Esce il sole, dalle forre del giorno,
dal buio intercostale, dalle parole
colate troppo in fretta o restate
nel tubo del lavandino.
Esce dal pianto mai pianto,
trafora le piastrelle,
rilancia alle allodole i sassi.
Sole che pattuglia strade sgombre
per sorrisi dalle fontane.
Risorgono le fondamenta del buio,
azzurre, sopra uno specchio calmo.
Sole tra le zagare e i gelsomini
che albeggia tramonti e riprende
lo spazio interrotto.
Pure al livido delle sere,
al rosso che intrise di delitti i tetti.
Nell'inventario di giorni sconnessi,
sugli spartiti a collaudo di sopravvivenza,
il sangue attraversava la melagrana
come un taglio.
L'ingenuità se ne andò a ruggire
con le sue tigri dolenti,
tra lamenti di selva.
Sole
che ora mi coli dalle dita!
Per la precisione chirurgica dell'incollo,
lo sguardo di volpe
chiamò a raccolta gli emissari
della mia segreta dimora.
Io ti misi come un anello,
ti protessi nelle mie tende,
nelle mie tane.
E divenni il tuo occhio;
sangue giallo di Vittoria.
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