intervento (fattivo) nelle esigenze comunitarie (incidenti di gravità superiore, catastrofi naturali ecc.). Dare adito all’emergente offerta formativa tecnologica, alternativa a quella classica, la più completa possibile, per l’inserimento nel mondo produttivo.
Il confronto e il dialogo su questa possibile riforma ‘educazionale’ di formazione-istruzione dovrebbe interessare l’intero ordinamento scolastico proprio in funzione di quella reciprocità che i cittadini (contribuenti alla gestione dello stato) reclamano da tempo. È detto: “chi educa è anche educato e il suo sapere si gioca nell’atto dell’educazione”, che va letto nel modo seguente: “chi educa è (dovrebbe essere) anche educato e il suo sapere (che va costantemente aggiornato) si gioca nell’atto dell’educazione”. Un’ulteriore prova con qualche possibilità di successo in cui si intuisce una corresponsabilità educativa, al processo formativo e alla crescita gestionale delle nuove generazioni, al fine di mantenere la custodia dell’immenso patrimonio culturale di cui siamo eredi e divenire guide instancabili del loro futuro.
In un tempo in cui sembra prevalere il contrario, l’educazione prioritaria rimane indubbiamente quella familiare, nella quale trovare (si dovrebbe) quell’accoglienza e solidarietà (fin troppo spesso negata), la sola capace di avvalorare, indirizzare e sollecitare le prospettive future dei propri figli, così come di instaurare rapporti di correttezza e cogliere i segnali positivi nel relazionarsi con gli altri. Il cui fine è nella formazione identitaria soggettiva che li rende ‘protagonisti’ del proprio ‘sapere’ (conoscenza) attraverso l’impegno e la partecipazione allo studio. Ed a tenere un comportamento corretto e collaborativo in sede comunitaria per rispondere alla complessità del quotidiano di cittadini attivi e consapevoli, nonché futuri professionisti e imprenditori seri e preparati.
La famiglia deve (o almeno dovrebbe) operare la sua azione educativa delle sue possibilità, affinché i giovani sappiano davvero dare il meglio di sé: i loro sogni, il desiderio di ottimizzare e potenziare le loro capacità, la forza di chiedere aiuto, il valore di un sorriso, l’ottimismo, la ricerca dell’amicizia autentica, l’impegno attraverso il sacrificio personale. Insomma, le solite cose che si dicono da sempre, anche se noi genitori, al nostro tempo figli, non le ascoltavamo, se ben anche oggi non vengono ascoltate, insomma, aiutarli a crescere significa essenzialmente coltivare questa parte positiva di sé e della relazione con il prossimo.

La Buona Scuola? ...è un'idea!

Da parte mia posso dire di non aver mai smesso di studiare, tant’è che sono iscritto almeno in due università pur senza frequentarne alcuna, e forse solo per tenermi aggiornato sul metodo d’insegnamento che dovrebbe essere per così dire ‘up-to-date’ ma che di fatto non è. O almeno non da ché io, or sono decenni, frequentavo i banchi col calamaio incorporato e la scanalatura per le penne e le matite, col piano di sotto dove riporre i libri e i quaderni, e i sedili erano tutt’uno (a coppia) senza nessuna possibilità di agili spostamenti se capitavi dalla parte della parete.Poi gli anni corrono e ti ritrovi già grande con un sacco di minchiate per la testa e non sai se alle molte domande hai sempre delle risposte da dare. Ma le risposte no, non te le hanno insegnate ...e allora che fare? Devi metterti alla prova e affrontare la realtà!
Ma la realtà qual'è?
È una parola, ci vuole tanto di spinta interiore per mettersi continuamente alla prova. Tant'è che ti ritrovi con i ‘i figli’ che non ti permettono di rimanere indietro, per cui puoi anche essere quel mostro che in verità sei, che loro immancabilmente esercitano su di te una sorta di ‘giurisdizione’ scolastica che giammai può essere pari alla loro ma nemmeno indietro, almeno un tantino più avanti. Quel tanto che serve a insegnargli alcune cose (leggi furberie), che se non le hai apprese in precedenza, sei comunque tagliato fuori perché loro, da lì a breve, ne sapranno molte più di te. Se minimo non sei stato un secchione o un bambino prodigio, preparati a subire quel poco che (per rispetto di paternità e se qualcuno glielo ha insegnato) hanno appreso pro-loro in ambito scolastico ...
Così i loro libri diventano i tuoi libri per quanto riguarda il contenuto, rimasto lo stesso da decenni, ma non i loro quaderni, perché mentre tu eri occupato a tenerli in ordine, senza macchie, senza orecchie, senza … I loro non sono neppure quaderni, sono per così dire ‘differenziati’: stralciati, bisunti, scarabocchiati, simili in tutto a chiazze di una qualche ‘allergia della pelle’, o forse di ‘orticaria’ pregressa per quelle che sono state per noi le ‘regole’ inerenti allo ‘scritto’, prima che l’istruzione tendesse alla sola ‘oralità’ delle parole, parolacce incluse. Sì, perché se le parole scritte (in italiano) ieri avevano un senso, oggi suonano come strafalcioni; tant’è che anche quelle scritte o trascritte che sia non sono più in una qualche lingua comprensibile (conosciuta), bensì un misto di vernacolo siculo-calabro-milanese o romanesco-laziale-partenopeo, se non addirittura appartenenti a un certo gergo etrusco-tosco-umbro.
Per così dire, uno ‘slang’ oceanico-indoeuropeo-turcomanno, passato attraverso l’antica Persia o l’antico Egitto, ècco sì l’antico che si vuole chiamare ‘moderno’… Rammento che non c’era verso che t’insegnassero a copiare, né dai libri né dai compagni che ne sapevano di più (sbagliando). Perché se c’era una cosa che si doveva rendere più semplice era proprio ‘copiare’, molto più vicino alla rivisitazione e all’interpretazione di un testo che non dover creare, reinventare, resuscitare dal nulla qualcosa che non avevi affatto compreso. E dire che copiare rimane l’unico vero momento di creatività che non ripetere le parole del libro a pappardella. Per il resto si continua a studiare date e fatti di battaglie, guerre, pestilenze, la storia più bieca che nulla ha insegnato all’umanità se non la violenza, il sopruso, la vendetta, il razzismo, l’intolleranza, l’apartheid; e non (pensate, pensate) l’evoluzione del genere umano, le scoperte scientifiche, le ‘passioni’ della mente, la socializzazione, il rispetto civico, l’amore per l’arte, per la musica, l’amore per gli altri, insomma, quella ‘bellezza’ che pure fa grande l’essere umano e lo riscatta dai primordi di un ‘cannibalismo’ allora latente, oggi presente più che mai.
Sì, insegnare quell’amore per la vita, che non conosce ostacoli insormontabili, o diversità di genere, di razza, di colore della pelle, di confini geografici invalicabili. Quell’amore che ci rende tutti ugualmente liberi, gerenti di noi stessi, dei nostri affetti, del nostro corpo come del nostro sesso che sempre bistrattato ha creato mostri di narcisismo, di egotismo, di vanità; per tacere di super-uomini, eroi-divini, ecce omini diventati quelli che siamo, anticristi senza alcun credo e senza orgoglio. No, l’amore che qui intendo elogiare è quello più naturale che si esprime nella ‘bellezza’ per il creato, per tutto ciò che ci è dato e che immancabilmente stiamo distruggendo. Utopia? Forse, come moneta di scambio non meno apprezzabile di quell’odio razziale che oggigiorno spendiamo nell’indifferenza che ci allontana dagli altri e da noi stessi, trasformati in esseri ‘umani (fin) troppo umani’, appunto mostri di malvagità, disonestà, iniquità: ingiusti nella giustizia, volgari pur nella moralità, scorretti finanche nelle opportunità, blasfemi perché irriverenti, sacrileghi, miscredenti.
Allora ben tornino gli ideali, le chimere alate che s’involano, le illusioni che infine ci aprano gli occhi su questa realtà ‘umana’ fatiscente e obsoleta; che si torni a sognare in nome della ‘bellezza’ e cercarla fino al limite dei mondi possibili, in quella sostenibilità che pur ci consente di sopravvivere. «La nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no...» – scrive Zygmunt Bauman e con modestia mi sento di aggiungere: “..che lo vogliamo o no.” Perché è nella volontà/non volontà che si gioca la ‘gran partita’ fin dall’infanzia; e la volontà in tutto questo assume il ruolo più importante. Rammento che alla domanda se mi sarebbe piaciuto andare a scuola, di aver risposto no perché non sapevo né leggere né scrivere. Oggi, a distanza di tempo, viene da chiedermi: perché si nasce ignoranti? Perché non conosciamo già quelle cose ‘essenziali’ che ci permettono di proseguire nel nostro cammino verso l’infinito? La verità è che non tutto ci è dato, che solo la volontà e la nostra determinazione e forse l’intraprendenza ci permette di svelare a noi stessi tutta la ‘bellezza’ del mondo in cui viviamo, e afferrare il senso della ‘grandezza’ che sì ci è data …
Ecco che allora la Scuola non può essere l’’utopia dei pochi’, non può trascurare quelli che sono i valori acquisiti da millenni di scoperte (in campo scientifico, meccanico-industriale, spaziale e tecnologico, medico-terapeutico, logistico - informatico, artistico e filosofico, linguistico - letterario, idealistico e spirituale, ecc.). Non può disconoscere l’importanza del ‘vissuto’ a livello antropologico e strutturale dell’esistenza umana, come neppure cancellare i segni del passato di antiche civiltà che a loro modo pur hanno lasciato testimonianze importanti dell’evoluzione umana. Oggi ci si chiede: quali materie abbiano ancora una precipua funzione conoscitivo/educativa? Quali materie se non quelle basate sullo studio dell’ ‘evoluzione umana’ in ogni campo della sua applicazione pratico-logistica alla base del nostro esprimerci (linguaggio); di osservazione (conoscere, distinguere); del pensare (formulare concetti) che sono all’origine del nostro ‘essere’.
Al dunque m’accorgo d’essere andato oltre, come dire, di essermi lasciato prendere la mano stufo di dover rileggere sui libri dei miei figli, tutto quello che a mia volta avevo studiato (?) sui miei libri di scuola: che in quella data si sono svolte le Guerre Puniche, in quell’altra si sono consumate le ‘Idi di Marzo’ con l’uccisione di Giulio Cesare, quindi facendo un salto di tempo si è giunti all’egemonia delle Repubbliche Marinare, alle lotte intestine dei Comuni, e poi Trafalgar Square con la statua di Nelson che ha sconfitto Napoleone, quindi la Prima, la Seconda, la Terza (?) no quella si è consumata con Hiroshima e Nagasaki, ecc. Che l’Italia è una penisola che fa parte dell’Europa unita (?), che Gli Stati Uniti si chiamano così perché … (?), che la Cina è una grande potenza mondiale, che siamo ormai più di due, tre, quattro miliardi (chi più ne ha più ne metta) di individui che affollano il pianeta, e che …
Ma che palle! (passatemi l'esclamazione), davvero non se ne può più. Allora perché cambiarli ogni anno questi libri se le date restano le stesse (?), se gli accadimenti sono sempre uguali come in un film d’azione che finisce per mancanza d’attori (?). Che forse la Peste a Milano al tempo del Manzoni ha fatto più morti di Auschwitz? Che Don Abbondio lo hanno fatto Papa? Lo capirei se la Rivoluzione Francese dov’esse ancora avvenire (ops!), oppure se Lorenzo de’ Medici fosse in gara per la presidenza della Banca Centrale Europea. Perché se non è così, allora Italo Svevo, classe 1898, che nel suo romanzo ‘Senilità’ narrava di Emilio, un uomo inetto diviso tra la brama d’amore e il piacere che prova per non averli goduti, oggi potrebbe riscriverlo in chiave erotico - viagrano sulla falsariga di ‘Cinquanta sfumature di sesso estremo’.
Chissà, magari Albertino, il primo della classe che raccoglieva le foglie nel parco, anziché farne quadretti di natura morta, potrebbe arrotolarle e farne delle canne per i vivi. E forse Marietta, la mia ex compagna di banco della Terza A, anziché collezionare farfalle spiaccicate tra le pagine dei libri potrebbe succhiare il lecca-lecca sotto il banco. Fatto è che la scuola non mi ha insegnato che Dante, ad esempio, soffriva di incubi notturni e che portava sfiga; che Monti era un triste frequentatore di tombe; che Leopardi era un anarchico rivoluzionario; che Pasolini guardava alla realtà più bieca, o che Lussuria.. beh, lasciamo perdere. Comunque resta il fatto che tanti sarebbero i modelli da ‘copiare’ e che in qualche caso la ‘volontà’ non c’entra se si diventa bravissimi a copiare, come del resto hanno fatto e continuano a fare tutti, da sempre. L’importante è superare il proprio modello.
Per il resto si può essere diversi esattamente come fare cose diverse nella vita, non c’è un ‘must’ che regoli il flusso delle emozioni e dei sentimenti: «Il problema dell'umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi.» - scriveva filosofando Bertrand Russell. Mentre io sono qua che mi sbatto il cervello su cos’altro la scuola potrebbe fare (?). Infine convengo che forse, anziché insegnare ai giovani, così come ai genitori, oltre agli inutili tabù sessuali e le idiosincrasie sociali, si dovrebbe insegnare loro come diventare adulti e anziché contrastarlo, riscoprire il piacere sottile della masturbazione, (in modo da non mettere al mondo così tanti prof imbecilli).

D'evesserci pur stata una ragione se Albert Einstein dopo aver tanto studiato è arrivato a dichiarare: "Temo il giorno in cui il mondo sarà popolato da una generazione di idioti."
Dobbiamo dargli ragione ... oppure no? E che dire in fatto di religione?

Una plausibile risposta è data in “L’eredità della Secular Conference 2017: la libertà dalla religione come diritto umano”. articolo di Monica Lanfranco ripreso da ‘MicroMega’. https://www.nuovaresistenza.org/.../leredita-della-secular-conference-2017-la-liberta-d...

Mentre montavo le brevi interviste che ho realizzato alla Secular Conference di luglio a Londra cercavo di capire cosa mi disturbava, (al netto dell’ovvio disgusto per il tracimare di razzismo e sessismo della rovente estate italiana), nel dibattito intorno agli stupri e alla nazionalità di chi li commette, tralasciando (si fa per dire) l’hate speech diffuso nei social, ormai un must come l’ombrello pieghevole in autunno. L’ho capito quando ho rivolto lo sguardo alla borsa di tela distribuita all’incontro londinese contenente il programma dei lavori: il suo titolo, che ogni anno cambia e sintetizza l’angolazione scelta per ragionare di fondamentalismo, cultura femminista, critica al multiculturalismo era lì, stampato e chiaro:

#Iwant2Bfree recitava il logo: voglio essere libera/libero.

Da cosa? Volendo semplificare si tratta di liberarsi dalla religione, il che non significa dal proprio anelito alla spiritualità, ma dal legame pesante del dogma e dell’osservanza di regole su base religiosa che diventano dettami sociali e politici. Dall’automatismo che, a seconda del colore della pelle, dei tratti somatici e della provenienza geografica ingabbia e categorizza gli esseri umani in uno specifico ambito religioso, culturale, tradizionale. E, così facendo, antepone le (presunte) caratteristiche legate dall’appartenenza culturale all’universalità dei diritti e dei doveri.
Nel caso di Rimini, infatti, molti degli scambi, il più delle volte violenti e rancorosi, si sono appuntati non tanto sullo stupro, ma sul fatto che gli stupratori fossero africani, quindi tout court islamici. Un procedimento di spostamento dal problema della violenza contro le donne, (che è un problema universale) a quello della nazionalità/religione degli stupratori, che è relativo e sposta l’attenzione dal tema principale. Si tratta di un modo di ragionare pericoloso, perché sposta continuamente il focus dal problema principale che, nel caso del fondamentalismo religioso, è il bisogno di rimettere al centro il diritto di critica e la libertà di espressione e di pensiero.
Come ha ben spiegato a Londra Pranga Patel, fondatrice delle Southall Black Sisters:
“La libertà di espressione e di pensiero sono fondamentali, sono scritti nella Dichiarazione dei diritti umani universali e sono il cardine di ogni altro diritto, quindi sono connessi all’autodeterminazione, alla libertà di cultura e di professare, o non professare, la religione, senza essere minacciati da intimidazioni. Poter discutere e criticare è espressione di progresso, e viceversa il progresso si nutre della libertà di espressione. Tuttavia esiste un limite alla libertà di espressione, e per me questo limite scatta quando si diffondono odio e intimidazione contro le altre persone o quando la libertà di espressione viene usata per manipolare e creare un contesto che fomenta la violenza attraverso l’uso regressivo della religione e della fede, che alimenta la violenza e l’odio. L’esercizio della libertà di espressione e di coscienza è fondamentalmente connesso con la libertà di dissentire. Come femministe dobbiamo occuparci del dissenso in varie forme: dissenso verso il patriarcato, verso il neoliberismo, verso il razzismo, verso ogni forma di discriminazione”.
Ciò che alla Secular Conference è stato ribadito in ogni panel è che la libertà di pensiero e di espressione non sono pienamente attuati se nel mondo ci sono paesi dove esiste il reato di blasfemia e apostasia e si rischia il carcere, e la morte, per accuse relative all’offesa della religione. Secondo il recente ‘report pubblicato dall’Economist, citato anche alla Secular Conference’, si tratta di 71 paesi del mondo, a maggioranza islamica, nei quali l’attivismo laico e ateo è perseguito con una repressione violentissima, che quasi sempre colpisce donne e persone omosessuali, due categorie in prima fila nella difesa dell’universalità dei diritti.
L’esistenza così diffusa e persistente nel mondo dei reati di blasfemia e apostasia è un preoccupante indicatore di resistenza del totalitarismo politico su base religiosa.
“Non si tratta di un dibattito filosofico, ha sottolineato Imad Iddine Habib, fondatore del Consiglio degli Ex Musulmani in Marocco; si tratta di questione di vita o di morte per molte persone che si trovano a dover abbandonare tutto ciò che hanno solo per la paura di esprimere quello che sentono. Penso che sia importante stare a fianco e sostenere le persone coraggiose che osano sfidare le regole e alzare la voce dicendo di non essere d’accordo con le imposizioni religiose e di non avere problemi con l’omosessualità o l’apostasia”.
Alla domanda sul perché la libertà di espressione e di pensiero, le due parole chiave della Secular Conference 2017, siano così importanti l’attivista curdo-irachena Houzan Mahmoud non ha esitazione: “La libertà di espressione è sotto attacco nel mondo quando si cerca di criticare la religione, ogni religione: se lo fai nel caso dell’islam, però, il rischio in Occidente è quello di essere accusata di essere razzista o islamofobica. Questo è il motivo per il quale è importante enfatizzare la centralità della libertà di espressione e difendere il diritto alla laicità”.
È il nodo più evidente che a Londra ha percorso tutti gli interventi, come emerso in modo potente nei due momenti di apertura e chiusura dell’assise londinese, affidati rispettivamente a Inna Shevchenko, leader del gruppo Femen, e a Zineb El Razoui, giornalista di ‘Charlie Hebdo’. Mentre la prima ha sostenuto che diritti delle donne e religioni sono incompatibili, El Razoui si è rivolta direttamente alle seconde generazioni in Europa e alla sinistra, che crede di rendere un buon servizio alla causa migrante e antirazzista sottovalutando il fondamentalismo islamico e abbracciando il relativismo abbandonando l’universalismo dei diritti.
“Non ho dubbi sul fatto che l’estrema destra da fermare in Occidente sia l’islamismo - ha scandito El Razoui. Voglio dire agli europei e specialmente alla sinistra: ‘Non cadete in questa trappola. Ricordate cosa hanno fatto gli islamisti alle persone comuniste e di sinistra in Iran o in Afganistan; ricordate che gli islamisti sono finanziati dai peggiori sistemi capitalistici come l’Arabia Saudita o il Qatar. Queste persone non sono rappresentative della cultura del mondo musulmano. Voglio dire in particolare ai giovani musulmani che vivono in Europa: è una cosa buona se volete far conoscere la vostra cultura, ma allora imparate la lingua, scoprite la bellissima letteratura del mondo musulmano, scoprite la musica del mondo arabo invece di vestire un burka o un costume afgano pensando che questo rifletta la cultura del nord Africa”.
Per Zehra Pala, presidente dell'Atheism Association of Turkey: “la laicità è importante per me come donna e come attivista in Turchia, perché è molto più difficile vivere nel mio paese, oggi diventato più islamista: il governo ha ristretto le libertà di espressione soprattutto nei confronti delle donne. Se giri per la strada con i pantaloncini rischi le botte perché i fondamentalisti ti attaccano; se vai alla polizia a denunciare le violenze ti viene detto che sei contro l’islam, visto come ti comporti, e quindi non ti difendono.
Nel mio paese c’è una forte pressione sia in famiglia che a scuola affinché tu stia dentro una gabbia ideologica. Oggi a scuola, sin dalle elementari, viene insegnata la jihad e si è deciso eliminare dai programmi la teoria darwiniana dell’evoluzione perché si tratta di una visione laica.
Come motivo il governo sostiene che il cervello infantile non può capire Darwin, ma mi chiedo: e invece nell’infanzia si possono capire le regole della jihad islamica? È una abile tecnica manipolatoria, perché è più facile avere consenso se sin dall’infanzia si indottrinano le menti. La violenza non è solo quella fatta al tuo corpo con lo stupro, ma anche quella che si fa manipolando le menti più fragili e malleabili. Il meccanismo adottato è anche quello della paura, perché a scuola si minacciano i piccoli dicendo che se non segui queste regole vai all’inferno. È così che sono stata educata anche io: la mia famiglia ha provato a fare pressione su di me, così come la scuola, ma non ha funzionato perché ero lì continuamente a fare domande. Per questo è così importante pensare in modo libero e, anche se ci sono pressioni, dobbiamo fare in modo che le persone possano pensare liberamente con la loro testa”.

Pensiamo allora a come ‘reinterpretare il futuro’ che se non spetta a noi matusalemme certamente spetta ai nostri figli, e costruiamo insieme oltre che de-costruire il passato, per sostituirlo con il nulla (di fatto e di pensato), e postiamoci a diventare creativi di nuova volontà, se non altro per lasciare la possibilità di rimettere insieme i pezzi di questo mondo (pianeta) che abbiamo ridotto in frantumi. In “Non sperate di liberarvi dei libri” – Umberto Eco / Jan-Claude Carrière, scrive, parafrasando in chiave brillante l’ammonimento a non buttare via il passato di una cultura di conoscenza, la cui universalità è parte integrante del DNA antropico. Piuttosto preoccupiamoci “..quando la salvaguardia è possibile, quando si trova il tempo (e il modo) di mettere gli emblemi di una cultura in luogo sicuro”, di ripararla dalle incursioni disgregative (de-costruttive), pensiamo piuttosto a come salvarla, a cosa salvare, prima di esporla al rogo di icariana memoria.
Se “..il sogno di volare ossessiona(va) l’immaginario collettivo da tempi immemorabili”, oggi non è più così. “Io credo – scrive Jean-Claude Carrière (op.cit. Bompiani 2009) – in effetti che molte invenzioni del nostro tempo siano la concretizzazione di sogni molto antichi. […] Come se Virgilio, scendendo negli inferi, avesse preconizato il mondo virtuale del quale ci stiamo compiacendo. Questa duscesa agli inferi è un tema molto bello che la letteratura mondiale ha affrontato in modi molto diversi. È il solo modo che ci è stato dato per vincere contemporaneamente lo spazio e il tempo, ovvero per penetrare nel regno dei morti, o delle ombre, e viaggiare contemporaneamente nel passato e nell’avvenire, nell’essere e nel nulla (che non è il ‘niente’ come ultima parola). Di raggiungere così una forma di immortalità virtuale”.

Come re-impossessarci del futuro imprevedibile (?).

“Il futuro non tiene conto del passato ma neanche del presente – scrive ancora J.C. Carrère - . Entri cinquant’anni saremo tutte creature bioniche. Quello che veramente mi colpisce è la completa sparizione del presente. […] L’avvenire è come sempre incerto e il presente progressivamente si restringe e si sottrae. […] Se la nostra memoria è corta, allora è questo passato recente che incalza il presente e lo spinge, lo sbilancia verso un futuro che ha assunto la forma di un immenso punto interrogativo. O forse esclamativo. Dov’è passato il presente? Il meraviglioso mopmento che stiamo vivendo e che molti cospiratori cercano di rubarci?” …
“Riprendo contatto con questi momenti, certe volte, in campagna, ascoltando la campana della chiesa che suonando le ore mi dà una specie di ‘la’ che mi riporta a me stesso: Ah, sono solo le cinque… Come te (Umberto), anch’io viaggio molto, mi perdo nei corridoi del tempo, nelle sfasature delle ore e ho bisogno, sempre di più, di riconnettermi a questo presente che ci è ormai impercettibile. Altrimenti avrei l’impressione di essere perso. E forse, anche, di essere morto”.
“In questo caso – scrive ancora U. Eco (op.cit.) – non è un problema di memoria [collettiva] che va perduta. Si tratta piuttosto, a mio parere, di un problema di labilità del presente. Non viviamo più un presente placido ma siamo costantemente sotto sforzo nel prepararci al futuro.” A cui risponde J.C. Carrère (op.cit.): Sì, certo “quando il mondo è in rivoluzione permanente, sono i figli che insegnano ai genitori. Ma i loro figli cosa impareranno da loro”, se avranno buttato via il bagaglio che tanto abbiamo fin qui salvaguardato? “Siamo ormai collocati nella mobilità, nella mutevolezza, nella rinnovabilità, nell’effimero (spinto), in un’epoca in cui, paradossalmente viviamo sempre più a lungo”.

Riprendiamoci la speranza ... già che ci siamo (?)
Se il futuro è imprevedibile voglio pensare che da qualche parte uno spiraglio di luce, seppure effimero, ci aspetti:

‘nella luce del tempo’ (Gioma)
..fin dentro il mistero della vita
nato e rinato
un’infinità di volte
senza coscienza del trascorso
d’intraprendere mai stanco
nuove strade
nel segno dell’avventura
d’ogni giorno
ciò che mi suggerisce
di spingermi alla ricerca
di continenti visti forse
ignorati sempre

luoghi e paesi diversi
luminosi e oscuri mai
dove risorgere e rigenerarmi
felice infelice
d’elemosinare l’acqua al cielo
nutrirmi di radici
trovare linfa e forza
nella madre terra
la cui natura forse ho calpestata
violata mai
genti diverse
volti conosciuti mai e sempre

con gli stessi fardelli portati
sulla testa con dignità
dentro il peso degli anni
sulle spalle stanche
di un vivere conteso
a un destino benevolo
solo talvolta iroso
crudele
solo un modo di dire
l’afflato della vita che scorre
a oltranza è un fiume
mai nato / mai morto.

“Be’ allora smetto di imparare a memoria (e di scrivere) poesie e mi bevo due bottiglie di whisky al giorno. Grazie di avermi dato una speranza. ‘Merdre!’, come diceva sempre Ubu” (U. Eco op.cit.).

Se è vero che il passato non smette di sorprenderci, più del presente, più del futuro forse! Voglio qui ricordare – scrive J.C. Carrière – una citazione del comico bavarese Karl Valebtin: “Anche l’avvenire era meglio un tempo”. È sua anche quest’altra annotazione piena di buon senso: “Tutto è già stato detto, ma non per tutti”. “Siamo in ogni caso arrivati a un momento della storia in cui possiamo delegare a delle macchine intelligenti, intelligenti dal nostro punto di vista, la preoccupazione di ricordare al nostro posto, sia le cose buone che quelle cattive. Michel Serres ha toccato questi temi in un’intervista rilasciata a “Le Monde de l’éducation” dicendo che se non riusciamo più in questo sforzo di memorizzazione, allora “ci resta solo l’intelligenza”.
“Probabilmente c’è una cosa che non sparisce (e che dobbiamo preservare dallo scomparire), ed è la memoria di ciò che abbiamo provato nei diversi momenti della nostra vita. La memoria preziosa, e talvolta ingannevole (pur sempre meravigliosa), dei sentimenti, delle emozioni. La memoria affettiva. Chi potrebbe liberarcene e a che pro?”.

Non disperate, ci sarà un prossimo 'Bla, bla, bla', è una promessa.


Note:

“Non sperate di liberarvi dei libri” – Umberto Eco / Jean-Claude Carrière - Bompiani 2009.

Jean-Claude Carrière
È sceneggiatore cinematografico e televisivo, autore teatrale, romanziere, poeta e saggista. Ha collaborato con Buñuel, Marco Ferreri, Giuseppe Bertolucci, Louis Malle, Jean-Luc Godard e Jasùs Franco.

Umberto Eco
È stato un filosofo, medievalista, critico e saggista, semiologo e romanziere di chiara fama, tra le sue opere ricordiamo “I limiti dell’interpretazione” 1990; “Kant e l’ornitorinco” 1997; “Dall’albero al labirinto” 2007; e numerosi romanzi, fra i quali “Il nome della rosa” 1980 cui hanno fatto seguito numerosi altri, fino a “Numero Zero” settimo ed ultimo romanzo edito da Bompiani 2015.

Monica Lanfranco
È giornalista indipendente, femminista, blogger di Micromega e del Fatto Quotidiano, scrittrice e formatrice su differenza di genere, sessismo, comunicazione e conflitto. Nel 1994 fonda il trimestrale Marea. Dal 2013 gira l’Italia con la piéce teatrale “Manutenzioni, uomini a nudo”, primo laboratorio italiano per uomini contro la violenza tratto da “Uomini che odiano amano le donne”. Nel 2016 è uscito “Parole madri. Ritratti di femministe: narrazioni e visioni sul materno”.





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