Parlami da lontano,
come fossi un fantasma di pietra,
da lontano, che l'aria è già mangiata
e i coriandoli sono caduti
coi sottotitoli di gazzetta.
Sparsi, là,
tra le cicorie e le viti,
mai in combutta che tanto
poi l'inverno strizza le ossa
degli alberi
e le cicale non fanno più l'amore
e la nebbiolina prende l'aria,
la stritola,
forte forte e tu non senti più
niente,
nemmeno la fame.
Parlami da là,
dove guizza ancora il sangue
rosso
e non t'ammorba la fiacca
e il giglio parla ancora
e non quello dei morti nelle chiese
e forse tu ricordi qualche canzone,
dove la parola era innocente
e tu ci entravi come burro
e il cielo non era di carta,
le tortore morsicavano i nodi
dell'amore sui pali di ferro,
sui pini, sui faggi, sui cardi
e tu,
in qualche posto che ora non
ricordi,
dove le more non macchiano i
denti.
Tu parlami,
che il vento la tiene la parola
e la sguinzaglia dal fiotto
alla nuvola,
dalla nuvola al fiotto,
perché l'anello non ci forerà
la carne
con l'oro battuto delle suocere
vecchie.
Parlami,
quando non ti vorrò sentire
e sarò stanca
e penserò che tu non ci sei
e non potrò tradirti mai.
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