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Bla, bla, bla, una questione di dignità

Argomento: Società

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 09/08/2018 06:29:52

Bla, bla, bla … Questione di ‘dignità’.

Se per ‘dignità’ intendiamo quel rispetto che l'uomo, conscio del proprio valore sul piano morale, deve sentire nei confronti di sé stesso e tradurre in un comportamento e in un contegno adeguati, possiamo dire che la politica è fuori come un ombrellone da spiaggia, cui il sole di questa estate infuocata deve aver confuso non solo le idee ma anche la cognizione della realtà. Perché la mancanza di rispetto di se stessi equivale a un ‘non valore’ e non a un ‘plusvalore’ come qualcuno pensa di far passare nell’ignoranza dei molti che, al contrario del suo significato intrinseco, spaccia (leggi spacciatori di vergogna) come comportamento responsabile, misurato ed equilibrato che si dovrebbe tradurre in rispettabilità e decoro. Niente affatto, siamo piuttosto dalla parte opposta della decenza, per cui la traduzione che più si adatta è l’indegnità, la scorrettezza, la disonestà, l’arroganza.

Per non dire della bassezza d’intenti, la volgarità dei linguaggi, la villania e la maleducazione dei molti, dei tanti parlamentari, sindacalisti, giornalisti, e di quanti ‘leccano il culo’ a tutta quella risma di irrispettosi della Costituzione e della Democrazia. Insomma di quanti senza contegno parlano (bla, bla, bla) senza dire niente ‘in nome del popolo italiano’ e ‘per il bene dell’Italia e degli Italiani’. Di quanti ormai sono saliti sul carro dei vincitori senza sapere neppure se l’ ‘orgoglio’ nazionale di cui parlano li riguarda in prima persona o se li stanno solo fregando a più non posso. Il fatto eclatante è che ‘gli piace’, e godono quando qualcuno se la prende coi gay, con le lesbiche, con gli immigrati, i clandestini, e con tutti gli ‘altri’ che non sono loro. Ma forse hanno dimenticato che arriverà anche il loro momento (storia docet), quando caduta la maschera si ritroveranno fottuti e contenti.

Se invece con il termine dignità, ci si riferisce al valore intrinseco dell'esistenza umana che ogni uomo/donna, in quanto persona, è consapevole di rappresentare nei propri principi morali, nella necessità di liberamente mantenerli per sé stesso e per gli altri e di tutelarli nei confronti di chi non li rispetta, ecco che entriamo in ambito socio-legislativo ancor prima di quello culturale-spirituale che alla fin fine rende il termine degno di rispetto. Ciò per quanto il ‘rispetto’ si vuole sia retaggio di un ordinamento pre-costituito sancito dal ‘diritto giuridico’ in vigore, le cui leggi hanno dato forma a quell’ ‘ordinamento’ che non trova più alcun riscontro nell’ampio spettro dell’universalità: per cui ‘ogni uomo è libero’ nell’ambito della globalità dello sviluppo storico-sociale in stretta relazione con il pensiero filosofico dominante.

Concettualmente paritetico di quel processo di conversione che ha trasformato il ‘positivismo relativo’ del secolo scorso, nel ‘pensiero negazionista’ contemporaneo, in cui il ‘tutto’ è verosimilmente sostituito dal ‘nulla’, di per sé non uguagliabile al ‘vuoto cosmico’ da riempire di pericolose ideologie. Bensì un ‘nulla’ antropico, cioè relativo all’analisi degli assetti organizzativi umani conseguiti, ovvero allo studio (scientifico) di quei processi che nel corso del ‘tempo’ hanno condotto alla formazione degli assetti evolutivi comunitari che oggi trovano nell’unione delle nazioni una ragione di sopravvivenza e di evoluzione all’interno di una cooperazione fattiva che nell’unità fanno un ‘pieno’ di energie da spendere all’insegna della solidarietà e della pace duratura.

Come ci si rapporta alla situazione politico-giuridica in una realtà democratica consistente nella possibilità di costituire, modificare o estinguere un ‘rapporto giuridico’, attraverso un ‘atto’ che non sia al tempo stesso la configurazione di un qualcosa di ‘preconcetto’ e/o ‘insostenibile’ che tuttavia permetta una risoluzione del problema suddetto? A una siffatta domanda, previene Emmanuel Levinas nel suo “Gli imprevisti della storia” (*), il quale intravede una leggittima linea ideale equivalente a un salto nel buio, poiché: “Questo mondo che trascende il mondo in cui siamo immersi, non è anche al di là di questa comprensione specifica che noi abbiamo dell’individuale, dello storico, dell’umano, e in cui il reale si presenta non solo come una concatenazione di proposizioni ma come un’esistenza che vale e che pesa”.

Ma di quale ‘dignità’ parliamo quando si parla di ‘rispetto? Le risposte sono delle più variegate quando tutti se ne riempiono la bocca, trascurando che parlare di ‘rispetto’ è una questione metodologica basata sul riconoscimento dell’uguaglianza, sul consenso individuale alla reciproca fiducia e all’equilibrio sociale. Nel dibattito su quelli che definiamo ‘valori morali’ e se questi sono relativi o assoluti (?), la risposta di gran lunga più motivata è ‘che sono relativi’: “Se molti sono i modi ragionevoli in cui gli esseri umani possono organizzare la loro vita – scrive Maurizio Ferraris (*) – resta che ce ne sono alcuni che sono sicuramente inaccettabili.” Ma se è altrettanto scontato che il ‘relativismo’ presenta dei limiti, la cui soglia oggi è stata abbondantemente superata, è altresì realistico che persi nei meandri dell’attuale complessità sociale, multietnica e multiculturale, ci si pongano alcuni interrogativi fondamentali. Uno dei quali riguarda il ‘senso del proprio agire’ nell’ambito della proprie scelte, che non può più essere solo individuale ma riguarda la società nella sua percezione globale o comunque comunitaria, che va esaminata nel suo insieme.

Un’analisi approfondita diviene pertanto necessaria se, come in questo breve saggio, si vogliono individuare gli strumenti di una possibile ricognizione del ‘rispetto’ in seno all’etica morale e l’intrinseca criticità di merito che l’accompagna. Acciò, e nel migliore dei casi, è necessario tornare al passato e rileggere il cartesiano “Discorso del metodo” (René Descartes 1596-1650) (*), lo strumento per eccellenza che più ci aiuta a comprendere i termini e i limiti, pur nella logica della scoperta scientifica, vuoi filosofica che sociologica del pensiero libero concettuale, è questo ancora oggi considerato un caposaldo della liberalità civile.

Un testo tra i “..più rivoluzionari su cui meditare, in quanto il suo autore aveva perfettamente compreso che le vere rivoluzioni cominciano nel proprio intimo e non nel cambiamento delle cose, ma nella riforma di se stessi” – scrive Giovanni Reale nella Prefazione al testo. (*). Una ‘questione di metodo’ dunque, la cui applicazione restituisce al ‘rispetto’ una sua posizione prioritaria all’interno delle ‘virtù etico-morali’, qui individuata in tre passaggi essenziali che ben definiscono la relativa prova scientifica: ‘Metodo del riconoscimento dell’uguaglianza’, ‘Metodo del rispetto civile’, ‘Metodo del consenso basato sulla fiducia e la temperanza’.

1) Metodo del riconoscimento dell’uguaglianza

Volendo significare l’insieme delle varianti insite in una probabile ‘anatomia del rispetto’ qui presa a soggetto, è obbligo avvalersi di discipline diverse (antropologia, sociologia, psicologia, etica e filosofia) che, in qualche modo ed entro i limiti consentiti, permettono di individuare quegli elementi sostanziali alla metodologia della ricerca, da osservare nell’ottica della ‘volontà’ più volte espressa dalla società, di risolvere quelle che sono oggi considerate ‘problematiche sociali’. Una volontà attualmente evasiva se esaminata nella prospettiva pragmatica delle politiche giuridiche (pari opportunità, coppie di fatto ecc.) ad essa inerenti.

Alla luce dei mutamenti sopravvenuti nella società e delle nuove realtà ideologiche, la costruzione etico-morale del ‘rispetto’, pur impostata sulle basi antropologiche dei ‘riti di riferimento’ come la tradizione e la cultura, la religiosità e la sacralità degli affetti, si è rivelata da qualche tempo a questa parte, inaspettatamente anacronistica, mostrando le sue crepe profonde. Segni di una erosione che non l’ha risparmiata da risentimenti diffusi e punti di criticità, sia per i suoi aspetti discordanti (quanto inevitabili), che ne hanno limitato il ‘riconoscimento’ configurativo all’interno di una specifica ‘tipologia virtuosa’; sia in ambito famigliare che educazionale, formativa ecc., che da sempre vieicolano le cosiddette ‘differenze di genere’.

In qualità di ‘soggetto sociale’, infatti, la rilevanza delle ‘differenze di genere’ ha dato luogo a un fenomeno collettivo d’interesse antropico che un ‘liberalismo’ metodologicamente preconcetto, attribuisce a forme di ‘società’ e di ‘economia’ migliori di sempre, neppure fosse l’‘archetipo’ di una modernità immaginaria quanto inafferrabile e tuttavia possibile; nonostante i ‘comportamenti umani’, si siano gradualmente integrati con le nuove problematiche introdotte nella società, secondo le ripartizioni attuate dalla ‘psicologia sociale’ all’interno di discipline meglio diversificate come: ‘individuali’, ‘collettive’ e ‘comunitarie’ che comunque rimangono universali.

Ciò, per quanto l’esperienza esistenziale dell’individuo sociale (umano), pur nella sua identificazione e la sua irriducibile complessità, sia ancora oggi tutt’altro che scontata e in antitesi con una completa istituzionalizzazione, a causa dell’ ‘assenza o mancanza’ (anomia) di norme sociali specifiche che, entro certi limiti, risultino appropriate al comportamento dell’individuo stesso nei confronti degli altri e, pertanto, volte a costituire una specifica ‘identità’ nel processo educativo e di ‘socializzazione’ (paideia) in atto. Onde per cui, il ‘riconoscimento’ è il primo passo necessario per il superamento relativo alle ‘differenze di genere’ e la definitiva attuazione del processo di uniformazione dell’ ‘ethos politico’ nell’ambito della riorganizzazione sociale.

Se vogliamo, è a partire dalla ricerca dinamica del ‘riconoscimento’ che prende il via la giustificazione metodologica che si vuole qui perseguire: cioè, nell’individuare quei fattori relativi, intrinsechi della sfera della ‘personalità individuale’ e dell’ ‘identità collettiva’ in quanto ‘soggetti’ delle ‘differenze di genere’, ai quali pur ineriscono esperienze di rifiuto di ‘legittimazione’ e ‘approvazione’ di diritti più spesso negati. “Il riconoscimento dunque - scrive Mario Manfredi (*) – come obiettivo di un processo di piena responsabilità radicale verso i soggetti di ‘genere’ (umani e non), specialmente quando si confrontano posizioni di potere da una parte, e di vulnerabilità dall’altra. Soprattutto perché la responsabilità che ne deriva, si fa carico anche di realtà remote nello spazio (uomini e territori lontani) e, nel tempo (l’umanità futura)”.

Certamente la modernizzazione dei costumi e delle idee non è approdata a un risultato integrale ed esaustivo perché si è dovuta misurare con fattori limitanti, con istanze individuali e sociali di tipo politico, economico e imprenditoriale non sempre confacenti al ‘rispetto sociale’. Non a caso il sociologo Zigmunt Bauman (*) ha molto insistito nella ricerca instancabile di quell’ ‘identità’ che è poi “..divenuta precaria come tutto nella nostra vita”, essendo venuto meno il vincolo temporale nei rapporti interpersonali a causa di dialoghi preferibilmente a distanza, pause troppo lunghe di riflessione, richieste di chiarimenti mai espletate e sconfinamenti in territori diversi.

Sconfinamenti che hanno dato seguito al senso di smarrimento, incapacità di introspezione, inconsapevolezza dell’attenzione, che ha colpito tutti, uomini e donne indistintamente, trascinandoli in un processo di sterilizzazione dell’immagine sedimentata di “ciò che è stato” (assenza di memoria storica), per approntare una domanda tipo: “chi sono io oggi?” (mancanza di identità futura), che ha portato l’individuo a discernere nella “paura liquida” che affligge l’intera comunità umana, segno evidente di una collettività in dissolvimento che non contempla in sé alcuna risposta propositiva. Sebbene si metta ancor più in evidenza il sorgere di un nuovo ‘problema’ – individuato da Bauman – che va ad aggiungersi ai tanti altri che una ‘società liquida’ quale è quella in cui viviamo, che all’apparenza sembra impossibile contestualizzare, se non andando a “...ricercare un modello ‘ultimo’, migliore di tutti gli altri, perfetto, da non poter essere ulteriormente migliorato, perché niente di meglio esiste né è immaginabile”.

“Ma non basta ‘concettualizzare’ una identità qualsiasi – ha inoltre asserito Bauman – bisogna puntare sulla ‘identità sociale’, radicale e irreversibile, che coinvolga gli ordinamenti statali, la condizione lavorativa, i rapporti interstatali, le soggettività collettive, il rapporto tra l’io e l’altro, la produzione culturale e la vita quotidiana di uomini e donne”. Quasi si fosse davanti a una catastrofe considerata inevitabile; conforme cioè all’intraprendenza della ‘natura umana’ di fronte a una forzata convivenza democratica e alla mancanza di un comportamento ‘etico’ austero che non lascia comprendere e non giustifica le proprie e le altrui convinzioni.

Una chiave di investigazione su base teorica questa, che non consente qui di considerare la “trasformazione del presente” in atto, cui volenti o nolenti assistiamo, in quanto “costruzione di senso” attraverso l’utopia di un agire solo apparentemente incondizionato, anche se spesso utilizzato come interfaccia di nuove aggregazioni dell’esperienza fenomenologica che, si vuole, portino a una “ridefinizione critica del reale”. Un argomentazione che a sua volta aveva appassionato Alberto Melucci (*), ritenuto il ‘sociologo dell’ascolto’, aperto ai temi della pace, delle mobilitazioni giovanili, dei movimenti delle donne, delle questioni ecologiche, delle forme di solidarietà e del lavoro psicoterapeutico.

“Sono convinto – scrive Melucci – che il mondo contemporaneo abbia bisogno di una sociologia dell’ascolto. Non una conoscenza fredda, che si ferma al livello delle facoltà razionali, ma una conoscenza che considera gli altri dei soggetti. Non una conoscenza che crea una distanza, una separazione fra osservatore e osservato, bensì una conoscenza capace di ascoltare, che riesce a riconoscere i bisogni, le domande e gli interrogativi di chi osserva, ma anche capace, allo stesso tempo, di mettersi davvero in contatto, con gli altri. Gli altri che non sono solo degli oggetti, ma sono dei soggetti, delle persone come noi, che hanno spesso i nostri stessi interrogativi, si pongono le stesse domande e hanno le stesse debolezze, e le stesse paure”.

2) Metodo del consenso individuale alla fiducia

La consapevolezza del ‘rispetto’ è quindi una questione metodologica basata sul riconoscimento dell’uguaglianza che, ai fini di una valida prerogativa di senso è tuttavia carente di un supporto solido che lo sostenga e che solo una certa dose di altruistico ‘consenso’ può, in certo qual modo, convalidare. Cioè l’accettazione di una fattiva ‘uguaglianza nella diversità’ necessaria per una convivenza senza conflitti, in cui vengano riconosciute e accettate le differenze di razza, di colore, le diversità di status sociale, i comportamentali degli individui e i diversi ruoli che ognuno si trova ad occupare, in ragione di favorire le relazioni interpersonali e intergovernative, in una società sempre più rivolta alla cooperazione tra i popoli e gli stati, dedita agli scambi reciproci di idee, informazioni, conoscenza, tecnologia ecc..

Altresì nel ‘rispetto’ individuale e nel confronto fattivo con le diverse posizioni dell’altro/a, e cioè nell’investire il proprio ‘consenso’ nelle scelte della/e partnership individuata come consone alla qualità della vita che si vuole o si vorrebbe attuare, ponderata sulla ‘fiducia’ e comunque nel ‘rispetto’ delle ‘differenze individuali’ (genetiche, pedagogiche, psicologiche), dell’estrazione pedagogico-socio-culturale, formativa, nonché delle diverse disposizioni comportamentali acquisite, senza cercare di manipolarle; così come di non giudicare le scelte e le opinioni dell’altro/a in modo sommario perché considerate minoritarie che rasentino una qualche forma di razzismo.

Per quanto, in ambito giuridico il ‘rispetto’ si affacci alla soglia del ‘diritto’ di ogni individuo di avere un suo modo di pensare, di esprimere la propria opinione, di sentire, di agire e persino di scegliere i suoi gusti e le sue preferenze di vita, di pretendere che nessun altro possa permettersi di obiettare o decidere al suo posto; nella specifica tipologia delle ‘scienze umane’ si tratta di offrire/accordare una relazione consensuale basata sul ‘consenso’ che porti all’ascolto non valutativo, dove si concentra la comprensione dei sentimenti nel rapporto emozionale e/o intellettuale di merito e di partecipazione ai bisogni fondamentali degli altri.

Nell’uso comune è detta ‘empatia’ l’attitudine ad essere completamente e/o parzialmente disponibili verso gli altri, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri individuali, pronti ad offrire la piena attenzione al processo di comunicazione, accesso all’informazione e partecipazione alla cooperazione attiva ‘non coercitiva’ che, secondo il ‘metodo del consenso’, non significa ‘unanimità’ di intenti e di voleri di singoli individui o del gruppo di appartenenza, bensì di funzione espletata democraticamente cui la maggioranza dei soggetti avrà acconsentito secondo la propria onestà intellettuale. Se non c’è l’onesta volontà di venirsi incontro, il metodo del consenso non funziona, bensì si rende più che mai necessario anche nella difesa di quella ‘privacy’ che ostinatamente promulghiamo come visione utopistica di una realtà che non è più tale, se mai lo sia stata.

Acciò, dare oggi il ‘consenso’ all’utilizzo dei propri dati personali che diventano così di pubblico dominio può essere un modo (facendo attenzione) di aprirsi al mondo degli scambi e della collaborazione reciproca a livello internazionale; così come mettersi in gioco sul web significa la ‘volontà’ di ampliare la propria cerchia di conoscenze, e perché no di fare nuove amicizie e così abbassare il tasso dilagante di sentirsi abbandonati, sotto l’egida del “non siamo soli”, necessaria ai fini della reciprocità sociale che ci vede sempre più affetti dalla solitudine.

3) Metodo del consenso alla temperanza comunitaria

L’approccio qui espletato equivale a ‘farsi un’opinione’ sul merito se oggi il ‘rispetto’ sia o no essenziale nei rapporti umani (?) Se la domanda serve di fatto a chiarificare un problema etico-teorico, la risposta non può che essere: «sì, è essenziale», ma è come asserire l’esistenza di un 'dualismo’ insopprimibile per cui la risposta non è affatto univoca. Gli ultimi avvenimenti di cronaca ben lo evidenziano ponendoci di fronte situazioni insostenibili quanto sconvolgenti, riferite all’assoluta mancanza di tolleranza, reciprocità, liberalità e democracità che superano ogni limite di sopportazione e comprensione umana. Per quanto intraprendere guerre fratricide e stermini di massa, privazioni e allontanamenti dagli originari territori di appartenenza, innalzare muri ai confini e barriere di chiusura al libero accesso, più spesso eretti in nome di questa o quella ‘supremazia’ territoriale-supernazionale in cui domina l’intransigenza e la severità di giochi di potere, non sembra portare a una risoluzione dei problemi.

Tanto meno risultano determinanti i molti tentativi di ‘risoluzioni di pace’ affatto conciliabili e, sempre più spesso, avanzati in nome di una diversità etico-morale del tutto confutabile, di cui sono andate perdute quelle che sono le ‘ragioni primarie’ di una possibile convivenza fra i più deboli e i diseredati, venendo così a mancare quel ‘rispetto’ e quell’indulgenza necessaria che mettono a rischio la sopravvivenza. Ma non è già il falso ‘moralismo intelluale’ dei pochi ad erigere le barriere che oggi delimitano le frontiere degli stati e i campi d’azione dei politici del malaffare, quanto la mancanza di ‘temperanza’ e l’indifferenza fraudolenta dei molti a derubricare il sistema economico-produttivo e la convivenza dell’illegalità giuridica e l’illegittimazione sociale.

“Di che cosa sia il moralismo si può certo discutere – scrive Stefano Rodotà (*) – ma la critica non può trasformarsi in pretesto per espellere dal dibattito pubblico ogni barlume di etica civile. (..) Contro malaffare e illegalità servono regole severe e istituzioni decise ad applicarle. Ma serve soprattutto una difusa e costante intransigenza morale, un’azione convinta di cittadini che non abbiano il timore d’essere definiti moralisti, che ricordino in ogni momento che la vita pubblica esige rigore e correttezza.” Il merito di una tale affermazione si gioca su quei comportamenti resi affidabili dal rapporto fiduciario che in illo tempore è stato stabilito con la natura e successivamente tra le diverse comunità interessate a limitare i rischi delle carestie e della fame, quantomeno coinvolte nella volenterosa sopravvivenza della specie. In una società complessa come quella in cui siamo chiamati a vivere (o sopravvivere dipende dai punti di vista), la crisi nella ‘fiducia’ non riguarda solo chi viola la legge o non si adegua agli standard di vita diffusa, ma investe ogni ambito della vita socialee comunitaria.

“Di fatto – scrive Umberto Galimberti (*) – non possiamo prescindere dal ricorrervi (alla fiducia), perché degli altri, piaccia o non piaccia, non possiamo fare a meno. (..) Nei nostri comportamenti accordiamo di continuo una fiducia che intimamente non (sempre) nutriamo, perché non abbiamo alternative. Infatti, laddove le abbiamo, non esitiamo ad adottarle, affidandoci a tecnologie sempre più complesse”. D’altro canto “Il mercato indotto dalla sfiducia ha assunto proporzioni notevoli, sforzi e costi sono cresciuti in proporzioni, ma i risultati sono tutt’altro che esaltanti. Quanto più la nostra società si fa complessa, quanto più diventiamo gli uni estranei agli altri, tanto più siamo costretti a muoverci e a vivere tra attività, organizzazioni e istituzioni le cui procedure e i cui effetti non riusciamo a controllare e a capire. E perciò siamo inclini a crederci esposti a pericoli invisibili e indecifrabili, con conseguente perenne stato d’ansia facilmente leggibile nei tratti tirati e circospetti dei volti di ciasscuno di noi, (..) caratterizzati dalla precarietà dell’esistenza.”

“Allo stesso modo – accorda Galimberti – questa nostra ‘società del rischio’ è percorsa per intero da una sospettosità diffusa, dovuta ad un tasso troppo elevato di estraneità degli individui che compongono il sociale. A meno che non si debba pensare che la cultura dell’individualismo, tipica dell’Occidente, e la fruizione delle libertà individuali, che vantiamo nei confronti del resto del mondo, abbiano passato a tal punto il segno da rendere ciascuno di noi una singolarità così precaria che, oltre a fare esclusivamente i propri interessi, o forse proprio per questo, non sa più muoversi nel mondo se non all’interno di una cultura del sospetto. Questo mi pare il punto dove le nostre società sono le più vulnerabili, più di quanto vulnerabili le renda il terrorismo”.

In conclusione dignità e umanità sono quindi termini sovrapponibili collegati alla libertà dell'individuo di potersi esprimere senza vincoli di sorta. Ma il dibattito è ancora aperto, una risposta alla domanda “che cos’è il rispetto?”, è tuttavia possibile: cos’è se non un principio etico che ci restituisce la libertà di scegliere (libero arbitrio). Cos’altro, se non quella virtù morale che più d’ogni altra ci rende ‘umani’ (?) o, come scrive Alasdair MacIntyre, ‘Animali razionali dipendenti’ (*) e così poco sociali (?). “Che cos’è la dignità”, se non l’unico e sufficiente titolo necessario per il riconoscimento di un individuo è la sua partecipazione alla comune umanità.
Tutti gli uomini, senza distinzioni di età, stato di salute, sesso, razza, religione, grado d'istruzione, nazionalità, cultura, impiego, opinione politica o condizione sociale meritano un rispetto incondizionato, sul quale nessuna ‘ragion di stato’, nessun ‘interesse superiore’, la ‘razza’, o la ‘società’, può imporsi. Secondo Papa Bergoglio, “ogni uomo è un fine in se stesso, ugualmente riconosce dignità alle alte cariche dello stato, politiche o ecclesiastiche quando chi le ricopre agisca per il rispetto della dignità umana. Pertanto la ‘dignità’ non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli”.

La dignità nelle sue prime concezioni non aveva niente a che vedere con il significato odierno essendo al contrario collegata all'esercizio di una carica pubblica: un significato aristocratico, elitario questo che permane nel termine di ‘dignitario’ e che si oppone al senso democratico che caratterizza oggi questo termine. Così per Thomas Hobbes la dignità non è un valore intrinseco dell'uomo ma solo il ‘valore pubblico’ dell'uomo che gli viene attribuito dallo Stato. Così anche per Montesquieu la dignità denota la distinzione propria dell'aristocrazia e si oppone in questo senso all'uguaglianza, cui attribuisce come primo significato del termine ‘dignità’ quello di ‘funzione eminente di rispetto che si deve a sé stessi’. Nella filosofia morale di Kant la dignità viene riconosciuta a ogni uomo in quanto essere razionale e perciò degno di essere considerato sempre come fine mai come mezzo.

Ma non serve qui rifare la storia del pensiero filosofico morale o politico per comprendere dove stiamo andando (?), oggi si abusa fin troppo del termine e tutti ne parlano come se fosse merce di scambio e non il risultato delle azioni individuali tali da far perdere quella ‘dignità’ di cui parlano, quella ‘dignità’, in quanto ‘entità’ sovrasensibile, che contraddistingue l’essere umano, cioè tutti coloro che agiscono moralmente al di sopra delle determinazioni sensibili della sua volontà che deve essere libera dalle inclinazioni del desiderio e della carnalità (Kant), e che va oltre il rispetto della vita in quanto essa è, al contrario nel rispetto della libertà umana.

Sembra a voi che oggi tutto questo accada? Dov’è finita la ‘dignità’ di questa classe politica? Come del resto accade per le parole ‘cultura’, ‘rispetto’, ‘fratellanza’, ‘comunanza’, ‘pace’ e tantissime altre, anche per ‘dignità’ sembra arrivato il momento della sua cancellazione dal vocabolario della lingua italiana (e non solo). Ma va qui rammentato che è quando un popolo lascia decadere la propria lingua in uno stato confusionale e nel progressivo abbandono, è sintomatico il suo ravvicinato e devastante declino morale.

È questo che vogliamo? Se la risposta è sì, personalmente non sto dalla vostra parte. Urge fare qualcosa per arrestare il flusso di questo degrado incombente. Meditate gente!


Bibliografia di riferimento:

(*) Emmanuel Levinas “Gli imprevisti della storia” – Inschibbollet 2016
(*)Maurizio Ferraris, ‘Introduzione’ a “Morale” ed a “Uguaglianza” in Le domande della Filosofia - Gruppo Edit. L’Espresso 2012 ,
(*)René Descartes, “Discorso del metodo”, RCS Libri 2010
(*)Giovanni Reale, ‘Prefazione’ a “Discorso del metodo”, op.cit.
(*)Mario Manfredi, “Teoria del riconoscimento”, Le Lettere 2004
(*)Zigmunt Bauman, “Intervista sull’identità”, Editori Laterza 2008 e “Modernità liquida”, Editori Laterza 2011
(*)Alberto Melucci, "Rassegna italiana di sociologia", n.43 (2002), e in “Identita e movimenti sociali in una societa planetaria: in ricordo di Alberto Melucci”, Milano, Guerini Studio, 2003.
(*)Stefano Rodotà, “Il diritto di avere diritti”, Editori Laterza 2012
(*)Umberto Galimberti, “Fiducia”, in ‘Le grandi parole’ – Polizia Moderna 2010
(*) Alasdair MacIntyre, “Animali razionali dipendenti” – Vita e Pensiero Edit. 2001

E inoltre:
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948)
Paul Ricœur, in J.-F. de Raymond, Les Enjeux des droits de l'homme, Paris, Larousse, 1988.
Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, 2013
Vatican insider Documenti (in La stampa , 2015)
Th. Hobbes, Leviatano, cap.X , in A.Schulman, Definizione della dignità[collegamento interrotto]
I. Kant, La metafisica dei costumi


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