Toccami che è già l'alba
toccami che le idee sono secche
toccami con la tua ferita quella ruga
sulla tua faccia lasciami affondare in
quel baratro dove urla la storia urlano
i fiori le querce urla la vita,
perchè fu veliero il nostro dondolarci
sulle distanze e noi ci amiamo in modo
assai strano assai completo incompleto
incompensibile per questi occhi che sanno
solo violentare la carne che siamo,
unico tempio che noi amiamo
coi suoi terremoti i suoi sussulti la violenza
delle onde, la tenerezza che uccide
in un baratro d'orrore
e ci mette in ginocchio davanti al miele.
L'acqua ti fuoriesce dalla sguardo,
acceso di tutti i roghi del mondo, del sangue
delle corteccie della fatica di esistere dei
latrati degli ultimi e noi, come offerte viventi
nel nostro tempio nascosto da una tenda
dal mondo macero che uccide, facciamo
coi gemiti ancora un mondo che salta
le barricate, sbeffeggia le metafisiche perchè
non esiste metafisica oltre la carne che risorge
la polpa dei narcisi e delle rose
e delle case sventrate e delle pance gonfie
e delle facce coi denti marciti.
E' l'urlo che fa lo squarcio più fondo
e lì, ancora vivi, ancora noi affoghiamo,
esuli tra gli esuli.
Maestro e Amante, eterno amante dei soli
diavoli candidati alla santità.
I vivi. Quelli come noi.
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