Nessuna traccia di sole,
forse un sole di plastica, di logos,
clausura tra quelle aute di fiati
e di cancellini.
I più allegri spezzavano
scope alle bidelle, il resto un plotone
accovacciato nel mondo delle idee,
azzime come il ferro o le nevrosi
di chi imbracciava bic e scriveva
di intelligenze discrete, potenziale
e roba da sciamani - entrare
nelle teste è cosa di altri mondi.
Tutti seri, compunti,
la torba dei malesseri sottobanco,
sottocoperta, sottoprogramma.
Stella stellina, la notte si avvicina
e F. non arrivò mai, su quel tapis
rolulant, perchè arrivò prima lei:
la fiata nera della mietitura.
Questo non era in programma,
come il sospetto, che ci faceva muti,
maligni, depressi, bulli, mentre le braccia
se ne stavano come remi penzolanti
dai maglioni,
sorvegliate a vista
nell'impiantito del dover essere.
Individui o mosche. Per taluni
fuori era peggio; meglio i plotoni,
meglio sciroppi di storie
e filosofie mai digerite, le lettere
morte più di un tempo morto,
di sogni già ossidati dalla devozione
al mondo.
Si sceglieva senza scegliere,
tra le eclissi che improvvisamente
oscuravano l'ombra vergine della meccanica
del sapere in barattolo,
mentre i nostri sogni veri se ne stavano
nel laboratorio di fisica,
tra scheletri e asini a due teste.
E noi guardavamo l'acido corrompere,
saccheggiati già di innocenza,
cinici, politici come ci vuole il mondo,
protetti dai baratri delle vergogne,
dalle parole che escono e non escono.
E tra i morti, le rabbie,
le invalidità convalidate sul registro,
pensavamo la storia fosse quella
del libro verde mattone.
Non sapevamo
che l'acqua buca le pagine.
Che l'acqua può tutto.
Pure resuscitare i morti.
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