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ANTOLOGIA PROUSTIANA 2018: CHERCHEZ LA FEMME
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Cannes 2018

Argomento: Cinema

Articolo di Gio-Ma 

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Pubblicato il 16/05/2018 06:42:56

CANNES 2018

'Le Livre d’image'- il film di Jean-Luc Godard
Recensione di Fabien Lemercier

12/05/2018 - CANNES 2018: Maestro nell'arte del contrappunto e della condivisione subliminale del pensiero, Jean-Luc Godard propone un'opera fuori dal comune, appassionante e abbondante.
Allergici alla decostruzione, passate oltre, questo film non fa per voi. Tutti gli altri possono restare e non se ne pentiranno. Perché Le Livre d’image di Jean-Luc Godard, presentato in concorso al 71° Festival di Cannes, è un'opera d'arte di una forza eccezionale, un magma frammentario che fonde immagini, suoni e pensieri, una circolazione oceanica attraverso la quale il cineasta profeta, esperto nel linguaggio dei segni, pratica l'arte altamente suggestiva del contrappunto (gli accordi derivanti dalla melodia, a differenza dell'armonia) per trasmettere a chiunque lo desideri la sua visione filosofica ed esistenzialista della Storia e dell'uomo nella Storia.
Proiettando lo spettatore in un sofisticato vortice di immagini composte quasi esclusivamente da classici della cinefilia (gli appassionati si divertiranno a cercare di identificare gli estratti nel flusso che va da Fellini a Eisenstein, passando per Ford, Fellini, Van Sant e tanti altri), da frammenti di reportage televisivi e da dettagli di dipinti, il tutto talvolta rielaborato (ricolorato, ritagliato, distorto, ingrandito, ecc.), con il suono che fa anche la sua parte tra le scritte in sovraimpressione, il regista fa del suo pubblico un vero attore del film, libero di cogliere di volta in volta ciò che gli parla.
E come giustamente dice Godard, "al cinema, deve parlare tutto".
Di cosa parla dunque Le Livre d’image? Innanzitutto della violenza dell'essere umano in tutte le sue forme (dalla bomba atomica alle esecuzioni, le torture gratuite e lo sterminio, dalla schiavitù alle aggressioni sessuali). Per Godard, "il boia è la pietra angolare della società e l'innocente deve pagare per il colpevole", la sua corruzione e i suoi peccati. "La guerra è una legge del mondo", afferma il regista che fa riferimento a Le serate di Pietroburgo in cui il conte Joseph de Maistre scriveva: "la Terra non è che un altare enorme dove tutto deve essere sacrificato senza fine e senza misura fino all'estinzione del male". Ma per sopravvivere a questa violenza, a questo terrore, a questo rinnovamento costante, a "questo crimine comune che è alla base della società" e che ha contaminato lo spirito delle leggi, esiste un faro nella tempesta oscura: l'arte. E non si tratta di praticarla di sentinella, ma come "difensore della vita contro la morte", come rivoluzionario consapevole e idealista comunista dal momento che "i poveri salvano il mondo e non chiedono nulla in cambio, perché non sanno il prezzo del servizio reso".
E se i più ricchi distruggono questo stesso mondo con il loro consumo eccessivo, i poveri lo fanno per necessità. "Io sarò sempre dalla parte delle bombe", conclude il regista che si lancia anche in un racconto criptico di geopolitica contemporanea con Heureuse Arabie, sottolineando sottilmente il contrasto che esiste tra l'atto di rappresentare e la calma della rappresentazione stessa.
Perché per coloro che sono meno inclini agli stimoli intellettuali di Godard, basterà la sorprendente immersione visiva e uditiva compiuta in Le Livre d’image, senza aggressività o provocazione, per catturarli, in un magistrale flusso poetico e significativo al centro del quale interferenze, contraddizioni e dissonanze finiscono per creare un insieme affascinante e rilassante.
Prodotto da Casa Azul Films (Svizzera) e coprodotto da Ecran Noir Productions (Francia), Le Livre d’image è venduto nel mondo da Wild Bunch.

CANNES 2018
Intervista a Pawel Pawlikowski • Regista
"Volevo che il film colpisse per il suo aspetto visivo"
di Fabien Lemercier

14/05/2018 - CANNES 2018: Il cineasta premio Oscar polacco Pawel Pawlikowski parla del suo nuovo film, lo splendido Cold War, presentato in concorso
Circondato dalla sua squadra, il polacco Pawel Pawlikowski, premio Oscar per Ida [+], ha parlato con la stampa internazionale del suo nuovo film, il magnifico Cold War [+], presentato in competizione al 71° Festival di Cannes. Il regista è per la prima volta in lizza per la Palma d’Oro.
Perché l’Europa del dopoguerra è un terreno così fertile per una storia d’amore?
Pawel Pawlikowski: C'erano molti ostacoli all’epoca e quando ci si innamorava, bisognava superare tutti questi ostacoli. Per me è difficile raccontare una storia d'amore contemporanea, perché le persone sono molto distratte, ci sono troppi telefoni, immagini, inquinamento acustico. Non abbiamo più l'opportunità di guardare qualcuno negli occhi e innamorarci. Al tempo di Cold War, le cose erano più semplici, c'erano meno distrazioni. Le persone erano forse più profonde, erano obbligate perché c'era meno intrattenimento. Ovviamente non sono nostalgico dello stalinismo, ma all'epoca c'era una sorta di chiarezza, di semplicità. Ma la nostalgia non è il motore del film. È piuttosto una specie di viaggio sentimentale. Quando cerchi immagini e suoni, le idee escono sempre dal passato, dai ricordi.
Come ha lavorato con i due interpreti della coppia protagonista del film?
Ho provato a tradurre la sceneggiatura in immagini, senza descrivere esattamente cosa stava succedendo. Volevo che nell’approcciarsi alle riprese, si potessero davvero scolpire le immagini, il bianco e nero. Non volevo che la sceneggiatura fosse solo un dialogo, ma che le diverse scene funzionassero sul piano grafico con una camera molto mobile. E poi, volevo che il film colpisse per il suo aspetto visivo, quindi abbiamo trascorso molto tempo su ogni scena con il direttore della fotografia Lukasz Zal. Non abbiamo fatto molti take, ma ci abbiamo lavorato molto. E gli attori erano in un certo senso le vittime di questo processo perché a volte hanno dovuto aspettare molto prima che mettessimo a punto tutto. Ma ciò che è entusiasmante del cinema è che puoi lavorare tutto allo stesso tempo, immagini, suoni, attori. Non è come una sceneggiatura che è stata tradotta in immagini, con take brevi. A volte è doloroso, ma penso che valga la pena combattere e lavorare in questo modo.
Perché ha scelto la Francia e la Jugoslavia come i due paesi dove si sposta l’intreccio a partire dalla Polonia?
La Francia è un paese d’esilio tradizionale per i polacchi ed è l'opposto della Polonia. Per uno sconosciuto, Parigi è una città molto ermetica e puoi sentirti un po' soffocare. Quindi ho pensato che fosse una buona idea mettere i miei due personaggi a Parigi per distruggere la loro relazione (ride). Per quanto riguarda la Jugoslavia, c'era l'interesse per l'aspetto visivo, ma anche il fatto che all'epoca era un paese non allineato. Quindi il personaggio di Viktor non poteva tornare dietro la Cortina di ferro, ma poteva andare in Jugoslavia. A livello narrativo, quando la Polonia chiede l'estradizione di Viktor, gli jugoslavi non possono accedervi, tuttavia costringono Viktor a tornare a Parigi.
Ha girato i suoi ultimi due film in Polonia. Si sente l’erede di una tradizione cinematografica polacca?
Amo i film dei registi polacchi, come quelli di Wajda per esempio. Tutti mi dicono che incarno la rinascita del cinema polacco, ma sento di appartenere più alla linea della Nouvelle Vague. Trovo la mia estetica diversa da quella del cinema polacco in generale, che a volte è più barocca, più sgargiante, più espressiva a livello verbale con dialoghi molto più ricchi rispetto ai miei film. Io amo le cose un po' oblique, un po' di mistero.
Il film è dedicato ai suoi genitori. Sono loro ad aver ispirato la coppia di Cold War?
Ci sono molte cose in comune tra la coppia del film e i miei genitori, compresi i loro nomi che ho potuto usare senza impedimenti perché sono morti. Era una coppia un po’ disastrosa, si sono innamorati, si sono lasciati, si sono rinnamorati, si sono sposati con altri, si sono rimessi insieme, hanno cambiato paese, si sono separati di nuovo e si sono ritrovati ancora una volta. Questo non è il ritratto dei miei genitori, ma ci sono similitudini sul piano dei meccanismi della relazione.

CANNES 2018
Intervista a Eva Husson • Regista
“Nella storia, le donne sono sempre state guerriere”
di Marta Bałaga

15/05/2018 - CANNES 2018: Cineuropa ha incontrato Eva Husson, la regista di Bang Gang e ora di Les Filles du soleil, proiettato in concorso a Cannes.
In Kurdistan, una reporter francese (Emmanuelle Bercot) incontra Bahar (Golshifteh Farahani), la carismatica comandante dell battaglione delle Figlie del Sole, determinata a combattere contro gli estremisti che hanno abusato di lei e hanno ucciso la sua famiglia, cercando nel frattempo di trovare suo figlio scomparso da tempo. Abbiamo parlato con la regista di Les Filles du soleil [+], Eva Husson, dopo che la sua ultima fatica è stata proiettata in concorso al Festival di Cannes.
Cineuropa: In che modo ha deciso quanto grafico dovesse essere questo film? Dopotutto, parla anche della schiavitù sessuale, poiché molte donne che si arruolano hanno vissuto gli orrori della prigionia.
Eva Husson: Come donna, mi sento spesso un po' turbata quando vedo come viene presentata sullo schermo la violenza sulle donne: è come se alcuni registi e spettatori si divertissero nelle scene di stupro. Ho deciso di mantenerla al minimo, anche perché non volevo alienare le persone.
Sono andata in Kurdistan e ho incontrato più donne che potevo: prigioniere, ex prigioniere, combattenti donne e persino giornaliste. Io non sono kurda, ovviamente, ma odio quando i film tentano di rappresentare una nazione o una cultura, invece di cercare qualcosa di completamente diverso. La nostra era una piccola produzione, ma stavamo coinvolgendo persone da ogni parte – persone che erano kurde. Una delle attrici fuggì dal paese quando aveva solo tre anni, dopo che suo padre fu assassinato. Lo porta ancora dentro. Se avessi mostrato tutto come realmente è, la maggior parte delle persone non sarebbe stata in grado di sopportarlo. Avrebbero detto: "È troppo". Ma credimi, la realtà va oltre qualsiasi cosa tu possa mai immaginare.
La reporter francese, Mathilde, è un po’ come lei? Un’osservatrice che viene da fuori, che cerca di capire cosa stanno facendo queste donne combattenti?
Mathilde è più rappresentativa del mondo occidentale in generale. È stata in guerra, quindi non è una principiante e non è ingenua. Ma volevo che avesse questa empatia nei confronti delle ragazze perché è quello che ho notato dei buoni reporter di guerra – non hanno paura di prendersi cura di queste persone. Penso che l'unico momento in cui mi sono permessa di essere lì è stato quando ascoltiamo la voce fuori campo di Mathilde. Tutto quello che lei dice lo avrei potuto dire anch'io. Come occidentali, dovremmo assumerci la responsabilità per molte cose che accadono nel mondo che abbiamo attivato o causato. Il popolo curdo era l'unico muro che ci proteggesse dall'estremismo e ciò che hanno ottenuto da soli è davvero notevole. Ma non rappresentano il denaro, e non hanno alcun potere diplomatico, quindi nessuno prende sul serio le loro lotte.
Pensa che quando si parla di guerre o di qualsiasi tipo di conflitto armato, la sofferenza delle donne venga spesso trascurata? I giornali citano quanti sono stati uccisi, non quanti sono stati stuprati.
Grazie per questa domanda. La prospettiva maschile è stata dominante per così tanti anni e ciò ha portato a un enorme pezzo di mondo non rappresentato affatto, non visto e non sentito. Penso che le prime reazioni al mio film dimostrino che è ancora un problema, ma tocca a noi continuare il discorso.
Nel corso della storia, le donne sono sempre state guerriere. Le Amazzoni non sono solo mitologiche: sono realmente esistite. Nel 1942 c'erano migliaia di donne guerriere sul fronte russo. Ma in termini di storia del cinema, non è mai stato mostrato. È sempre la stessa cosa: due passi in avanti, un passo indietro. Ma se continuiamo a premere e ad assumerci la responsabilità delle nostre azioni, penso che potremo finalmente andare avanti.
Nel caso di queste donne, combattere spesso dà loro una voce che altrimenti non avrebbero. Per la prima volta nella loro vita, sono viste come uguali agli uomini.
Questa è una ragione importante per cui molte di loro si arruolano. Non prendiamoci in giro: la loro società è estremamente patriarcale. Ricordo che quando vidi per la prima volta l'immagine di una combattente donna che allattava, mi sembrò molto potente. Alcune donne vanno al fronte e hanno le loro madri o sorelle che vengono a portare i loro bambini per stare con loro. Ecco come continuano ad avere questo legame. Queste ragazze capiscono che per loro, si tratta di rimanere bloccate in casa per i prossimi trent’anni o di lottare per la loro libertà. Quindi decidono di combattere.

CANNES 2018 Industria
La parità di genere nel settore audiovisivo in Europa e negli Stati Uniti: chi guida la lotta?
articolo di Aurore Engelen

15/05/2018 - CANNES 2018 (In inglese): Il CNC ha ospitato una tavola rotonda a Cannes per gettare luce sui recenti movimenti per la parità di genere nel settore audiovisivo
Gender equity in the audiovisual sector was at the heart of the Cannes Film Festival this weekend, as 82 women climbed the steps on Saturday evening. This massive protest was orchestrated by Time’s Up (UK/USA) and the French movement 5050x2020, which also teamed up with the CNC to host a round-table to share experiences, good practice and inspiration on the subject, moderated by French directors Céline Sciamma and Rebecca Zlotowski. Other organisations involved included Dissenso comune (Italy), Greek Women’s Wave and CIMA Cineastas (Spain).
The discussion was introduced by European Commissioner Mariya Gabriel, followed by French Minister of Culture Françoise Nyssen, who announced a major conference in Paris to take place by the end of June, as well as the creation of a fund dedicated to the development and production of new projects by young female directors.
Zlotowski stressed that more than 600 key players from the French cinema industry had joined 5050x2020 and had committed to talking about the redistribution of power. They were also dedicated to looking beyond the “sexual” aspect of the gender-equity issue, dealing with very specific matters such as salaries, diversity and intersectional struggles.
Intersectionality is a core value for many of these organisations, especially for the Time’s Up representatives. Maha Dakhil, who founded Time’s Up USA with a group of colleagues from the CAA, underlined the fact that more than a historic moment, this should be a moment to look to the future. The women of the world should look within their own gender for inequalities, as it is something that concerns us all. That is why the movement is called “Time’s Up”, rather than “Girl Power”, as it includes men in the struggle for equality.
Kate Kinninmont, from Women in Film, has been campaigning for gender equality for years in the UK, and contributed by offering the British industry various principles and guidance on how to avoid bullying and harassment. She stressed the need to press on with this struggle without any shred of elitism, and for it to be an inclusive movement, giving a voice to the minorities.
In Southern Europe, the main players striving for gender equality have only just started appearing on the scene and may face even more challenges. Italy has been a particularly difficult case for women who have embraced the #MeToo movement. Dissenso Comune was founded to support the voice of women, as actress Asia Argento was brutally trashed by the press and the Italian people alike. In Greece, the Greek Women’s Wave started only a month ago. Although the common goal of reaching equity in 2020 seems unlikely in Greece, the association has started gathering data and figures to assess the situation, and to convince the politicians that action is urgently needed. Daphne Patakia, the only actress at the table, wondered about the representation of women on screen: where were the “normal” women, the ones from her everyday life?
Sarah Calderon, from CIMA Cineastas (Spain), stressed the gap between the male-dominated industry and the audience for independent movies, which is mainly female, and lamented the fact that most film critics are men, who are often very hard on movies directed by women.
The round-table ended with the signing of the Programming Pledge for Parity and Inclusion in Cinema Festivals by the Cannes Film Festival (represented by Thierry Frémaux, Charles Tesson and Paolo Moretti).


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