Non ti appartengo.
Ho dovuto sciogliermi il sangue
per far spurgare il marcio. Eri tu,
che hai divorato la mia vita col tuo nulla,
lasciandomi sola su una barca nuda.
Nel pieno oceano di mercenari e di politicanti,
tra palazzi di laidi scorpioni tiranni
di un popolo muto, telecomandato.
Saturno, mi hai lasciata in questo labirinto
dove sguazzavi nudo, con la pelle scorticata
dal tuo stesso coltello.
Ci ho messo vite a riconoscere il puzzo. Il tuo.
Ho trattenuto il vomito per sopravvivere.
Ho lasciato che la miopia prendese i miei occhi
tra le vostre miserabili faide,
in cui i figli erano solo il contenitore dei veleni.
L'esempio della mediocrità.
Dell'inferno che vince sulla luce.
Sottosuoli e sottosuoli,
dove la verità mai urlata s'aggrumava in nodi
e scheggiava il lembo della speranza
che intravedevo tra le mie lune bucate.
Ho visto in te la melma del mondo.
Un'orgia perpetua di pensieri provvisori,
altalenanti tra convenienze e compromessi,
sotto un cielo duro come un coperchio.
Una catena di montaggio maleodorante
dove l'uomo è solo una livida ombra senza redenzione.
Senza storia, ho barcollato nei giorni,
sbronza delle tue bugie, le omissioni,
delle ossessioni imbellettate di morale.
Ora che ti vedo, finalmente,
non ho più bende agli occhi
solo l'immane fatica dell'orfana che smaschera il carnefice.
So che posso tenerti come ammonimento, come un cattivo legno
e sentire da lì i latrati di questo mondo inutile,
che uccide i bambini e serve i demoni
con la leggerezza più agghiacciante.
Tu guardavi il tg e dicevi: Assassini!
E i tuoi assassini trionfavano.
Dicevi: Femmine!
E altre donne venivano uccise.
Ma ora perdonami, non sei più un tu.
Smetterò di sporcarmi.
Ti rendo questo dolore immane.
E' stato concime, in fondo.
Non sei mai esistito.
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